061129giuliani02.jpg[Riprendiamo da Carta lo sconvolgente scoop che costituisce l’intervista integrale rilasciata a CalabriaOra da Mario Placanica, il giovane appartenente alle forze dell’ordine che, secondo le inchieste avrebbe sparato a Carlo Giuliani, uccidendolo, durante i disordini del G8 a Genova. Sono dichiarazioni che incominciano a fare emergere verità scomode per lo Stato e per la Polizia, e che ci auguriamo vengano riprese da più parti sulla Rete, per l’importanza che hanno nel porre interrogativi sulla “verità ufficiale” che De Gennaro e i suoi hanno imposto riguardo alla più recente tragedia politica italiana. In calce, i materiali che Carmilla ha pubblicato sull’affaire G8. La redazione]

La rivelazione

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista a Mario Placanica
che il quotidiano CalabriaOra ha pubblicato oggi. Per la prima volta,
il carabiniere catanzarese che era sulla jeep defender in piazza
Alimonda, nel corso dei drammatici giorni del G8 genovese del 2001,
afferma esplicitamente di essere "un capro espiatorio usato
per coprire qualcuno" e di non avere ucciso lui Carlo Giuliani. Alcuni particolari sono raccapriccianti, come le reazioni entusiaste
dei colleghi di Placanica dopo la morte di Carlo. E poi Placanica
si pone queste domande: "Perché alcuni militari hanno
‘lavorato’ sul corpo di Giuliani? Perché gli hanno fracassato
la testa con una pietra?". E poi, sempre per la prima volta,
ricostruisce l’incidente automobilistico che ha avuto qualche anno
fa. "Lo sterzo è come se si fosse bloccato, non riuscivo
più a sterzare", afferma.

In questi anni, Placanica,
dopo essere stato assolto dall’accusa di omicidio [secondo i giudici,
aveva sparato "per legittima difesa"]
è stato congedato
per problemi comportamentali dall’Arma, ha cercato di candidarsi
alle amministrative con Alleanza nazionale [che era il partito a
cui era iscritto: poi si è candidato con una lista civica]
.

Le rivelazioni di Placanica confermano la necessità di
fare chiarezza su ciò che è avvenuto a Genova nel
luglio 2001: sulla catena di comando delle forze dell’ordine, sulle
responsabilità dei politici che stavano nella sala operativa,
sugli abusi commessi sulle centinaia di migliaia di cittadini che
manifestavano liberamente. E sulla morte di Carlo Giuliani, un ragazzo.
Mario Placanica rompe il silenzio e racconta la sua verità.
Il G8 visto da un’altra "inquadratura". Anche questa purtroppo
incompleta. Solo un tassello in più nel quadro a tinte fosche
di quel luglio genovese. Sono passati cinque anni e quattro mesi
dal 20 luglio del 2001, dalla morte di Carlo Giuliani. Mario Placanica,
il carabiniere che sparò a piazza Alimonda, si è sposato,
è diventato padre e non è più carabiniere.
L’Arma lo ha ritenuto non idoneo, congedato per "disturbo dell’adattamento
con ansia ed atipie del pensiero". Lui però non ci sta.
Si è sottoposto ad altre visite che lo hanno dichiarato sano,
ha fatto ricorso al Tar e ora ha deciso di non tacere più.
Dice di non aver più paura della verità. Non ha una
versione alternativa su quei terribili momenti, ma di una cosa appare
certo: non è stato lui a uccidere il giovane manifestante.

