di Blicero (Collettivo Autistici.org / Inventati.org)

GenovaG8.jpgI fatti del G8 di Genova entrano di diritto nelle tormentate storia e identità culturale italiane. In questi giorni di Mio Fratello è Figlio Unico e di interventi di giornalisti americani che cercano di spiegare ai loro figli nati in Italia le matrici culturali del Bel Paese (v. ultimi numeri di Internazionale), c’è un evento forse unico nella nostra storia recente che ha le caratteristiche per costituire un ulteriore capitolo nella formazione della memoria collettiva del popolino italico.
Ciò che accadde il 20 e 21 luglio 2001 a Genova infatti è un muro contro il quale si infrange l’identità di ognuno di noi: difendere i manifestanti, accusare la polizia, difendere lo Stato, accusare i teppisti, disegnare complotti da un lato o dall’altro.

Fortunatamente il tentativo disperato da parte di media e istituzioni culturali e politiche del paese di far calare il sipario su un evento così importante per tutti coloro che lo hanno vissuto direttamente o indirettamente e per la storia non solo del paese, ma anche e soprattutto dei conflitti politici a livello internazionale, sta andando incontro a una sconfitta sempre più netta.
E’ pure vero che per ora sui manuali di storia delle superiori troviamo pagine e pagine per giustificare l’11 settembre e le guerre che ne sono state l’inevitabile reazione (o origine, forse siamo noi che non abbiamo capito nulla!), mentre non troviamo neanche un paragrafo sul G8 di Genova. Ma la memoria delle persone è diventata più viva negli ultimi anni, anche grazie al lavoro di molti gruppi, collettivi e individualità che non si sono stancate di seguire ciò che è rimasto di quegli eventi: i processi.

Seguire i processi di Genova non è un hobby molto raffinato, anzi è qualcosa che ti costringe a ingoiare quintali di bile e di delusioni, di ghigni dietro le spalle di avvocati difensori che credono di aver capito tutto della vita e di chi sono i vincenti (loro) e chi i perdenti (noi), di tribunali che si compiacciono alla sola visione di un dirigente delle forze dell’ordine e che ti costringono ai salti mortali per dimostrare loro anche le cose più banali. Non è molto divertente, ma per alcuni è un’attività necessaria per evitare che la memoria collettiva perda pezzi, subendo la violenza della spugna aggressiva e arrogante di chi esercita il potere e la forza in maniera esclusiva nella “democrazia italiana”.
Sono passati ormai sei anni dai giorni di Genova, e tra ventiquattro mesi un nuovo G8 verrà ospitato nell’isola della Maddalena, nascosto da tutto e da tutti, all’interno di una base militare (e magari con qualche avanzo di armamento giusto per stare tranquilli).

Intanto i processi vanno avanti: decine di processi civili per arresti illegali, pestaggi gratuiti, presunte resistenze che si rivelano semplici giustificazioni per una manganellata inutile e violenta. Ma anche cinque importantissimi processi penali, molti dei quali vedranno la loro conclusione nell’arco del 2008.
Proviamo a fare il punto della situazione su questi ultimi.

Da un lato abbiamo due processi contro i manifestanti.
Il primo è un processo indiziario definito “Processo al Sud Ribelle”, con sede Cosenza, unica città nella quale i carabinieri dopo aver girato per mezza Italia hanno trovato un pm compiacente. Il processo, che coinvolge anche nomi famosi e meno famosi del movimento, è un autentico delirio privo di alcuna ancora a fatti reali: le persone sono processate per mail e comunicazioni che delineerebbero presunti piani eversivi, ma senza che questi possano essere collegati a un qualsiasi evento concreto e reale. Il processo va avanti da anni e continua nel silenzio e nel ridicolo generale. La speranza è che presto finisca per scoppiare come la bolla di sapone che ne potrebbe essere il simbolo.

