di Mauro Vanetti

Digressioni su digressioni sui viaggi contrari e paralleli di Bush e Chávez in America Latina

Disfiamoci subito del vezzo del titolo.
bushchavezimp1.jpgIl riferimento è naturalmente a Il generale nel suo labirinto, di García Márquez, dove il generale è Simon Bolívar morente, che vaga per il labirinto metaforico dei ricordi della sua vita (marziale, politica, erotica, morale), ma con la sua morte naturale conclude anche il suo errare per il labirinto geografico del Sudamerica, trasformato in quegli anni in un enorme campo di battaglia. Il labirinto quindi è qui anche l’America Latina, percorsa in lungo e in largo dal Libertador, costretto anche spesso (come in ogni errare labirintico che si rispetti) a tornare sui suoi passi per reprimere una controinsurrezione o per affrontare un tradimento, perdendo il filo di Arianna per ritessere quello di Penelope.

Al posto del generale, ci abbiamo messo l’imperatore. L’imperatore è ovviamente George Bush Jr, di cui si è detto di recente, in seguito ad approfondite analisi scientifiche dei suoi discorsi, del suo lessico, dei suoi risultati scolastici nonostante le raccomandazioni paterne, che è il presidente statunitense più stupido di cui si abbia traccia nonché l’unico a non aver mai scritto niente, né un libro di scemenze né un articolo universitario scopiazzato da qualche parte. Insomma: imbecille, viziato, sanguinario e potentissimo. Sembra fatto apposta per essere odiato.

Invece l’imperatore sta cercando di farsi amare; è ambizioso e il labirinto che ha scelto, e in cui finirà inevitabilmente per smarrirsi, va dall’Argentina fino alla “Gran Colombia” fondata da Bolívar (che oggi è artificialmente divisa in Venezuela, Colombia, Ecuador e Panama) e include anche tutto il Centroamerica, quella gigantesca propaggine di America Latina perennemente infiammata dal contatto ravvicinato con gli Stati Uniti (come la pelle dei polsi e delle caviglie degli schiavi, irritata dai ceppi). Dall’8 al 14 marzo 2007 la sua tournée politica ha toccato Brasile, Uruguay, Colombia, Guatemala e Messico, ma è chiaro che il messaggio imperiale era rivolto anche ai posti che non ha potuto raggiungere fisicamente.

Il legame e il contrasto tra l’imperatore colonialista e il generale liberatore ci è suggerito da Bush stesso, che alla fine del viaggio ha parlato di Bolivar e di Washington dicendo: “Noi siamo i figli e le figlie della loro lotta e la nostra missione è completare la rivoluzione che essi iniziarono nei nostri due continenti”.

Come prima cosa, l’accoppiata non è molto ben assortita. La somiglianza tra il generale che guidò le truppe indipendentiste delle 13 Colonie contro la Corona Britannica, e il generale che diversi decenni dopo sconfisse la feroce monarchia spagnola, mostra qualche crepa ad un’analisi più approfondita. Vogliamo distrarci un attimo con una digressione? Sia chiaro però: non è questo il punto.

Digressione: Washington e Bolívar

George Washington era l’esponente principale dell’ala più moderata e timorosa dell’indipendentismo nordamericano: zelante nel trasformare l’esercito guerrigliero dei patrioti americani in un esercito regolare il più vicino possibile agli standard di rispettabilità dei britannici, da primo presidente degli USA fu filoinglese, sostenitore della fazione oligarchica (federalista) e contrario ad intervenire a favore della Francia rivoluzionaria, con grande scorno del partito jeffersoniano. Mezzo anglicano e mezzo massone, aveva in ogni caso un moralismo da signorotto inglese e ancora oggi è il protagonista di una penosa aneddotica per scuole elementari (il taglio accidentale del ciliegio ecc.). Militarmente, era tutt’altro che capace: può sembrare incredibile ma il Paese con la più potente forza militare del mondo ha intitolato la propria capitale ad un generale che ha vinto solo pochissime delle battaglie che ha combattuto (e alcune delle quali per una miscela di fortuna ed intrighi di intelligence, come la “gloriosa” battaglia di Trenton che si concluse con una sconfitta del Re per 23 morti a 0, poco più che una scaramuccia insomma). Era proprietario di schiavi che non liberò mai ed era soprannominanto “Distruttore di Villaggi” dagli irochesi.

