SAINT-GERMAIN A BASSAVILLA

di Danilo Arona

HoteltTransilvania.jpgProtagonista di una memorabile saga vampiresca pubblicata in Italia dalla mai troppo lodata Gargoyle Books, il conte di Saint Germain è una celeberrima icona horror nata dalla mente di una delle grandi regine del genere, l’americana Chelsea Quinn Yarbro che scrive a raffica sin dalla fine degli anni Settanta con un attivo di oltre settanta titoli. Da Hotel Transilvania a Giochi di sangue, transitando per Il Palazzo (ma i titoli della serie sono in realtà più di venti), le avventure di questo elegante e poco conforme vampiro gentiluomo trascinano il lettore in un’Europa minuziosamente ricostruita e sospesa tra Medio Evo e romanticismo premoderno.

Com’è ormai ampiamente risaputo, l’eroe della Yarbro è ispirato a un personaggio realmente vissuto che comparve per la prima volta a Parigi nel maggio del 1743: un uomo misterioso e indecifrabile, di grande fascino magnetico, con l’aspetto di chi ha superato da poco i trent’anni, il conte di Saint Germain – sovente identificato a torto con il celebre Cagliostro – seppe sconcertare la società francese di quel periodo con i suoi incredibili prodigi, dicendosi di lui che conoscesse il segreto per trasformare in oro i metalli e che riuscisse a produrre diamanti per mezzo delle occulte tradizioni dell’arte alchemica.
Ma le sue vere bizzarrie per le quali risultava chiacchieratissimo erano la presunta ubiquità (testimoni degni di fede raccontavano della sua presenza in più luoghi nello stesso momento) e l’eterna giovinezza, al punto tale che ancora oggi in certi ambienti “magici” si sostiene che sia vivo e che abbia semplicemente cambiato il suo nome. Lui stesso dichiarava in pubblico di avere da tremila a quattromila anni di età e di mantenersi giovane bevendo l’alchemico e misteriosissimo Elisir della Vita.
Avvolto da tanto alone leggendario, un personaggio del genere non poteva non avere fatto nella sua lunga vita una capata anche nella nostra provincia, regalandole un ulteriore mistero sul quale dibattere. Come ricorda Renzo Rossotti in Piemonte magico e misterioso (Newton Compton, 1994), di Saint Germain transitato dalle parti di Bassavilla vi è menzione in un libretto di poche pagine attribuito a Costanzo Chauvet, giornalista nato a Santo Stefano Belbo nel 1844 e deceduto in Roma nel 1918.
Nella città eterna è molto probabile che Chauvet udisse voci e storielle sull’enigmatico tipo (o che addirittura incontrasse qualcuno che sosteneva di essere proprio lui in persona) e che cedesse in seguito alla voglia di scriverne, tentandone poi di produrne un condensato da lui stesso edito e distribuito come libretto. In quelle pagine Chauvet sostiene che Saint Germain giunse a Solero, paese alle porte di Alessandria, nel maggio del 1740, in un momento in cui avrebbe dovuto trovarsi a Parigi e a Vienna contemporaneamente: evento non così indigeribile dal punto di vista di chi, si raccontava, possedeva l’arte di sdoppiare il corpo astrale da quello fisico e di far comparire i suoi “doppi” in tempi e luoghi lontanissimi.
Nel paese soggiornò per qualche giorno presso un castello, in cui qualcuno ha voluto identificare la magione rinascimentale dei Faà di Bruno, mentre un suo passaggio è segnalato anche nella chiesa romanico-gotica dedicata ai santi Perpetuo e Bruno. Chauvet aggiunge che, da sciupafemmine qual era, il conte trovasse gradita ospitalità presso una bella e ricca nobildonna di nome Corinna. In casa di costei, magari per sdebitarsi di un’ospitalità che le grazie della signora fecero slittare ben oltre il previsto, Saint Germain diede indicazioni non richieste per trovare e portare alla luce un tesoro sepolto in giardino.
Dapprima accolte con scetticismo, le indicazioni di Saint Germain vennero poi seguite alla lettera fino a far emergere dal terriccio davanti alla casa una scatola metallica contenente varie monete d’oro, due orologi e un prezioso sigillo con il monogramma sul lato interno “SG”. L’uomo, lasciando di stucco la padrona di casa, afferrò il monile dicendo con un sorriso: “Questo, se permettete, lo prendo io perché l’ho perduto a Bratislava ottant’anni fa.”