Quando sei arrivato a Genova?
Siamo arrivati il 17 luglio
A quale reparto eri stato assegnato?
Ero con il dodicesimo battaglione Sicilia
Da quanto tempo eri nel battaglione?
Da dicembre del 2000
Avevi già svolto compiti di controllo dell’ordine pubblico?
Sì, un banale servizio d’ordine allo stadio di Palermo
Arrivato a Genova che clima hai trovato?
Eravamo stanchi. Le operazioni di sistemazione sono state lunghe
e snervanti.
Tra i colleghi vi confrontavate?
C’era una tensione indescrivibile
Gli ufficiali tentavano di tranquillizzarvi?
I superiori gridavano sempre
Che ordini vi sono stati impartiti per le giornate del G8?
Ci dicevano che le situazioni sarebbero state un po’ particolari,
non come semplice ordine pubblico ma qualcosa di più
In che senso?
Ci dicevano di stare attenti, ci raccontavano che ci avrebbero tirato
le sacche di sangue infetto. Ci dicevano di attacchi terroristici.
La sensazione era come se dovessimo andare in guerra
Si è detto che per tenersi carichi alcuni fecero uso
di droga.

Che io sappia no. Certo che c’era un’agitazione fuori dalla norma.
Può darsi anche questo. Io non ne ho mai fatto uso.
Quella mattina del 20 luglio dove sei stato dislocato?
Ci hanno posizionato vicino la "Fiera" insieme ad alcuni
poliziotti. Ci sono state delle cariche sul lungomare, ma solo di
alleggerimento. Abbiamo partecipato alle cariche in cui venne dato
alle fiamme il blindato dei carabinieri. In quella situazione mi
è stato affidato il compito di sparare i lacrimogeni per
disperdere i manifestanti. Però dopo un po’ il maggiore Cappello
mi ha preso il lanciagranate perché diceva che non ero capace.
Io stavo sparando a "parabola", così come mi è
stato insegnato, e invece lui ha iniziato a sparare ad altezza d’uomo,
colpendo in faccia le persone. Cose allucinanti.
Quando hai iniziato a sentirti male?
Io dovevo togliere il nastro ai lacrimogeni e passarli al maggiore
Cappello. Quando si toglie il nastro fuoriesce un po’ di gas e quindi
ho iniziato a sentirmi male. Così sono stato accompagnato
in una via che conduce a piazza Alimonda. Sulla strada ho visto
di tutto, ho visto picchiare a sangue dal colonnello Truglio e dal
maggiore Cappello alcune persone con la macchina fotografica. Ho
iniziato a vomitare e mi hanno fatto salire sulla camionetta.
Chi eravate sul Defender?
C’eravamo io, Cavataio, carabiniere in ferma biennale e, Raffone,
un ausiliario seduto dietro insieme a me
Nessuno che avesse esperienza?
Sì, eravamo solo noi
Accanto avevate un’altra camionetta?
Si, c’era un altro defender con a bordo il colonnello Truglio. Il
responsabile del nostro mezzo era il maggiore Cappello
C’erano altri colleghi?
C’era il plotone dei carabinieri davanti a noi che ci faceva da
scudo.
Dalle immagini si vede partire la carica dei manifestanti,
tu cosa hai visto?

