[ Minimum Fax, Roma, 2007, ISBN 88-7521-121-3
Traduzione di Elena Brambilla, con un saggio di Luca Briasco]

di Wu Ming 1

angeladavis.jpgLa citazione è d’obbligo: «Guardo le mie povere cose: / una foto di Angela Davis / muore lentamente sul muro / e a me di lei / non me n’è fregato niente mai».
Francesco De Gregori, Informazioni di Vincent, 1974. Stesso anno in cui, negli USA, la Bantam Books pubblica Angela Davis: An Autobiography.
Se si parla di accoglienza, De Gregori non stende certo il tappeto rosso all’edizione italiana (Garzanti, 1975). In realtà il cantautore non ce l’ha con Davis, ma ricorre alla sua icona – sovraesposta, inflazionata – per render conto di una distanza, un periodo di smarrimento e alienazione.
Canzone desolata, solcata da tragitti di fantasmi, Informazioni di Vincent racconta le notti bianche di un giovane derelitto, “scaricato” dalle passioni, perso alle appartenenze, forse un naufrago urbano post-movimento, o meglio, post-“gruppettaro”. «Tu conosci mica qualcuno / che è disposto a chiamarmi fratello / senza avermi letto la mano?». La risacca collettiva non è ancora iniziata, ma il disincanto è già qui. Procura ancora angoscia l’idea di cedere al pensiero dominante («E stasera ho tradito gli affetti: / ho affittato i miei occhi a una banda di ladri / Vedo quel che vedono loro»), ma la rivoluzione, d’un tratto, non fornisce alcun appiglio.

A chi affidare il ruolo dell’appiglio mancante? Quale eroe o eroina rivoluzionaria può interpretare l’assenza nel modo più icastico?
Nessuno meglio dell’onnipresente Angela Davis, protagonista di una cause cèlebre planetaria.
Angela accusata, braccata, catturata, ingabbiata.
Angela, involontaria musa di frotte di artisti e poeti, compresi Lennon («Angela, puoi sentire la Terra ruotare? / Angela, il mondo guarda a te / […] Angela, sei tra milioni di prigionieri politici nel mondo» [1] ) e il vecchio Prévert, che le ha dedicato il fondo del barile dei propri versi («Sulla sua testa, sulla sua bella testa era stata fatta un’offerta all’asta della sventura…» [2]).
Angela dipinta, disegnata, ripresa, fotografata, solarizzata, serigrafata, ciclostilata, teletrasmessa, radiocommentata, e qualcuno l’avrà pure scolpita.
Angela, talmente dentro il pop da dare il nome a un’acconciatura [3]. Angela, poster a pugno alzato, sguardo che ti scavalca e cerca l’orizzonte. Eureka.
E poi c’è da rispondere ai Rolling Stones di Sweet Black Angel (dall’album Exile on Main Street, Rolling Stones/Virgin 1972): «Ho un dolce angelo nero / appeso alla parete / Ho una ragazza pin-up / appesa alla parete / Beh, non è una cantante / e non è una star / ma di certo sa parlare bene / e si muove veloce / però quella ragazza è in pericolo / quella ragazza è in catene / eppure va avanti / lo prendereste il suo posto?».
La foto appesa in casa Jagger nel ’72 sbiadisce in casa De Gregori nel ’74. Angela è il trait d’union di due canzoni, una in ritardo, l’altra in anticipo.
Ritardo. Nel ’72 il movement americano è bello che finito; il programma Cointelpro dell’FBI ha spinto le Black Panthers a suicidarsi [4]; Angela, assolta, è una libera cittadina. La dedica degli Stones giunge fuori tempo massimo.
Anticipo. Nel ’74 l’Italia progressista si esalta per la vittoria del divorzio; ebbri di profumo di garofani, giovani attivisti visitano il Portogallo che ha sconfitto la dittatura; il riflusso pare ancora assai lontano. Le BR alzano il livello (omicidio Mazzola-Giralucci, sequestro Sossi etc.) ma ancora non attaccano “il cuore dello Stato”; la repressione c’è ma è lungi dal proprio culmine, le fughe in Francia dei sovversivi sono fantapolitica, eppure De Gregori canta già di Parigi e «una stanza con bagno prenotata a mio nome», aggiungendo che «la moquette sarà piena di topi» [5]. Con tutta probabilità, nemmeno lui si rende conto fino in fondo di quel che ha scritto e va cantando, e del resto «ieri alla televisione / mi hanno detto di stare tranquillo: / non c’è nessuna ragione / di aver paura, / non c’è proprio niente che non va».

