di Chiara Cretella

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Saverio Fattori, Chi ha ucciso i Talk Talk? Falsa autobiografia autorizzata di Marco Orea Malià, Gaffi, Roma, 2006, pp. 196, € 8,00.

Il primo romanzo di Saverio Fattori, Alienazioni padane, è stato come uno schiaffo in faccia per il giovanilismo modaiolo imperante nell’ultimo decennio. Se Tondelli raccomandava di parlare di sé questo non doveva andare nel senso di una estetizzazione soliloquiante delle proprie paranoie. È ciò che Fattori non ha mai fatto, neanche quando ha raccontato di se stesso. Perché diverso è l’approccio alla letteratura, un approccio carnale, sofferto, una voce usata per dichiarare la scomodità di una situazione personale che può e deve divenire pubblica. È la sconfitta di una generazione che “non è uscita viva dagli anni Ottanta”, un decennio fatto di rimozione storica, musica elettronica e ombretto rosa per le Star dei primi video musicali.


La colonna sonora scorre veloce sotto un testo che non è capace, per sua stessa ammissione, di definirsi in un genere codificato, e che anzi si ribella a certe etichettature così di moda, dichiarando un’ansia da prestazione della scrittura capace di rimandarci il fremito della rabbia, la paura e l’angoscia che ne è sottesa.
Leitmotiv è quello di una normalità “come grado zero della mostruosità”, una normalità aberrante e deleteria, osannata dai media e insieme vituperata dagli ambienti del trendy più estremo, in cui essere alla moda coincide col farsi notare vistosamente, scadendo spesso in un inconsapevole trash. Non sono mai i drammi umani quelli alla ribalta, neanche quando cercano di emergere da un manifesto di Oliviero Toscani; quello che rimane tragicamente in primo piano è il prodotto, il marchio, il logo: in una parola il sogno che riesce a vendere un esperto di immagine come Marco Orea Malià, storico parrucchiere bolognese che inizia la sua carriera incrociando le forbici scolpendo con lame appuntite i primi punk italiani.
Cosa c’entra questa figura di sfondo con il complotto che Fattori ordisce nel testo e ai danni del testo? Una semplice metafora, capace di indagare il perché di un’implosione, nella parabola fiammeggiante di un successo privato capace di oscurare quello ben più appariscente di una clamorosa rimozione sociale. Il passaggio all’epoca di Craxi è un lento scivolare nell’abuso di quell’estetizzazione della ricchezza che sola può attecchire in sostrati in cui è stata cancellata via la storia, il ricordo dei morti e delle bombe, la violenza proletaria e la scelta di una generazione. Come può tutto questo avvenire così repentinamente? Attraverso vizi privati e televisioni private, mediante le tette di Drive In e la musica dei Righeira — la cui immagine era curata da Orea Malià — un loop musicale che intimava ai ragazzi di non scendere più in piazza ma di andare in spiaggia.
Un parrucchiere? Orea Malià si offende se lo si riduce a questa definizione. No, piuttosto un imprenditore accorto capace di divulgare spiccioli di arte contemporanea in versione tascabile, un sopravvissuto ai suoi anni nella bolgia della repressione e ancora in vetta nell’era del global-look tecnologico. Un esteta e un profeta di un decennio a colori dopo uno in bianco e nero, ma anche il simbolo di una riflessione necessaria proprio perché controversa. Cosa è restato di quegli anni Ottanta?

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