di Mauro Gervasini

Bertolucci.jpg[Con questo intervento il nostro critico cinematografico, Mauro Gervasini, risponde all’articolo di Alessandro Morera apparso su Carmilla nei giorni scorsi.]

Il cinema italiano è il più brutto del mondo. Così scriveva Paolo Bertetto parecchi anni fa. E la situazione forse non è cambiata, al di là delle frasi a effetto. Viviamo una grave crisi creativa perché è sempre più difficile, per chiunque, registi e sceneggiatori, riuscire a raccontare una società che si è fatta magmatica e confusa, pur se terribilmente omologata. Soprattutto, sono scomparsi i produttori, intesi in senso classico, figure centrali della nostra cinematografia del dopoguerra. Figure anche rapaci e interessate al profitto, in nome del quale sapevano però accollarsi il rischio d’impresa e sfoderavano un coraggio raro, ormai. Siamo invece di fronte a una nuova generazione di executive costretti a soddisfare una sola committenza, il duopolio Rai-Mediaset, con tutti i compromessi del caso. Senza i produttori è impossibile pensare a una rinascita del cinema italiano, perché qualunque nuova idea finirà per scontrarsi con il conformismo estetico e narrativo imposto dalla Tv, ormai unico sbocco per qualunque film, anche quello più “d’autore”.

La crisi c’è ed è gravissima. Ma ridurre i mali del nostro cinema a un problema di assistenzialismo è francamente scorretto. Non è vero che il movimento dei Centoautori chiede fondi pubblici in modo indiscriminato. Quello dello sperpero di denaro pubblico è il più demagogico dei cavalli di battaglia. D’accordo: scorrendo la lista dei film finanziati dallo Stato ci sono titoli che fanno accapponare la pelle, per quanto indegni di un qualunque contributo; ed è vero, come dice Mario Monicelli sull’ultimo numero di Film Tv, che nelle commissioni preposte alla assegnazione dei fondi, dalle nostre parti, c’è sempre il rischio che ci possano essere “cretini, raccomandati e venduti”. Tuttavia, per fare chiarezza, l’Italia è uno dei pochi paesi dell’Unione Europea nel quale il famigerato contributo NON È A FONDO PERDUTO. In parole povere, chi se lo vede assegnare ne deve restituire almeno il 70%. Per capirci ancora meglio: lo Stato elargisce alla carta stampata 650 milioni di euro all’anno senza chiedere un centesimo indietro. Al cinema circa 70 milioni di euro e li rivuole quasi tutti.

Vale la pena aprire una parentesi anche sulla cifra: 70 milioni di euro. In Francia vanno al cinema 500 milioni di euro (a fondo perduto, ça va sans dire). Loro nel 2006 hanno sfornato 260 film, noi poco più di un quinto. Allora, dove sta lo scandalo? Il movimento dei Centoautori, per arginare almeno la crisi finanziaria del settore (il Fondo unico dello spettacolo viene sbranato a ogni Finanziaria) propone una cosa ben precisa, recepita (anche se in maniera ambigua, ma questa è un’altra storia) da un disegno di legge attualmente all’esame del Senato, proposto dai senatori di maggioranza Franco e Colasio: il prelievo di scopo. Vale a dire: qualunque operatore utilizzi il cinema per ragioni di mercato, dalla Tv ai videofonini, deve investire una percentuale dei suoi ricavi in produzione, cioè nel cinema stesso. È una proposta vergognosa? Non lo credono altrove. Per esempio in Gran Bretagna, dove grazie al prelievo di scopo la Bbc e Channel Four sono da anni attori fondamentali nei processi di produzione.

Questa proposta non risolverà la crisi creativa, non spazzerà il duopolio e difficilmente riporterà pluralismo nel mercato. Però potrebbe favorire una più equa distribuzione delle risorse, a vantaggio di chi il cinema lo pensa, lo scrive, lo immagina ma troppo spesso, in Italia, non trova poi i mezzi e le persone che glielo facciano fare.

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