Se la filosofia “bassavilliana” era già quella che conosciamo oggi, non riesce a stupirci il fatto di come gli ospiti lasciassero tranquillamente libero il conte di agire, dal momento che il resto della cassetta che a Saint Germain pareva interessare per nulla valeva in realtà un’assoluta fortuna. In compenso l’eclettico gentiluomo riuscì a sbalordire ulteriormente Corinna e la sua famiglia, sollevandosi di due metri dal suolo “come se volasse” e alzando come fosse una piuma una pesante tavola di legno e di noce che giunse a volteggiare al di sopra del tetto di casa quasi fosse sparita la forza di gravità.
Congedatosi dopo alcuni giorni dai suoi ospiti di Solero, Saint Germain – per quel che ci riferisce Chauvet – transitò per Bassavilla, vide una mula che se andava libera e tranquilla per le strade e decise di fermarsi ad accarezzarla. La bestia, al contatto delle mani del conte, emise un suono melodioso, “quasi un belato di pecora accompagnato da piccoli sonagli” e poi scomparve. Un piccolo e ovviamente incredibile episodio che per Chauvet concorda in pieno con le più note biografie di Saint Germain e in modo particolare con quelle narrazioni che lo descrivono intento a produrre produrre prodigi su animali sofferenti o feriti.
Al di là di quest’evento descritto con minuzia, Rossotti aggiunge che la presenza di Saint Germain in tutto il Piemonte è segnalata parecchie volte, perciò diventa impossibile stabilire fino a che punto il suo “passaggio” sia un dato fantastico e surreale, oppure motivato dalla presenza di mistificatori e di avventurieri che, per ricavarne denaro e truffare un prossimo ingenuo, si spacciavano per lui. Surrogato anche dall’esistenza di questi “cloni” ladreschi, Saint Germain resta nell’immaginario collettivo come un misterioso, inafferrabile fantasma che ha fatto discutere a lungo gli ambienti di tutte le capitali europee.
Che possedesse o meno degli autentici segreti alchemici, è un dato di fatto che sino alla data della sua presunta “morte ufficiale” (1786), l’uomo mantenesse il fresco aspetto di un quarantenne. Le congetture sulla sua autentica identità furono tante e ardite: un aristocratico polacco esiliato dalla sua patria per avere cospirato contro il trono; un ebreo portoghese; un italiano che aveva fatto un bel matrimonio e aveva poi ucciso la moglie; il figlio illegittimo del Papa; un boiardo russo che si divertiva a spese del mondo; un commerciante di diamanti austriaco inviato come spia in Francia.
Probabilmente i francesi (e forse anche Federico il Grande) usarono Saint Germain come corriere diplomatico non ufficiale durante la sua lunga permanenza presso le corti d’Europa. Di sicuro egli ebbe accesso agli uomini di più alto rango del suo tempo. La sua presenza è stata testimoniata più d’una volta, parecchio tempo dopo il 1786. Almeno tre persone che l’avevano conosciuto prima affermarono di averlo visto e di avergli parlato nel 1793, nel 1796 e nel 1802. Alcuni documenti riguardanti la Massoneria attestarono che il conte rappresentò i confratelli di Francia in un incontro avvenuto nel ’95. Nel 1821 Madame de Genlis affermò d’averlo visto a Vienna. Inoltre, diversi viaggiatori sostennero con convinzione di averlo incontrato nel corso del 1800 durante dei viaggi in Estremo Oriente. La teosofista Annie Besant affermò di averlo visto e riconosciuto senza ombra di dubbio nel 1896.
Nel 1972 un francese di nome Richard Chanfray dichiarò di essere il conte di Saint Germain e si disse pronto ad apparire in televisione per offrire una dimostrazione della propria capacità di trasformare il piombo in oro. Non se ne seppe più niente, ma alla fine del decennio un personaggio con accento francese comparve a Torino, sostenendo di essere il conte. La stampa, dato il periodo storico incandescente, se ne occupò piuttosto fugacemente. E il personaggio scomparve nelle nebbie piemontesi, qualcuno dice dalle parti di Bassavilla.

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