di Gioacchino Toni

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Eraldo Baldini, Massimo Cotto, Le notti gotiche, Aliberti editore, 2007, pp. 217, €. 14,00

Le notti gotiche, come tradizione della collana “due thriller per due autori”, propone due differenti racconti ad opera di altrettanti scrittori. In questo caso si tratta di due veri e propri romanzi, perfettamente in grado di reggere la pubblicazione distinta.
Il libro si apre con Le notti lunghe di uno dei maggiori interpreti del Noir italiano, il romagnolo Eraldo Baldini, autore di romanzi come: Mal’aria (Frassinelli, 1998), Gotico rurale (Frassinelli, 2000), Bambine (Sperling&Kupfer, 2002), Bambini, ragni e altri predatori (Einaudi, 2003), Come il lupo (Einaudi, 2006) ecc.

Le notti corte dell’astigiano Massimo Cotto – autore di romanzi come Hobo. Una vita fuori giri (Editori Riuniti, 2003) e L’ultima volta che sono morto (Aliberti, 2005) — sono ambientate in Piemonte. A ben vedere, la Romagna profonda di Baldini, quella che i turisti del divertimentificio estivo nemmeno immaginano, e il Piemonte più nascosto raccontato da Cotto, hanno molto più in comune di quel che sembri.

La vicenda narrata da Baldini ruota attorno alla strana morte di un ospite di una casa di riposo per anziani in cui si trova a vivere anche l’ormai vecchio Amedeo Boschin, un tempo commissario di polizia ed ora costretto a passare le lunghe giornate (e soprattutto le interminabili nottate) alle prese con dolorosi problemi di prostata. Poche righe bastano all’autore per introdurre il personaggio ed il suo animo che si spegne lentamente nella noia, giorno dopo giorno: «sa che solo col rito mattutino del vestirsi, dello scendere a fare colazione, del parlare con qualcuno, può superare quel momento difficile che quotidianamente, pur essendo sempre uguale, pare coglierlo impreparato e indifeso: il momento in cui, quando fuori da quelle mura tutto si rimette in corsa, lui sente con maggior chiarezza che la sua corsa sta invece finendo, non fosse altro perché non ha più mete importanti». Le indagini sulla morte dell’ottantenne Primo Serri, un tempo membro della Resistenza e, si vocifera, attivo pure nel primo dopoguerra nel regolamento di conti, nonché in alcune sparizioni di denaro, permettono a Boschin di essere di nuovo attivo, nel dare una mano agli inquirenti che si occupano del caso.
Baldini, come sempre, si preoccupa innanzitutto di ricostruire un’atmosfera paesaggistico-climatica, se così si può dire. Questo l’incipit del racconto: «Il verde dell’erba, ancora incerto nella scarsa luce dell’erba, degrada in un azzurro sfuocato, e poi diviene un grigio latteo di vapori che salgono dagli stagni». Più avanti: «La luce è forte e cruda, quella del meriggio; la sua angolazione perpendicolare rende più abbagliante e sfuocato il giallo del grano, e sui campi che si allargano a sud degli stagni tremolano miraggi liquidi di caldo». Ed ancora: «La luce si è fatta più bassa e radente, ma i raggi del sole, pur se obliqui, scottano ancora e abbagliano». Le descrizioni di Baldini non si limitano però alla resa visiva. Non di rado si percepisce a livello tattile l’umidità o il calore intenso: pare quasi di sentire l’umidità delle paludi nebbiose sul collo e sulla schiena o l’afa, altrettanto avvolgente, della calura di cui è capace la Romagna. È sulla base di queste atmosfere paesaggistico-climatiche che il narratore riesce poi magistralmente ad allentare le supponenti e rassicuranti, a volte miopi, difese razionali della “modernità urbana”, tanto nei personaggi, quanto nei lettori, in modo da far riemergere dal profondo fantasmi ed inquietudini rimosse ma mai del tutto cancellate. Le atmosfere create dall’autore sono date da un intreccio indissolubile di personaggi, paesaggi e fantasmi ancestrali. Questi ultimi sembrano provenire dal profondo dei personaggi e dell’ambiente naturale di cui sono parte (le paludi, i fiumi, la terra). Con riferimento alla narrativa di Baldini si ricorre spesso al termine “gotico” fin dai titoli. Siamo lontani, però, dall’idea stereotipata di “gotico urbano” dalle forme esili e sviluppate in altezza. In Baldini tutto viene schiacciato al suolo, a pelo d’acqua, se non addirittura sotto terra o sul letto dei fiumi o delle paludi. Il gotico qui si è fatto melma, cappa opprimente: “gotico rurale”. Forse non è nemmeno proprio nero il suo colore; è il grigio o l’antracite della nebbia più cupa e a volte assume le tonalità più afose della terra bruciata dal caldo.

Con Le notti corte dell’astigiano Massimo Cotto passiamo dalla Romagna al Piemonte ma “il clima che si respira” è del tutto simile. «Mamma, vieni a vedere il nonno che muore (…) Guarda, mamma. Sta per succedere. Ecco, guarda ora». Questo l’incipit inquietante della storia narrata. Come nel caso di Baldini, anche qui il paesaggio recita un ruolo importante. In questo caso siamo nelle campagne attraversate dal fiume Tanaro. Il maresciallo dei Carabinieri Piero Dall’Armellina è alle prese con strane morti. Suicidi, sembrerebbe. Ma in molti, da quelle parti, pensano ad altro ed il maresciallo è costretto a fare i conti con leggende e dicerie locali. Si moltiplicano così gli incontri con personaggi inquietanti, come il temuto Augusto Riccomagni, in grado, secondo i locali, oltre che di leggere nell’animo altrui, di determinare la morte, o don Bianco, sacerdote con la fama dello studioso illuminato, che accompagnerà il maresciallo, in piena notte, a visitare il locale cimitero. Anche un paio di presenze femminili finiscono per scombussolare la vita e le indagini del carabiniere. Al racconto di Cotto prendono parte anche antiche credenze popolari, come le masche, streghe del tutto simili alla borda di cui ha narrato Baldini in alcuni suoi romanzi. Al tali credenze Corto ne aggiunge alcune di sua invenzione come i bardot, le anime dei bambini morti che vivono nei loculi dei cimiteri e decidono quali siano i malvagi che meritano la morte. Il titolo del romanzo, La notte corta, si riferisce proprio all’ora in cui finisce la notte di questi bardot.
L’intera narrazione resta in bilico, proprio come l’indagine, tra credenze popolari mai scomparse e tentativi di lettura razionale degli eventi: «Il maresciallo dentro di sé sorrise di queste superstizioni, tuttavia non poté fare a meno di pensare che avrebbe sorriso molto più apertamente due mesi fa (…) Da maresciallo dei Carabinieri doveva credere solo a ciò che vedeva, ma da queste parti sembravano accadere cose strane. Forse non tutto ciò che accade si può spiegare con la ragione. Forse». Non avevo mai letto nulla di Massimo Cotto. Dopo aver letto Le notti corte, penso di dover iniziare a tenerlo d’occhio.

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