di Alberto Prunetti

[Pubblico questo post senza il corredo fotografico per non caricare il fardello mediatico che ha gravato sulla morte di Piero Welby] A.P.

In questi giorni, di fronte all’esposizione della morte di Welby, in molti hanno sollevato lo scudo del diritto alla vita, anteposto al diritto a una morte non crudele. Da parte mia, se il termine “diritto” non fosse inflazionato, rivendicherei il diritto alla disperazione, che si porta dietro come corollario il diritto di farla finita in qualsiasi momento, anche quando, godendo di un perfetto stato di salute, semplicemente non esistano più le condizioni umorali per sopravvivere. E questo solo perché, non avendo scelto di nascere, voglio almeno decidere io quando e in quali condizioni morire.
Pertanto, invece di entrare in mille polemiche sul diritto e sulla vita (che sono due cose che non hanno nulla in comune), preferisco segnalare ai lettori di Carmilla un paio di testi. Il primo è un saggio stupendo sul suicidio: Suicidio modo d’uso, pubblicato in italiano dalla Nautilus di Torino e ormai esaurito (traduzione di Isabella De Caria).


Scritto nel 1982 da due anarchici francesi (Claude Guillon e Yves Le Bonniec), questo saggio è stato diffuso in centinaia di migliaia di copie tra Francia, Germania e Giappone, prima che oltralpe una sentenza inquisitoriale lo condannasse alla censura: giornalisti, giudici e preti non hanno apprezzato un capitolo contenente alcune ricette di farmaci che procurano una morte indolore in maniera autonoma, senza il ricorso ai medici, col semplice ausilio di amici e affini. Ho incontrato a Parigi uno dei due autori, che mi ha confermato che in Francia il suo libro non si può comprare e neanche consultare nelle biblioteche, perché è finito nel più democratico dei maceri possibili.
Sollecitato dalla lettura di un altro libro di Guillon sul tema della morte, dell’eutanasia e del suicidio (Le Droit à la mort, Editions Hors Commerce, 2004), colgo l’occasione per ricordare agli apologeti del diritto cattolicissimo alla vita un passo contenuto all’articolo 2 della convenzione europea dei diritti dell’uomo. Da questo articolo, che cito in coda al post, si vedrà che i malati incurabili dispongono di una soluzione romantica per vedere riconosciuto il loro diritto alla morte: lanciarsi all’arma bianca contro la corte di Strasburgo. Infatti, in ottemperanza del suddetto diritto, esistono delle eccezioni al diritto alla vita che nel dominio europeo permettono di riconoscere, di fronte a un paziente insorto, il suo diritto a una morte rapida. Non ci sono ostacoli giuridici allora per Carlo Giuliani, rivoltoso di 23 anni, in buona salute e armato di un estintore: lui ha diritto a una palla in testa, mentre Piero Welby, 60 anni, armato di una malattia incurabile, ha solo il diritto di crepare dopo lunghe sofferenze.

Annesso:dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo. Articolo 2. Diritto alla vita
1. Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il delitto è punito dalla legge con tale pena.
2. La morte non si considera inflitta in violazione di questo articolo quando risulta da un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:
a. per assicurare la difesa di ogni persona dalla violenza illegale;
b. per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta;
c. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione.

Share