Dall’altra parte dell’Atlantico, Angela è ben conscia della propria sovraesposizione, e si muove “tra diavolo e mare fondo”, cercando di mantenere un equilibrio.
An autobiography. Notare l’articolo indefinito: un’autobiografia, una delle molte possibili, la vita di una delle tante militanti afroamericane. Fin dal titolo, l’autrice manifesta disagio per la piega individualistica, “eccezionalista”, agiografica presa dai resumés della sua storia. Infatti sono sue queste parole:

…mi pareva che parlare della mia vita, di quello che ho fatto e di quello che mi è accaduto, tradisse una volontà di distinguersi, la presunzione di essere diversa dalle altre donne – dalle altre donne Nere – e di avere perciò bisogno di spiegare me stessa […] le forze che hanno fatto della mia vita ciò che è, sono le stesse forze che hanno formato e deformato la vita di milioni di uomini e donne del mio popolo. Di più, sono convinta che anche la mia risposta a queste forze non sia stata eccezionale […] L’unico avvenimento straordinario della mia vita non ha avuto nulla a che vedere con me come persona singola: un minimo scarto della storia, e un’altra sorella o fratello poteva diventare il prigioniero politico che milioni di persone di tutto il mondo hanno salvato dalla persecuzione e dalla morte.

Angela dichiara il conflitto di istanze che anima il libro, e cerca di farne un punto di forza anziché di debolezza. Se “io” è una convenzione linguistica ineludibile, e se la contraddizione di fondo non si può risolvere né aggirare, tanto vale salirle in groppa. Angela si affida a correnti sconosciute, senza sapere dove la porteranno. Per questo il libro oscilla, cambia sotto gli occhi, si allunga e deforma, si appiattisce e striminzisce, a tratti implode e si fa operetta di propaganda – bidimensionale – ma poi riesplode e getta intorno schegge caldissime di esperienza. Si alternano pesantezze – pagine zavorrate – a improvvisi alleviamenti di tensione ideologica, raggi di luce, colori che si accendono, vita che erompe. A tutt’oggi resta la contraddizione, mai archiviata, ancora pulsante, difficile da consegnare a un distacco. E’ un libro datato e attualissimo.

E’ necessario chiarire. Mi accingo a farlo ponendo una domanda: perché ripubblicare l’autobiografia scritta a poco più di trent’anni – «un’autobiografia, alla mia età, mi sembrava presuntuosa», dixit ipsa – da un personaggio che oggi ne ha più di sessanta e, pur non avendo mai dismesso ruoli pubblici e impegno civile, richiama alla mente un universo culturale démodé?

cpusa_tshirt.jpgDi primo acchito sentiamo inceppi, stridori, cigolii. Mentre scrive il libro, Angela è – e lo lo rimarrà fino al 1991 – una militante e dirigente del Communist Party of the USA, formazione stolidamente burocratica e filo-sovietica. Non meramente “stalinista”, no: la definizione giusta è “brezneviana”, con tutte le connotazioni di grigiore, piccolezza e stracca routine.
Nel ’74 il CPUSA è un partito ancora traumatizzato dal maccartismo, nonché ubriacato dalle giravolte a cui lo hanno costretto le incoerenze della politica sovietica:
dalla teoria della socialdemocrazia come “socialfascismo” ai “fronti popolari” con quella medesima socialdemocrazia;
dal patto di non-aggressione tedesco-sovietico (ergo: posizioni anti-guerra e neutraliste) all’alleanza mondiale anti-Asse (ergo: passaggio dal neutralismo al più fervido interventismo, anche prima dell’attacco a Pearl Harbor);
dal culto della personalità di Stalin alla “destalinizzazione” dopo il XX° Congresso;
dalla scomunica a Tito (con la Jugoslavia descritta né più né meno come un paese fascista) al timido riavvicinamento durante la “distensione” (e d’un tratto Tito ritorna “un compagno” e la Jugoslavia uno “stato proletario”).
Il CPUSA ne esce molto confuso. Ad esempio, collabora con le Pantere Nere, che sono (superficialmente) filo-cinesi, e al tempo stesso considera Mao un nemico. [6]