I carabinieri sono scappati, ci hanno superato, noi abbiamo fatto
retromarcia e siamo rimasti incastrati contro un cassonetto della
spazzatura.
Cosa ti ricordi di quei momenti?
Solo un rumore infernale.
Quando vi siete incagliati cosa hai pensato?
Ci hanno lasciato soli, ci hanno abbandonato. Potevano intervenire
perché c’erano i carabinieri e anche gli agenti della polizia.
Potevano fare una carica per disperdere i manifestanti e invece
non hanno fatto niente. Quel momento è durato una vita.
Quando hai estratto la pistola?
Quando mi sono visto il sangue sulle mani. Ero stato colpito alla
testa. Ho tolto la pistola e ho caricato
Cosa vedevi davanti a te?
Non vedevo praticamente nulla, ero quasi steso, solo Raffone era
un po’ più alzato. Mi è arrivato l’estintore sullo
stinco, scalciando con i piedi l’ho ributtato giù. Loro continuavano
con questo lancio di oggetti, io ho gridato che avrei sparato. Poi
ho sparato in aria.
Sei convinto di aver sparato in aria?
Sono convinto di aver sparato in aria, non ho preso mira, è
la verita
Quanti colpi hai sparato?
Due colpi, tutti e due in aria
Eri seduto?
Ero steso, con il braccio alzato verso l’alto, all’interno del defender.
La mano era sopra la ruota di scorta del Defender.
Hai sentito solo i tuoi due colpi?
Sì. Dopo i due spari sul defender è salito un altro
carabiniere che si chiama Rando di Messina e ha messo lo scudo sul
vetro che avevano rotto. Davanti è salito un maresciallo
dei Tuscania di cui non ricordo il nome. E siamo partiti. Eravamo
diretti all’ospedale ma abbiamo dovuto allungare il percorso perché
sulla strada c’erano i manifestanti, quelli di Agnoletto, che non
volevano farci passare. Al pronto soccorso mi hanno ricoverato perché
avevo perso molto sangue
Non vi siete accorti di quello che era successo a piazza Alimonda?
No. Ho saputo della morte di Carlo Giuliani alle 23 quando sono
venuti in ospedale i carabinieri con un maggiore. Però non
mi hanno comunicato la notizia in ospedale. Mi hanno fatto dimettere,
mi hanno fatto firmare la cartella e mi hanno portato in caserma.
Lì mi hanno detto che avevo ucciso un manifestante.
Come ti sei sentito in quel momento?
Mi è caduto il mondo addosso. Io sapevo di aver sparato però
ero convinto anche di aver sparato in aria. Mi hanno fatto l’interrogatorio,
mi hanno messo sotto pressione e io ho risposto quello che potevo
rispondere. Hanno cercato di farmi dire qualcosa in più,
ma io l’ho detto che non avevo sparato direttamente.
Quanto è durato l’interrogatorio?
Un’ora circa, intorno a mezzanotte
E dopo cosa è successo?
Mi hanno riportato alla fiera di Genova. Mi hanno fatto dare sette
giorni di prognosi
Che ambiente hai trovato quando sei rientrato in caserma?
Mi chiamavano il killer. I colleghi hanno fatto festa, mi hanno
regalato un basco dei Tuscania, "benvenuto tra gli assassini"
mi hanno detto.
I colleghi erano contenti di quello che era capitato?
Si, erano contenti. Dicevano morte sua vita mia, cantavano canzoni.
Hanno fatto una canzone su Carlo Giuliani
Tu come ti sentivi?
Io ero assente, non volevo stare con nessuno, mi sentivo troppo
male.
Dopo tre giorni ti hanno mandato a Palermo
Ero felice di lasciare quel posto. Però appena arrivato in
Sicilia sceso dall’autobus il colonnello mi ha preso a schiaffi
Perché?
Forse per scrollarmi un po’, ma non lo so
A Palermo come ti hanno accolto i colleghi?
Tutti mi chiedevano, si informavano. Non ti dico che pressione psicologica
Ma a casa quando sei tornato?
Dopo una settimana che ero a Palermo mi hanno dato trenta giorni
di convalescenza. Però mi hanno mandato nella caserma di
Sellia e i miei genitori non potevano entrare. Mio padre tra l’altro
era ricoverato in ospedale a Catanzaro. Io uscivo di nascosto, ma
a Catanzaro non sono riuscito a salire.
Che idea ti sei fatto, era per proteggerti o perché
non volevano che parlassi all’esterno?

Non lo so se mi proteggevano o avevano paura di qualcosa. Anche
perché subito in quei giorni mi hanno messo gli psicologi
per farmi controllare. Ma io che malattia avevo…
Certo che accettare di aver ucciso un ragazzo…
Ma io non ero sicuro di averlo ucciso. Mi venivano i dubbi perché
se io ho sparato in aria come fanno a dire che l’ho colpito in faccia,
che sono un cecchino
Avevi sparato prima di quel giorno?
Tre volte al poligono e non ti dico i risultati, non ne ho preso
uno. Non ero buono con la pistola anche per questo mi hanno mandato
al battaglione. Alle stazioni mandano quelli più bravi, gli
altri vanno nei battaglioni.
Dopo Sellia ritorni in Sicilia…
Lì sono iniziati i problemi. Perché tutte quelle domande
erano uno stress incredibile. Insomma ho iniziato a marcare visita.
Mi hanno trasferito a Catanzaro al reparto comando, poi sono andato
a un corso integrativo in Sardegna. Ma anche lì continuavano
le domande e non ho neanche finito il corso. Sono tornato in Calabria
e per due anni ho iniziato a lavorare a singhiozzo.
In questo periodo ti capita un altro episodio che ha fatto
discutere. Ti salvi quasi miracolosamente da un incidente stradale.