Il secondo processo contro i manifestanti è quello che vede 25 persone (di ogni area politica) imputate di “devastazione e saccheggio”, un reato risalente all’immediato dopoguerra e che, rimasto impigliato nelle briglie senza tempo del codice penale sempre più da rifare, è diventato la punizione esemplare perfetta da pensare per chi si macchia di reati politici. Non è un caso che dopo Genova i principali eventi politici sfociati in scontri di piazza abbiano trovato pubblici ministeri che hanno provato con decisione a usare un reato così grave. Chiunque disponga di un minimo senso di osservazione si chiede come mai contemporaneamente pm di Torino, Genova, Milano, Roma decidono di rievocare un reato di cui nessuno sentiva parlare da decenni. A pensar male si fa peccato, ma raramente si sbaglia, no?
In Italia purtroppo esistono già 18 persone condannate per l’articolo 419 c.p.: manifestanti presenti al presidio che l’11 marzo 2006 a Milano si è trasformato in mezz’oretta di scontri con la polizia, e che sono stati condannati estendendo il concetto di concorso morale a quello di concorso per presenza. Non è un caso che Canepa e Canciani (i pm genovesi titolari del processo ai 25 per i fatti del G8) abbiano giocato tutto sul concetto di compartecipazione psichica agli eventi per condannare i manifestanti imputati dei disordini durante le giornate del G8. Della serie: unisci i puntini.
A Genova rischiamo di vedere reiterare una condanna che non ha nulla di giuridico ma molto di politico: venerdì 22 giugno 2007 andrà in scena l’ultima testimonianza del processo ai 25, e dopo le arringhe, in autunno, assisteremo alla sentenza, che potrebbe significare una pena dagli 8 a 15 anni per tutti gli imputati. Su quel banco potrebbe esserci chiunque di noi, una qualsiasi delle persone che si sono trovate a Genova quel giorno. Se il processo si concluderà con una condanna, finalmente lo Stato attraverso un tribunale avrà sancito che opporsi alle forme conclamate di potere transnazionale è un reato che va duramente represso e schiacciato. Eravamo in 300 mila in quei giorni a pensarlo: dovremmo essere altrettanti adesso a chiedere di assolvere i venticinque o di condannarci tutti.

Ovviamente nel mondo delle telenovelas politiche, dei Mastella e delle pantomime sulle intercettazioni, dei Berlusconi uber alles, assistiamo anche al tragicomico corso di processi che cercano di sancire con una sentenza quello che la storia già conosce: le responsabilità delle forze dell’ordine nella repressione selvaggia del 20 e 21 luglio 2001, la tradizione della polizia e dei carabinieri in Italia a nascondere e falsificare prove, ad autoassolversi, a pensare sempre di poter evitare di essere giudicati come tutti gli altri in un aula di tribunale.
Le prime vittime del proprio hubris militare sono i sei agenti della DIGOS implicati nel cosiddetto processo Perugini (dal nome dell’allora vice capo della DIGOS e più illustre imputato, nonché protagonista dell’evento centrale per cui gli imputati sono a processo): Del Giacco, Raschellà, Perugini, Mantovani, Pinzone, De Rosa sono accusati di lesioni, falso ideologico e calunnia. De Rosa ha scelto il rito abbreviato ed è già stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione, sospesi per la condizionale. Gli altri attendono l’esito del processo che li accusa di aver pestato a sangue freddo una decina di ragazzini (tra cui MM, 16 anni, il cui viso con lo zigomo fuori posto di qualche centimetro è sicuramente nella mente di molti lettori), e di aver falsificato il verbale di arresto accusandoli di resistenza aggravata. La sentenza di questo processo sembra essere scritta, ma nella vita italiana non si sa mai: non è certo l’ultimo mistero buffo ad essere stato trasferito nel cestino della storia senza alcuna verità.
Il secondo grande processo nei confronti delle forze dell’ordine è quello per le torture di Bolzaneto, la caserma nella quale più di 300 persone furono portate per essere identificate subendo vessazioni, minacce e botte per tre giorni filati. 47 persone tra medici, agenti della penitenziaria, carabinieri e poliziotti sono imputati per abuso d’ufficio e lesioni (solo in alcuni casi). Il processo ha visto snocciolare impressionanti testimonianze che hanno fatto rimpiangere l’inesistenza del reato di tortura (ma quello di devastazione e saccheggio esiste, e non si vede all’orizzonte la possibilità di vederlo eliminato dal nostro codice penale…).