La natura del CPUSA spiega le parti più tediose, sovente imbarazzanti, di questo libro. Angela ripete le parole “comunismo” e “comunista” ogni due pagine, come fosse un abracadabra, sim-sala-bim, formuletta che tutto risolve, fa sparire ogni tratto ambiguo e getta salvifica luce sulle contraddizioni. Per non dire delle tirate apologetiche quando descrive il “socialismo” russo ed est-europeo, roba che forse neppure Cossutta, all’epoca, scriveva con tanta enfasi.
Angela, purtroppo, pagava pegno al proprio ruolo di “combattente della guerra fredda”. Quand’era in carcere, gli scolaretti della Germania Est producevano girasoli di carta da vendere a sostegno della sua causa. E pare che l’attivismo anti-prigioni e l’incendiaria critica dell’istituzione totale sorvolassero con ali di cera la realtà di carceri e manicomi da incubo nei paesi “socialisti”.
Le tendenze avanzate dei movimenti euro-americani avevano già superato simili indottrinamenti, una sinistra radicale non filo-sovietica esisteva un po’ ovunque, un marxismo autonomo e un comunismo anti-autoritario idem. La messa in discussione del breznevismo faceva breccia addirittura nella linea di partiti membri del Kominform (la condanna da parte del PCI dell’invasione della Cecoslovacchia, l’esperimento “eurocomunista” etc.). Nei giorni in cui Angela era un’eroina dei movimenti sociali, i partiti fratelli del CPUSA, come il PC francese, erano nemici acerrimi dei movimenti. Non era stato il leader stalinista Georges Marchais a usare per primo il termine “groupuscules” per definire gli agitatori del maggio ’68?
Insomma, alcuni passaggi di questo libro erano già datati all’epoca. Oggi suonano grotteschi, e questo non si può tacere [7].

sem_Angela-Davis-seminar.jpgTuttavia, non gettiamo il bimbo con l’acqua sporca, e proviamo a rovesciare l’impostazione: cosa non è datato né grottesco in questo libro?
Per rispondere nel modo migliore, dobbiamo guardare alla vita di Angela Davis adesso, nel momento in cui scriviamo. Soltanto così capiremo perché la sua vecchia autobiografia è importante qui, oggi, domattina e nei giorni, mesi e anni a venire.
Angela è ancora un’attivista. Lotta contro il “complesso penitenziario-industriale” degli Stati Uniti, per l’abolizione della pena capitale e per la liberazione dei prigionieri politici.
Ha manifestato per la liberazione di Mumia Abu Jamal. Ha manifestato per la liberazione dei “5 di Cuba”. Era di fronte a Saint Quentin quando, con la complicità del governatore Schwarzenegger, la California ha “giustiziato” Tookie Williams.
Angela organizza campagne e manifesta per tutti, come tutti manifestarono per lei. Nell’autobiografia c’è una specie di fermo-immagine, il momento in cui decide di occuparsi di carceri e detenuti. Nella prigione di Santa Clara, si ritrova “ossessionata dai fantasmi di tutte le sorelle e i fratelli la cui vita si [sta] distruggendo in altre carceri”.
Da allora, Angela ha scritto saggi importanti su com’è cambiato il carcere in America. Cambiato in peggio, sempre peggio. Il suo libro più significativo è Are Prisons Obsolete? (Open Media Books, New York, 2003).
Angela chiama “prison-industrial complex” l’intreccio di interessi fra il sistema penitenziario e la grande industria americana, che impiega massicciamente i detenuti (manodopera supersfruttata, sotto- o addirittura non-pagata, priva di diritti sindacali). Le carceri sono divenute fonte di profitto, vengono addirittura privatizzate, sulla pelle dei galeotti lucra un sacco di gente, il che contribuisce ad inibire ogni dibattito su crimine e istituto della pena, porta a non mettere in discussione l’assetto, la funzione, l’utilità, figurarsi l’esistenza delle prigioni.

I penitenziari americani scoppiano, e non certo di salute. Sono linfonodi pieni di succhi fetidi. Gli USA hanno oltre due milioni di detenuti (per la precisione 2.320.359 alla fine del 2005), che pare equivalgano a un quinto della popolazione carceraria mondiale dichiarata. A fine anni Sessanta erano circa duecentomila. 7.2 americani su mille sono detenuti (più di sette volte e mezzo la percentuale italiana, 0.96, che è tra le più alte in Europa occidentale), cifra che comunque non tiene conto dei milioni di persone in libertà vigilata [8].
Benché tutte le statistiche evidenzino un netto calo dei reati [9], in America si costruiscono sempre più carceri (ottanta nel periodo 1984-2003), che si riempiono a tempo di record, soprattutto di neri e ispanici. A questi due gruppi etnici appartiene il 60% dei detenuti, benché fuori dal carcere siano soltanto il 27,4 % della popolazione adulta.
Secondo un rapporto governativo del settembre 2006, il 56,2% dei detenuti nelle carceri americane ha problemi di salute psichica. Fuori dalle carceri, la percentuale è “soltanto” l’11% della popolazione. [10]
Infine, la pena capitale. In data 16 febbraio 2007, il 42% dei detenuti nei bracci della morte sono afroamericani, nonostante questi ultimi non superino il 13% della popolazione. Nel periodo 1976-2006, 893 persone sono state uccise con l’iniezione letale, 153 sulla sedia elettrica, undici nelle camere a gas, tre sono state impiccate e due sono state fucilate. [11]

