di Massimo Gardella

roscoe.jpg[Scrittore e musicista, Massimo Gardella si occupa della gestione e dei contenuti del sito 24sette.it]

Alle prime luci dell’alba, fioche come la pelle di un morto, Roscoe esce sulla veranda e guarda i campi circostanti. È ora di cambiare una o due cose qui, pensa, poi torna dentro e si prepara un caffè. Non c’è canto d’uccelli ad accogliere il nuovo giorno, solo il silenzio della valle. Mentre la moka aspetta di brontolare, Roscoe sale in camera da letto e raccoglie le chiavi della sua Avalanche, prende il portafogli sul comodino e getta un’ultima occhiata al libro lasciato a metà di fianco all’abat-jour.

Scende le scale di legno tarlato che scricchiolano sotto i suoi settantacinque chilogrammi di peso e gli scarponi invernali. Si ferma a metà, rimugina mugugnando e torna sui suoi passi. Le cazzo di sigarette. Apre un altro cassetto ed estrae tre pacchetti di Winston morbide da una stecca quasi esaurita. Giuro che smetto, pensa. Affonda le mani nelle tasche dei jeans sdruciti e tira fuori un accendino Bic mignon blu. Lo rigira tra le dita cancellando ogni pensiero dalla sua mente, quindi lo infila nell’altra tasca e scende in cucina. Il caffè è pronto.
La tazza con il maiale che fa OINK! è sempre al suo posto, l’ultimo regalo della sua ultima ragazza, in senso assoluto. Il porco, che animale curioso. Mentre sorseggia la bevanda calda e corroborante osserva il paesaggio dalla finestra. Questo posto… pensa Roscoe. Trangugia il liquido bollente a velocità missile, quindi getta la tazza sul pavimento frantumandola. Prima di uscire mette nello zainetto un maglione pesante di lana grezza. Sospira. Roscoe appoggia le mani sul caminetto come un maratoneta prima di lanciarsi nella corsa. Lenta e inesorabile, come la sua vendetta.
È ora di tornare a casa, Roscoe, regolare i conti in sospeso. Finirà tutto presto, ed è un viaggio senza ritorno, questo lo sa. E chi se ne fotte. Fanculo a tutto. All’educazione inutile per cui la sua famiglia ha compiuto sacrifici in odore di santità, alla sua ragazza di cui vorrebbe dimenticare ogni particolare ma non riesce a farlo, fanculo.
Non oscura nemmeno le finestre, si dimentica o se ne frega di chiudere la porta di casa a chiave. Fuori l’aria è frizzante, Roscoe si prepara a guidare verso il gelo. Lo spiazzo sul retro è occupato dall’auto e da una pila di libri, vestiti, fotografie, la sua collezione di vinili, i cd e i dvd, le videocassette, la sua vita, un catartico falò. Roscoe si ferma a ridosso del tumulo di memorabilia, afferra il Bic mignon blu e si accende una sigaretta. Cerca d’immaginarsi quando in questo luogo arriverà la civiltà, senza cultura ed esperienza, solo proiettata verso il futuro, cieca e forse per questo pura nella sua giustizia che non tiene conto di niente. Di niente. Fanculo.
Roscoe apre la cerniera dello zaino, con una mano cerca sicuro la tanichetta di benzina per lo Zippo che non ha mai avuto e toglie il tappo di plastica rossa da piromane. Non c’è più un uomo in quella casa, nessuno. Quand’era bambino si chiedeva se chiamarsi Roscoe non avrebbe penalizzato i suoi rapporti col mondo. Benzina. Suo padre era morto inzuppato di benzina, nel rogo della stazione di servizio vicino alle segherie del Nord, dove lui stesso aveva lavorato per quasi venti estati mentre suo padre sgobbava come un asino perché avesse un’istruzione. L’aveva avuta, e poi? Un cazzo. Un enorme cazzo di niente. Solo l’incendio doloso che aveva bruciato suo padre e condotto Roscoe alla sua vera natura, al suo destino immacolato e implacabile: la vendetta.