250px-Simon_Bolivar.jpgSimón José António de la Santísima Trinidad Bolívar Palacios y Blanco, Libertador del Norte (si intende il Nord del Sud, perché il Sud del Sud l’ha liberato quel Santander che fu poi suo acerrimo avversario), può essere liberamente criticato da sinistra: per esempio Karl Marx lo strapazzò in uno dei suoi peggiori articoli, ma va detto che una volta tanto il Moro pare che su alcuni punti fosse decisamente mal informato, essendosi basato esclusivamente su tre scritti di alcuni generali rivali e calunniatori del Libertador. Per evitare anacronismi, tuttavia, riconosciamogli perlomeno di essere stato sempre un rappresentante di valore della rivoluzione nazional-democratica. Illuminista, si dice che fosse un po’ schifato dall’incoronazione di Napoleone Bonaparte, idolatrato invece da molti democratici e repubblicani e da lui stesso fino a pochi anni prima, e la leggenda vuole che in quell’occasione, a Roma, abbia giurato di liberare le Americhe dal giogo di Madrid. Sicuramente questo cipiglio ci ispira più simpatia di quello di un George Washington, che sembra mosso più che altro dal sacro furore che coglie ogni bottegaio quando si reca dal commercialista per adempiere (o per cercare di eludere) i propri doveri fiscali. Politicamente, si schierò contro ogni tentativo di conciliazione con l’imperialismo spagnolo; sulle modalità di organizzazione della lotta indipendentista e del nuovo ordine liberale, fu in genere fautore di misure drastiche per il consolidamento di un’unica repubblica ispanoamericana, opponendosi tanto a “sottiglienze” costituzionali ed egualitarie (che interpretava come “intrighi” portatori di anarchia e divisioni) quanto allo smembramento della Gran Colombia, che invece fu perseguito prontamente dai nuovi potentati locali. Era un bianco abolizionista della schiavitù, seppure in modo abbastanza prudente vista l’opposizione dell’oligarchia creola, e nel suo libro García Márquez ne romanza credibilmente il dissidio interiore quando, nel 1817, mandò a morte il generale Manuel Piar, meticcio ed insubordinato. Come militare, infine, anche se con qualche importante aiuto inglese fu sicuramente un condottiero capace. Siamo insomma di fronte ad una figura ambigua, il che peraltro non stupisce trattandosi di un pezzo di storia di un continente labirintico.

Digressione: gli RGM

Perché un richiamo, così irrituale per un capo di Stato conservatore, al periodo delle rivoluzioni borghesi nelle Americhe, la bellezza di duecento anni dopo? Perché Bush si mette a giocare con il panamericanismo?

Si alludeva prima al fatto che il labirinto è da sempre ottimo habitat per creature ibride ed il fatto è — e sono ben conscio di dire qualcosa di molto banale e risaputo — che i neo-con sono in effetti dei reazionari geneticamente modificati (RGM).