Fare l’attivista anti-prigioni non ha nulla di gratificante. Vale per tutte le epoche e tutti i i paesi, ma nell’America di oggi è un compito particolarmente duro e ingrato. Mobilitarsi per chi sta in carcere è impopolare, attira l’odio dei benpensanti, è miele per calunnie ronzanti, fa di te uno zimbello dei media. Guardali, quegli sfigati coi cartelli: difendono un criminale! Soprattutto, opporsi alla pena di morte non dà soddisfazioni, costringe a ingoiare rospi ed elaborare lutti uno in fila all’altro. Ti sbatti per salvare la vita di una persona, le scrivi, la incontri nel parlatorio, impari a stimarla, ti affezioni, diventa tua amica, speri davvero di strapparla all’esecuzione, ti impegni con tutte le tue forze, scrivi appelli, fai picchetti, rilasci interviste, e il più delle volte non serve a nulla, quella persona ti viene sottratta, lo Stato la sopprime, la vedi morire.
Non è da tutti sopportare colpi del genere, ma Angela Davis (e con lei molti altri) è sempre lì, anima e corpo, gesti e parole. Lo fa perché si è trovata dall’altra parte, ha sentito le voci di fuori trapanare le mura della galera, è libera grazie a quelle voci e lo ha raccontato, lo ha fatto proprio nel libro che oggi Minimum Fax riporta nelle librerie italiane.
Tra queste copertine nasce e si sviluppa una vocazione. L’insight sull’esperienza della prigionia, su come si esprime la soggettività in carcere, sulla cultura delle detenute… L’importanza data alla parola e al suo potere guaritivo ben oltre le catechesi, verso un’empatia tra umani che poi è quanto rimane davvero[tone=”Prévert”] Sono quelle pagine a ossigenare i tessuti e far battere il cuore di un memoriale che, proprio come chi lo ha scritto, non si è lasciato chiudere in gabbia ed è scampato al braccio della morte. La memoria di un percorso non è stata uccisa, e aiuta a capire le lotte di oggi. E allora leggilo, questo libro, perché mai come oggi c’è stato bisogno di libri così! [/tone]

NOTE

1. Dalla canzone Angela, contenuta nell’album Some Time in New York City (Apple/EMI, 1972). Il disco riceve molte stroncature. Il critico rock Robert Christgau scrive: «… le nuove canzoni della coppia Lennon/Ono… affrontano le loro tematiche in modo tanto semplicistico da far sorgere un dubbio: ci credono, loro, a quello che cantano? […] Stavolta sembra che John si sia buttato a capofitto, senza pensarci. L’agit-prop è una cosa, l’agit-prop senza criterio è un altro paio di maniche, ma l’agit-prop che non riesce a raggiungere i suoi destinatari non è proprio niente di niente, e dato che la grande abilità di Lennon è sempre stata quella di comunicare nuove verità a un pubblico di massa, l’eventualità è molto preoccupante. Stavolta non sta sfruttando il proprio carisma: lo sta giocando d’azzardo […] Angela Davis ha forse bisogno di sentirsi dire che è tra milioni di prigionieri politici nel mondo?» (“John Lennon’s Realpolitik”, Newsday, luglio 1972; incluso in: R. Christgau, Any Old Way You Choose It: Rock and Other Pop Music, 1967-1973, Cooper Square Press, New York, 2000).

