di Alberto Prunetti

lopezbn_carmilla.jpgBuenos Aires, mercoledì 28 novembre. Un gruppo di manifestanti si è presentato per un “escrache” (manifestazione di protesta, dal lunfardo: portare alla luce) sotto l’abitazione del repressore Rodolfo Gonzalez Conti, commissario di polizia negli anni della dittatura e collega di Miguel Etchecolatz, esigendo la “Aparicion con vida de Jorge Julio López”. A protezione del repressore la polizia democratica ha schierato un nutrito cordone di miliziani in assetto antisommossa che hanno manganellato la folla, lanciato gas lacrimogeni e sparato pallottole di gomma. In difesa di Jorge Julio López, Carmilla pubblica una traduzione di alcuni brani drammatici estratti dalla sua deposizione al tribunale di La Plata del 1999, seguiti da una nota finale che ripercorre le azioni dei repressori in “piena democrazia”: dalla sollevazione militare della settimana santa del 1988 alla sevizia della figlia di Hebe Bonafini del 2001, fino alla recente scomparsa di López (settembre 2006).

Presidente: Giura di dire la verità?
Testimone: Lo giuro
Presidente: Nome e cognome
Testimone: Jorge Julio López


Presidente: Documento di identità

Secretario: DNI 5.021.561

Presidente: Nazionalità

López: Argentina

Presidente: Età

López: 69 anni (siamo nel 1999, NdT.)

Presidente: Data di nascita

López: 25 Novembre 1929

Presidente: Luogo di nascita

López: General Villegas, Provincia di Buenos Aires.

Presidente: Occupazione

López: Muratore, ma adesso sono in pensione

Presidente: Signor López, lei è mai stato in qualche occasione fatto prigioniero o privato illegalmente della sua libertà?
López: Sí signore. Sono stato sequestrato cinque mesi…
Presidente: Dove è stato sequestrato?

López: Nel Pozo de Arana, a Cuatrerismo e nella Comisaría quinta…

Presidente: Nel Pozo de Arana quanto tempo è rimasto sequestrato?

López: Più o meno, direi… là direi dieci giorni…
Presidente: In quale intervallo di tempo, da quale data a quale data, approssimativamente, è rimasto nel Pozo de Arana?

López: Rimasi a Cuatrerismo dal 27 de Octubre del 76 al 29 di Ottobre, quando mi portarono a Arana.

Presidente: E rimase dieci giorni a Arana?

López: 10 giorni, si…

Presidente: Del 29 Ottobre del 76, in avanti.

López: Sì signore.

Presidente: In ragione della sua detenzione illegale, lei è venuto a conoscenza della presenza in quel luogo di Patricia Graciela Dell’Orto e/o di Ambrosio De Marco? Più concretamente…li ha visti in quel luogo?

López: Sì signore. Mi portarono da loro perché li riconoscessi, perché quei ragazzi si muovevano nel mio quartiere… come delegati di una unità di base…
[…]
Presidente: Durante questo periodo, con chi ha avuto contatti?

López: Ho avuto contatto con queste persone che lei ha nominato, con un paraguaiano chiamato Rueda e con un signore del mio quartiere, che lavorava anche lui come muratore…

Presidente: Furono queste le uniche persone che vide a Arana?

López: Una sera mi portarono di fronte a questa ragazza e al ragazzo prigioniero… la tenevano legata a un palo…con la faccia bendata… le tolsero la benda e la signora era proprio quella che lei ha nominato…

Presidente: In quali condizioni si trovavano, quando li vide?
López: Erano legati e col volto bendato, e la ragazza… era stata anche violentata dai militari…. lui era ferito, con la testa aperta, pieno di sangue….
[…]
Presidente: Quanto tempo è rimasto con loro
López: 15 minuti… mi dissero: vai a riconoscerla… quello che abbiamo fatto a lei lo facciamo anche a te… era il giorno che lanciarono una bomba contro la Direzione della polizia… non ricordo che giorno fosse perché non sapevo che giorno era là dentro.. e alle sei del pomeriggio venne una squadra e alla ragazza la ammazzarono con un colpo di pistola, e noi stavamo guardando dallo spioncino quando la ammazzarono nel Pozzo de Arana, l’ammazzò un uomo che parlava nasale… non so se lo facesse di proposito, o che altro….e dopo ammazzarono il paraguaiano e anche il Pato, tutti e tre assieme…

Presidente: Lei ha visto quest’uomo?

López: Lo vidi attraverso lo spioncino… li ha ammazzati davanti a noi…

Presidente: Chi erano gli altri che videro assieme a lei?

López: Io e altre persone…

Presidente: Chi erano le altre persone?

López: Sono tutti desaparecidos…

[…]

Presidente: Nella Comisaría 5, nel corso del mese e mezzo in cui è rimasto là, è riuscito a vedere qualche repressore?
Jorge Julio López: Nella Comisaría 5? Ti mettevano in quello che loro chiamavano l’Asador, la griglia per arrostire, era la stanza… ti legavano mani e piedi e poi ti passavano la picana o ti malmenavano…

Presidente: Lei ha subito questi tormenti?
Jorge Julio López: Sì, e se lei signore ha qualche dubbio, le mostro il mio petto…

Presidente: No, non è necessario. Lei ha visto qualcun altro subire queste punizioni illegali?