L’ultimo grande processo che vede imputati metà degli attuali vertici della Polizia Italiana e un discreto numero di dirigenti del VII Nucleo del Reparto Mobile di Roma, è quello per il pestaggio sanguinario e l’arresto di 93 persone che dormivano nella scuola Diaz a Genova, di fronte al mediacenter di Indymedia e GSF. La notte del 21 luglio 2001, il VII Nucleo capeggiato da Vincenzo Canterini e Michelangelo Fournier guida l’irruzione nella scuola Diaz, decisa in Questura dai vertici della polizia e dagli esperti della DIGOS genovese (Mortola, n’est pas?): la polizia afferma di aver dovuto fronteggiare una pesantissima resistenza, di cui non c’è traccia nei filmati a disposizione e che cozza con la molta gente aggredita nei propri sacchi a pelo, e di essere intervenuta per la certezza di trovare pericolosissime armi all’interno della scuola. In effetti verranno ritrovate due bottiglie molotov (oltre a molto materiale di un cantiere che era presente nella scuola e che verrà addebitato alle persone arrestate), che però si scopriranno essere state poste all’interno della scuola dagli stessi dirigenti della polizia: un video di Primo Canale immortala infatti Gratteri, Luperi e molti altri dirigenti con in mano un sacchetto azzurro contenente le bottiglie molotov all’esterno della scuola. La testimonianza del vice questore aggiunto Pasquale Guaglione, che ha ritrovato quelle stesse bottiglie sul lungomare nel pomeriggio non lascia dubbio a pm e sani di mente in tutta la penisola: la polizia aveva bisogno di un’operazione che bilanciasse le figuracce rimediate nei due giorni, e piena di rabbia e di voglia di vendetta si è scagliata in una scuola menando gente a caso e quasi ammazzando quattro persone. Il tutto convinti della generale impunità che la violenza di stato (esplicita o fatta realizzare da terzi come nel caso delle bande neofasciste di tanta parte degli anni settanta) ha sempre goduto. Il processo continua e le tesi sopra esposte non sono più una supposizione di un partigiano come me, ma verità che tutti, dalle vittime fino all’ex vice capo della polizia Andreassi e allo stesso Fournier (che hanno confermato la natura “compensatrice” dell’operazione e l’uso spropositato e gratuito della forza da parte delle forze dell’ordine), sono venuti a raccontare in aula per il raccapriccio della corte e di chi le ha volute ascoltare e leggere.

Tutti questi processi, tutti questi nodi che cercano in un aula di tribunale di acquisire elementi che possano corroborare i libri di storia con il suggello dell’ufficialità istituzionale, potrebbero vedere la loro fatidica sorte nel corso del 2008. E se è vero che la nostra memoria è il migliore libro di storia, uno che si può tramandare attraverso le parole, le sensazioni e le certezze di chi ha vissuto quei giorni, è altrettanto vero che Genova non sarà un capitolo di storia fino a quando queste vicende non vedranno una conclusione. Rimarrà un pezzo della nostra vita che alimenta quello che facciamo e costruiamo tutti i giorni, nel timore che prima o poi venga gettato nell’oblio da chi cerca di convincerci che resistere e lottare non è un’opzione percorribile. Genova è tutti i giorni, Genova è di tutti noi, Genova non è finita, Genova è la verità sotto la pelle dello Stato.

Approfondimenti

Print riassuntivo dei processi aggiornato al giugno 2006 (presto uscirà una nuova versione);

Sito supportolegale;

Sito sui fatti dell’11 marzo (con un testo sulla devastazione e saccheggio).

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