«Siete fottuti!!!» urla Roscoe invocando il demone delle fiamme, svuotando la tanichetta di benzina per lo Zippo che non ha mai avuto dopo avere staccato coi denti il tappo di plastica rossa da piromane. Roscoe strappa la pagina del quaderno dove ha scritto la storia della sua vita, credendo che potesse interessare a qualcuno. Merda, dice ad alta voce pensandoci, e appicca fuoco alla pagina con il Bic mignon blu. Con il volto illuminato dal bagliore combustivo sorride, pensa al sangue. Butta la pagina sulla pira e una lingua infuocata scatta snella verso il cielo. Roscoe non si ferma per un ultimo saluto, si adopera perché il fuoco divori tutto, sacrificando una dopo l’altra le pagine del quaderno, i suoi appunti per romanzi eccezionali, le sue meravigliose canzoni che non fregano a nessuno. Neanche a lui, ormai. Quindi sale sulla Avalanche e parte verso il gelo.
Un viaggio lungo come un’ipnosi inavvertita, da cui ci si risveglia intontiti e quasi perduti in amnesie parziali. La temperatura scende mentre Roscoe oltrepassa pellegrinando cittadine assopite e una natura ostile che lancia grida agghiaccianti di dolore e morte. Boschi verdi come muschio preistorico, cupi e popolati da druidi sanguinari, uccelli mitologici e orsi alti come orchi, ma niente più terribile della vendetta di Roscoe, contro la vita stessa, il futuro, la speranza. Il nulla ci assorbirà tutti come un buco nero, o voi che gioite dei successi del presente.
Roscoe batte le mani sul volante, tiene tempi immaginari, non vede l’ora di arrivare a destinazione e quando lo fa si fionda direttamente nella casa di suo padre, la sua patria in metri quadrati. Cucina, terzo cassetto dall’alto, sotto il nastro adesivo e la colla stick, coperto da un guanto da forno, ecco il mazzo di chiavi dell’armadio vietato del padre, robe da grandi.
Soggiorno, a destra della modesta biblioteca avita, un due ante in noce costruito da suo padre stesso per non pensare al resto. Il resto: la madre costretta a letto, malata per l’esposizione a sostanze cancerogene nella fabbrica dove lavorava, che non aveva le misure di cautela adeguate alle normative di legge. Sua madre che ripeteva sempre di non avere trovato di meglio perché non aveva studiato, sua madre così limitata e dolce proprio per la sua spontanea ingenuità. Era stato cattivo con lei, Roscoe, non aveva capito il suo male. Se n’era infischiato, ecco la verità. Non le era era stato vicino come avrebbe dovuto fare, anche lui era colpevole della sua morte. Ma ora avrebbe regolato i conti in sospeso, con tutti loro, lui compreso. Pulizie di primavera. Le chiavi entrano svelte, le ante si spalancano, Roscoe impugna il fucile da caccia di suo padre, un Remington, un gioiello di tecnologia balistica, e una Beretta calibro nove con colpo in canna. Prende con sé due scatole di proiettili dall’armadio e li butta nello zaino insieme alla pistola, esce dal soggiorno e poi dalla casa.
Roscoe sale in macchina, guida per qualche isolato e si ferma davanti alla chiesa, trasferisce la Beretta dallo zaino alla cinta dei pantaloni, esce dall’auto e sale i gradini fino all’ingresso. Non fa il segno della croce una volta dentro, non si bagna la fronte con l’acqua santa, cammina lungo la navata centrale, sbircia le lunghe canne ossidate dell’organo e l’altare e prende la porta di sinistra per la sagrestia.
Lui è lì.
Sta infilandosi l’abito per la messa, Roscoe si accorge che lo riconosce anche se sono passati anni e l’ultima volta che l’ha visto era più basso di venti centimetri e guardava i cartoni animati ogni sacrosanto pomeriggio. Roscoe lo fissa, lui sa. Roscoe estrae la Beretta dalla cinta e la punta in mezzo agli occhi del prete, imbolsito dagli anni e dal peccato. Il prete fa in tempo a sussurrare: «Figlio di puttana» e Roscoe svuota il caricatore sulla sua testa anche dopo averla frantumata con la prima detonazione. Infierire su un cadavere, peccato mortale. Come non impedire che un poveraccio muoia nell’incendio di una stazione di servizio. Ma ora ha pagato il suo conto.
Meno uno.
Roscoe bestemmia prima di uscire, in silenzio, tra i denti. E sorride. Fanculo.
Lascia la Avalanche davanti al tempio e procede a piedi, si tratta solo di qualche minuto. Per strada ci sono poche persone, ma quelle che incrociano Roscoe scappano terrorizzate appena si accorgono che il ragazzo se ne va in giro con una doppietta sottobraccio. Roscoe non vede nessuno, solo ombre che si allungano sull’asfalto e i muri degli edifici come rampicanti granulari, creature vaporose dell’oltretomba.