Jorge Julio López: Tutti quelli che stavano lì, erano tirati fuori a turno e puniti, o malmenavano o passavano la picana.
[…]
Presidente: Doctor Reboredo…

DR. REBOREDO.- Signore, lei ha detto di aver subito delle torture.

Jorge Julio López: Si signore

DR. REBOREDO.- Lei ha visto la persona che la torturava?

Jorge Julio López: No, venivano incappucciati, con un cappuccio nero fino a qua…

DR. REBOREDO.- E non li ha sentiti parlare tra loro, utilizzando non proprio il nome esatto ma qualche soprannome..
Jorge Julio López: Quello che riconobbi là fu il signor Camps… lui lo riconobbi… dirigeva le torture, mi stavano torturando una notte a Arana, e dopo torturarono questo paraguaiano, e lo ridussero a uno straccio, a colpi per terra, prima lo misero nella griglia, come dicevano loro, e poi lo picchiarono, era pieno di sangue…

DR. REBOREDO.- E lei ha visto se a Patricia Dell’ Orto la torturavano?

Jorge Julio López: Sì, la torturavano, però questo lo dico davanti a lei o ad altri, ma non di fronte ai familiari della ragazza (parlando piano)… mi dà troppo pena…

DR. REBOREDO.- E sa chi era il torturatore?

Jorge Julio López: Là quello che comandava le torture era sempre il signor Camps, e poi c’era un altro che dicevano era il capo in seconda, però non lo conoscevo io, era un tipo magro…

Nota finale: repressione e democrazia
La democrazia continua oggi a difendere i repressori delle dittature di ieri. A partire dal 1983, data che segna la fine della dittatura militare argentina, ogni tentativo di perseguire i responsabili di trentamila casi di assassinio di stato è risultato fallimentare.

Carapintadas
Negli anni Ottanta i militari si sono sollevati ogni volta che è stato necessario per conservare la propria impunità. La settimana santa del 1987 è ricordata per la sollevazione militare delle carapintadas (facce dipinte). I soldati uscirono dalle caserme in assetto di guerriglia per dimostrare che non erano disposti a vedere processati i propri colleghi. Mentre i politici perdevano tempo, milioni di persone scesero in strada per opporsi ai militari. Il paese era vicino a una nuova guerra civile. I militari rientrarono solo quando i politici garantirono l’impunità: le leggi di obbediencia debida e di punto final. Il 18 gennaio e il 1 dicembre del 1988 ci furono altre sollevazioni militari, ma la gratitudine del potere (che per anni aveva avuto carta bianca nel livellamento salariale, grazie alla scomparsa di ogni resistenza politica) si fece sentire: l’impunità era garantita, e i militari tornarono nelle caserme.
Certo, a partire dagli anni Novanta la polizia è stata dietro a numerosi casi di illegalità, forse anche sequestri. Ma finora il loro scopo era perlopiù economico: raggiri, grassazioni, rapimenti, magari vendette. La repressione politica era innegabile e spesso violenta, ma prendeva ipotesi diverse da quelle della dittatura. Non sono mancate esecuzioni (si pensi al caso dei piqueteros Maximiliano Kosteki e Darío Santillán) ma non si era ancora arrivati alla tortura e alla desapareción.

La sevizia
Eppure un altro caso inquietante è successo ancora nel 2001. Il 25 maggio di quell’anno Alejandra, la figlia di Hebe Bonafini, la presidente delle Madres di plaza de mayo, subisce una violenza di chiara matrice poliziesca. Ecco il fatto: è sola e sta aspettando gli operai che devono riparare la linea telefonica. Suona il campanello di casa e lei apre. Si trova di fronte due uomini che si qualificano come dipendenti della telefonica. Entrano, le buttano un abito sulla testa e iniziano a picchiarla sul volto e sulla fronte. La legano. Minacciano di stuprarla. Poi le spengono delle sigarette sulle braccia e sulle spalle e le infilano la testa in una busta di nylon e in un secchio d’acqua. Squilla un walkie-talkie: i due vengono richiamati e se ne vanno, senza rubare neanche uno spillo. Qualche mese prima sua madre, Hebe, era stata minacciata per telefono: “ti colpiremo in ciò che hai di più caro”. Quella di infilare la testa di un prigioniero in un sacco di nylon era una tortura chiamata, nel gergo dei sequestratori degli anni Settanta, il “sottomarino secco”. Una firma eloquente.
Con l’abrogazione delle leggi di impunità (giugno 2005) sembrava possibile che i militari pagassero per le loro azioni. Invece, ancora una volta, con la scomparsa di Lopez, hanno dimostrato di tenere in pugno il potere politico. Intanto la gente continua a scendere in piazza. Gli argentini sanno difendersi e continuano a battere le loro pentole sotto le case dei repressori. Plagiando un tango d’altri tempi: se non c’è pena, che non ci sia neanche oblio.

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