Un reazionario al naturale è una cosa tipo Winston Churchill, Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Helmut Kohl o se vogliamo anche Augusto Pinochet. Gente “per bene”, impassibilmente spietata, pappa e ciccia con l’élite economica che rappresentano e di cui condividono i modi esteriormente posati, la freddezza nel rovinare la vita a migliaia di vite, la pervicacia ipocrita nel mostrarsi sereni, determinati ed in fondo insensibili all’opinione popolare nel condurre la propria politica. I reazionari di questa specie non si fingono amici delle masse, se non nella forma di presunta “maggioranza silenziosa” (che è un modo elegante per dire il ceto medio più quella parte di proletariato che si è adagiata sulle opinioni del ceto medio o che addirittura si illude di farne parte); ad ogni modo, dichiarano esplicitamente la propria ostilità verso ogni forma chiassosa di retorica da comizio, verso ogni folla organizzata che marcia; ai loro occhi ogni assembramento, che non consista di vecchi amici seduti ad un tavolino per un té, è un’adunata sediziosa; ogni ideale o valore assolutizzante, che non ammetta di essere stemperato da un po’ di senso comune e che non tolleri di compromettersi con le esigenze prosaiche del “saper vivere”, è pericoloso fanatismo; ogni frase lapidaria, pronta a farsi slogan e comparire su uno striscione o su un volantino, merita di essere sdrammatizzata e svilita con un’occhieggiante battutaccia andreottiana. Reazionari di questa risma sanno veleggiare solo col vento in poppa; nei periodi più grigi nella vita sociale e politica di un Paese, quando il Big Business tende a spuntarla sempre, quando chi è “contro” si sente ogni giorno più isolato, quando gli scioperi vengono domati, i giovani vengono narcotizzati, l’opposizione diventa Opposizione di Sua Maestà o è costretta ai margini della scena, quando insomma è in corso una restaurazione, è a questo tipo di umanità che si affidano i destini delle nazioni.

Gli RGM, invece, sono quelli che servono ad andare di bolina, quando il vento tira dalla parte opposta. A volte filano anche rapidi, si arrampicano sopravento con una serie magistrale di virate, sembrano in gamba e trionfanti, nascondendo così di rappresentare solo un tentativo disperato della società ufficiale di sfuggire dai rischi di una crisi rovinosa mediante una secca sterzata a destra. In cosa consiste però la mutazione genetica? Nell’assimilazione, almeno superficiale, di alcune caratteristiche degli avversari, ossia della sinistra.

È un luogo comune, letterario e mitico, quello della corruzione del protagonista buono a causa dell’utilizzo dei mezzi dell’antagonista cattivo. Spesso questa idea è usata per inviare dei messaggi morali piuttosto stucchevoli; se ne potrebbero fare esempi recenti: ne Il signore degli anelli, l’Unico Anello corrompe gli hobbit e rischia di farli cadere in potere di Sauron; nel film Le crociate, il pacifico e tollerante protagonista si salva la coscienza rinunciando a prendere il potere con un complotto violento e così lascia Gerusalemme alla mercé del fanatico templare Guy de Lusignac, il quale scatena una guerra sanguinosa che finisce con la caduta della città nelle mani di Saladino (bel risultato). È stato meno esplorato un tema molto più interessante: come, invece di corrompersi, ci si possa rafforzare adottando alcuni dei mezzi del nemico. Nella preistoria dei giochi per PC troviamo il semplice ed elegante Prince of Persia, in cui in un livello progredito del videogame un avversario imbattibile e speculare al protagonista era sconfitto deponendo l’arma e fondendosi con lui. Nei Matrix dei fratelli Wachowski, l’agente Smith diventava più potente (ma anche più incontrollabile da parte della Matrice) perché veniva parzialmente “sovrascritto” dall’Eletto. Questa è in effetti un’idea piuttosto geek, ricorda i virus o le intrusioni telematiche, ma è anche un antico tema socialista e poi della dialettica leninista: “costruire la società nuova nel guscio della vecchia”, come diceva lo slogan wobbly che incantava Dos Passos, sfruttando ogni spazio lasciato aperto dal sistema. Ecco, gli RGM al contrario sono preservatori della società vecchia, che si ingusciano in pezzi di involucri progressisti.