Roscoe entra nell’ufficio di polizia, un giovane agente esce dal cesso e se lo trova davanti. Inebetito per la sorpresa, l’agente muove terrorizzato le pupille da Roscoe alla Beretta ancora fumante ma di nuovo pronta a sparare. Roscoe solleva l’arma: «Fuori» intima. Il poliziotto si alza e schizza in strada senza nemmeno voltarsi, continuando a correre. Insieme a tutti gli altri.
Roscoe infila la Beretta nella cinta, imbraccia il Remington e lo appoggia all’avambraccio da vero cacciatore mentre cerca nel silenzio dell’ufficio le Winston morbide nei jeans sdruciti. Se ne infila una in bocca, miracolosamente dritta, prende il Bic mignon blu e l’accende, toglie il cane al Remington e lo punta davanti a sé aspirando dalla sigaretta.
Lui esce dal suo ufficio proprio in quel momento.
«Roscoe» gli dice lo sceriffo.
Anche lui sa.
«Cosa ci fai qui?» continua lo sbirro. È ingrassato in questi anni. Il porco, che animale curioso. Mangia tutto, e ha sempre più fame. Come un cancro. Il porco non fa una mossa. Roscoe lo fissa negli occhi, si chiede quanto avrà ricavato dalla proprietà di suo padre, quanto potrà valere una stazione di servizio? Era modesta, appena due pompe e l’ufficio con una macchina del caffè e qualche merendina confezionata per i pochi viaggiatori di passaggio. Eppure, il porco non aveva esitato ad appiccare le fiamme. Su commissione, ovviamente. Porci più grassi e aggressivi.
«La colpa è sua, ha dato lui l’ordine! Ti prego…» il porco è quasi in lacrime, pallido in volto.
Un colpo deflagrante in pieno petto, coriandoli di sangue e carne fresca a fontanella dalla ferita. Il cuore spappolato, asportato con il piombo, ripulito. Roscoe sputa per terra e ricarica il Remington. Esce e continua a camminare. La gente è rintanata in casa, ora le strade sono davvero deserte.
Meno due.
Svolta a un incrocio. La stazione di servizio è proprio qui dietro, a un paio di isolati. Quello che ne rimane, avanzi anneriti di macerie metalliche infuocate e stridenti. Mio padre. Fanculo.
Roscoe guarda l’orologio: le undici e mezza di tre giorni dopo la partenza. A quest’ora è sempre a farsi radere, pensa Roscoe dirigendosi dal barbiere.
Lui infatti è lì, il suo trono, come se in tutti questi anni non si fosse mai alzato dal sedile di pelle amaranto. Seduto e con il viso imbiancato di spuma bianca profumata alla lavanda, il barbiere non c’è. Lui lo guarda, non tradisce emozioni, probabilmente non si aspettava una visita del genere, pensa Roscoe.
Fanculo.
Lui si gira sulla poltrona rotante di ferro battuto, Roscoe gli punta il Remington in faccia, vuole vederla esplodere come una lattina con raudo. Roscoe non si accorge di uno scintillio sotto il lenzuolo, all’altezza delle mani. Roscoe spara, una detonazione così potente che sembrano due.
Lui è lì, sulla poltrona rotante, decollato dal colpo. Roscoe ha un capogiro. Esce in strada. Improvvisamente si sente debole, svuotato, quasi fatica a stare in piedi.
Meno tre.
È finita.
Fanculo.
Passa davanti al Caffè dove aveva trascorso anni beati a giocare alle macchinette e mangiare gelati, negli anni beati dell’infanzia. Sembra identico ad allora, pensa Roscoe. Entra con il Remington a braccetto come una fidanzata e la sigaretta penzolante, esausto. Il Caffè è davvero lo stesso. Anche il vecchio proprietario, Da ragazzino sembrava già con un piede nella fossa, non è cambiato affatto, pensa Roscoe. Il vecchio si avvicina, l’unico a non essere fuggito davanti a lui, e appoggiandosi al bancone come per accogliere un vecchio habitué gli si rivolge con candore: «Non dirmi che non lo sapevi, vero?».
«Di essere morto?» dice Roscoe.
Il vecchio senza tempo annuisce.

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