2. E’ l’incipit dell’invettiva/prosa poetica che Jacques Prévert dedica ad Angela nell’agosto ’71. Scritto d’occasione, non certo tra le cose migliori del poeta francese, contiene immagini sforzate e melensaggini assortite: «Angela Davis è la generosità, la lucidità, la vita vera […] Fratelli! Eco delle più vecchie grida multicolori, multicollera, dei figli della terra. Quelli del Gran Giurì bianco e i loro simili devono porgere l’orecchio e sentire quel grido, come in una conchiglia i rumori del mare, e che l’inquietudine si impadronisca di loro e li spinga, una volta tanto e malgrado loro, a provare ad aprire gli occhi…»

3. Ancora oggi, in mezzo mondo, quando si descrive una capigliatura afro si è soliti aggiungere “alla Angela Davis”. Ora Angela porta i dread, e ha scritto di ritenere “umiliante”, dopo tutto quel che ha fatto nella vita, essere ricordata in relazione a un taglio di capelli. Cfr. Angela Y. Davis, “Afro Images: Politics, Fashion, and Nostalgia”, su Critical Inquiry, Vol. 21, No. 1, autunno 1994.

4. Il più efficace resoconto in italiano dell’assalto federale alle Pantere Nere si trova in: Paolo Bertella Farnetti, Pantere nere. Storia e mito del Black Panther Party, ShaKe, Milano 1995.

5. Appunto 16 febbraio 2007: Com’era la moquette di Scalzone?

6. Difatti lo è: poco dopo arriva la distensione Cina-USA in funzione anti-sovietica, che avrà strascichi bizzarri soprattutto in Cambogia dopo il ’79 (dunque in epoca post-Mao), con l’appoggio americano al detronizzato Pol Pot, in quanto nemico del Vietnam e dell’URSS. Cfr. Michael Haas, Cambodia, Pol Pot, and the United States: The Faustian Pact, Praeger, New York 1991; Edward S. Herman, “Pol Pot And Kissinger: On War Criminality and Impunity”, su Z Magazine, Settembre 1997; John Pilger, “The Long Secret Alliance: Uncle Sam and Pol Pot”, su Covert Action Quarterly, autunno 1997; John Pilger, “The Friends Of Pol Pot”, su The Nation, 11/05/1998.
Per chiudere il discorso: oggi, inizio del XXI° secolo, l’ennesima vorticosa giravolta ha portato il CPUSA a fare l’apologia del Partito Comunista Cinese! Cfr. M. Bechtel e D. Bell, “China 2002: Building Socialism with Chinese Characteristics”, People’s Weekly World, 30 marzo 2002. Mi aspetto da un momento all’altro che parlino bene di Berlusconi.

7. Possiamo concedere le attenuanti generiche: negli anni dell’American Way of Apartheid, della segregazione, dei linciaggi e del razzismo istituzionale, il CPUSA fu l’unico partito nazionale – per quanto piccolo e perseguitato – a mettere al centro della sua politica la causa degli afroamericani, e ad avere dirigenti neri. Inoltre, per i neri era più facile cadere nell’illusione filosovietica: ciò che subivano loro negli USA non era meglio di ciò che subivano molti dissidenti dell’Est: la società delle leggi “Jim Crow” era la loro dittatura, il sistema carcerario americano il loro “arcipelago Gulag”. Peggio di così, la Russia non poteva essere! Infine, inutile negarlo: per essere filo-sovietici negli USA bisognava avere due palle così. Stop.

8. Fonti: US Department of Justice, Bureau of Justice Statistics, “Prisoners in 2005”, rapporto diffuso nel novembre 2006, disponibile in pdf qui; A. Y. Davis, Are Prisons Obsolete?, cit.; SPACE I (Statistique Pénale annuelle du Conseil de L’Europe), Enquête 2004, http://www.coe.int; Lucia Re, Carcere e globalizzazione. Il boom penitenziario negli Stati Uniti e in Europa, Laterza, Bari/Roma 2006.

9. Nel 1991 il numero di crimini violenti commessi negli USA era 1.911.767. Nel 2005 era 1.390.695. Più di mezzo milione di reati in meno. Nello stesso periodo, il numero di rapine è sceso da 687.732 a 417.122. Oltre duecentosettantamila rapine in meno. Fonte: US Department of Justice, Federal Bureau of Investigation, “Crime In The United States 2005”, http://www.fbi.gov/ucr/05cius/data/table_01.html

10. US Department of Justice, Bureau of Justice Statistics, “Mental Health Problems of Prison and Jail Inmates”, cit. nel sito di Human Rights Watch, http://hrw.org/english/docs/2006/09/06/usdom14137.htm

11. Death Penalty Information Center, “Facts About The Death Penalty”, 16 febbraio 2007, http://www.deathpenaltyinfo.org/FactSheet.pdf

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