Questi mutanti si mescolano alle folle e le guidano, vogliono apparire vicini al popolo ed interpreti delle loro ambizioni più profonde, come e meglio della sinistra perché loro non hanno affatto bisogno di filtrar via il peggio delle masse: il razzismo, la violenza, il maschilismo, l’arroganza. Loro prendono tutto questo e lo impastano per bene col loro liberismo, con il loro perbenismo un po’ burino, vantano i loro miliardi quando parlano col popolino ma lasciando intendere che come loro sono un po’ popolani, così anche le masse amorfe che li seguono possono sentirsi un po’ parte della gente che conta, possono sperare almeno in un occhiolino fatto dal palco proprio a ciascuno di loro. Il fascismo è il capostipite di tutti loro, senza sovrascrivere il proprio programma con un po’ di Biennio Rosso il fascismo non sarebbe mai andato al potere e sarebbe stato un investimento sprecato per gli agrari e gli industriali che ne armarono le bande. Sì, lo so, nella descrizione ci siamo anche fatti prendere la mano dal modello di Berlusconi: quello è senz’altro un buon esempio di reazionario mutante dei nostri tempi, infatti. Qui però si parlava del tour di Bush in America Latina.

Ora basta digressioni!

Se Bush è un reazionario mutante, si capisce bene perché abbia buttato lì il riferimento a Washington e a Bolívar. Bush vuole combattere il panamericanismo di sinistra con un panamericanismo di destra, vuole combattere le promesse di rinnovamento e di giustizia sociale che vengono dai líder di sinistra del Nuovo Mondo con altre promesse simili, ma di destra (l’imperatore ha detto: “la povertà, la disuguaglianza e l’esclusione sociale nelle Americhe sono inaccettabilmente alte” e quindi ci vuole “un capitalismo per i contadini, un vero capitalismo”). Bush promette che l’unificazione delle Americhe in un blocco di libero commercio dominato da Washington (la città) realizzerebbe il sogno dell’unità americana che fu di Bolívar (il generale). Ed è chiaro, secondo la legge delle briciole che cadono dal tavolo, postulato supremo di ogni liberista, che le briciole dei vari NAFTA, CAFTA e ALCA cadute dall’elegante tavolo dei superpadroni del Nord America sul banchetto ben imbandito dei subpadroni del Sud, in qualche misura potranno anche cadere pure da questa seconda mensa nelle fauci fameliche delle masse latinoamericane, già pronte a farne dei taco per le proprie immense proli. Come anticipo di questo provvidenziale sbriciolamento del pancake (e correndo dietro alla Operación Milagro promossa dall’asse Cuba-Venezuela per promuovere la chirurgia oculare gratuita a livello contintentale), l’imperatore ha promesso che una nave medica delle forze armate statunitensi batterà i porti dell’America Latina per portare soccorso a 85mila infermi.

Si è fatto un gran parlare, qualche anno fa, quando si affermava aggressivamente il rilancio dell’ideologia neo-con attraverso l’azione e il discorso dell’amministrazione Bush Jr, delle radici di sinistra di questa dottrina, e si sono fatti due nomi di “ispiratori occulti” del pensiero neo-con: Maximilien Robespierre, perché proponeva un’imposizione violenta della democrazia, e Lev Trotskij, perché propugnava la rivoluzione permanente, l’espansione del socialismo su scala internazionale. Quest’ultima insinuazione è sostenuta da “prove” come la presenza nelle fila neo-con dell’ex trotskista Stephen Schwartz e di ex seguaci dell’ex trotskista Max Schachtman (ecco un paralogismo che potremmo chiamare Ex hoc ergo propter hoc). Naturalmente è una scempiaggine, nelle rivoluzioni dell’89 e del ’17 il ruolo più adatto per Bush sarebbe senz’altro quello di re di Francia o di zar di tutte le Russie; chi ha proposto questa analogia non ha capito che gli RGM hanno sovrascritto la propria ideologia con pezzi sparsi delle idee del proprio nemico. Non è solo un camuffamento: i reazionari mutanti tentano di mobilitare le masse e non lo puoi fare con la curva di Laffer e la dottrina della separazione dei poteri. Lo puoi fare con Libero e con un milione di posti di lavoro. Lo puoi fare con la guerra al terrorismo e con la promessa di un nuovo secolo americano. Serve messianismo, servono bandiere che sventolano, serve una canzone scema che ti si pianta in testa. “Un programma è una bandiera piantata nella testa della gente”, diceva Engels; l’hanno imparato più loro di tanti comunisti.

Si dice che Robespierre abbia detto una volta che nessuno ama i missionari armati di baionetta. Se l’ha detto, è stato più saggio di Bush. Proprio perché i neo-con non sono veramente giacobini, questa lezione dell’Incorruttibile l’hanno sempre rifiutata. I neo-con non sono la Montagna, sono la Palude, ma una palude da cui è uscito il mostro del lago. Robespierre andrebbe emendato: i missionari armati non sono per niente amati nei posti in cui vengono mandati, ma sono spesso molto amati in patria. Non c’è modo migliore per organizzare una spedizione militare che far credere all’opinione pubblica che si stia compiendo una grande missione storica; gli stessi soldati amano pensarsi come missionari; i parlamentari di sinistra, poi, sono quasi tutti contentissimi di poter votare a favore delle invasioni militari dicendo che si tratta di missionari umanitari. Insomma, sono in molti in verità ad amare i missionari con la baionetta. Almeno finché sembra che vincano.

Trotskij è molto più popolare nelle Americhe che in Europa, ma è evidente che, dalla caduta del Muro di Berlino e poi dell’intero blocco est-europeo, la damnatio memoriae che lo aveva colpito dagli anni Trenta è stata spezzata. È facilmente comprensibile il maggiore appeal che hanno oggi la visione coraggiosa di un socialismo che “ha bisogno della democrazia come il corpo umano ha bisogno dell’ossigeno” e quegli ideali internazionalisti e consiliari (“sovietici” usando la parola russa) dell’Ottobre che furono sepolti dalla mutazione stalinista (sempre per restare in tema biologico, un amico ricercatore, oggi scomparso, definì la burocratizzazione dell’Unione Sovietica un “ripiegamento inattivante” come si dice in chimica organica). Dopo tanti anni, lo sdoganamento del trotskismo è quasi completo nell’estrema sinistra mondiale, ma questo vale specialmente per l’America Latina, se è vero, come è vero, che Hugo Chávez (e finalmente introduciamo il secondo protagonista importante di questa storia inconcludente e troppo piena di comparse) ha raccontato con la consueta giovialità, alla cerimonia di insediamento del nuovo governo, che un giovane ministro del suo esecutivo (Rivero, che ora dirige il dicastero del Lavoro), accettando con una certa sorpresa l’incarico, gli aveva confessato tuttavia di considerarsi un seguace delle idee del famoso rivoluzionario russo, oppositore di Stalin e fondatore della sfortunata Quarta Internazionale; e il rieletto presidente del Venezuela ha detto ai presenti di avergli risposto: “Be’, qual è il problema? Sono trotskista anch’io! Sono molto della linea di Trotskij: la rivoluzione permanente!”. Certo, è una battuta, ma una battuta indicativa: il presidente e più in generale l’ala veramente combattiva del movimento chavista non intendono confinare entro il territorio venezuelano il proprio duello con gli USA e con quella che un tempo Chávez chiamava “oligarchia” e che oggi chiama sempre più spesso semplicemente “borghesia”.

È ovvio che il richiamo di Bush a Bolívar non sia casuale. Era un guanto di sfida lanciato al bolivarismo chavista o, se vogliamo, una provocazione. La mossa è troppo furbetta per essere farina del sacco dell’imperatore. Ad ogni modo, la sfida è stata raccolta e mentre l’Air Force One volava verso il Brasile, Chávez si dirigeva in Argentina.

(…CONTINUA…)

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