Ho perso improvvisamente il controllo del veicolo. Lo sterzo è
come se si fosse bloccato, non riuscivo più a sterzare.
Dopo questo periodo difficile però inizi a sentirti
meglio e il 22 novembre 2004 ti sottoponi a una visita psichiatrica
all’ospedale militare per tornare in servizio

Era parecchio che non lavoravo, mi sentivo di voler riprendere,
ero più sereno, mi ero appena fidanzato. Il dottore Pagnotta
dell’ospedale militare dopo avermi esaminato mi dice che ero idoneo.
Porto il certificato in commissione medica e invece i tre ufficiali
della commissione non ne tengono conto e mi dicono che mi fanno
fare un’altra visita.
Perché un’altra visita?
Non me lo hanno detto. Mi hanno mandato dalla dottoressa Vittorina
Palazzo. Secondo me avevano già deciso di congedarmi. Con
la dottoressa ci eravamo già visti a Villa Bianca. Io ero
andato perché prendevo delle gocce per dormire. Lei invece,
senza visitarmi, mi ha fatto prendere l’Aldol. Dormivo venti ore
al giorno, mi ha rovinato, non me lo doveva dare.
Fai quest’altra visita il 13 dicembre del 2004 e cosa succede?
La dottoressa mi ha dichiarato non idoneo. Mi è caduto il
mondo addosso
Potevi però chiedere di essere destinato agli uffici?
Me lo hanno consigliato loro di fare domanda e io l’ho fatto. Non
l’hanno accolta perché non ero inquadrato nella forza dell’Arma,
perché ero ancora in ferma volontaria. I quattro anni però
erano già scaduti, ma non ne hanno tenuto conto.
Hai presentato ricorso al Tar?
Ma dicono che è innamissibile il mio rientro, hanno prodotto
la mia domanda per i ruoli civili sostenendo che io ero già
consapevole di voler andare in ufficio, quando invece sono stati
loro a consigliarmi di farla. E non hanno tenuto conto della mia
causa di servizio, a me spetta il ruolo civile.
Perché non ti vogliono più?
Sono un capro espiatorio usato per coprire qualcuno. Le porte sono
chiuse per Placanica
A logica però sarebbe stato più conveniente tenerti
buono e non lasciarti solo?

Però se vengo congedato per problemi psichici chi mi crede!
Per anni mi hanno sottoposto a uno stress psichico insopportabile.
Mi hanno detto che i no global mi avrebbero ammazzato. Sono arrivati
a dirmi che avrebbero ucciso mia moglie quando era incinta. Con
il congedo che mi hanno dato chi mi darà un lavoro?
Eppure c’è una terza perizia…
Ho chiesto una perizia di parte effettuata da Mauro Notarangelo
che ha certificato che io sto bene. Sono riuscito a ripulirmi da
tutti i farmaci che mi hanno fatto prendere
A distanza di cinque anni quale è il tuo pensiero su
questa vicenda?

Credo che mi sono trovato in un ingranaggio più grande di
me. Che ero nel posto sbagliato, non si potevano mandare ragazzi
inesperti e armati in quella situazione
Secondo te si è detta tutta la verità sul G8
di Genova?

No.
Cosa è rimasto all’oscuro?
Ci sono troppe cose che non sono chiare.
A cosa ti riferisci?
A quello che è successo dopo a piazza Alimonda. Perché
alcuni militari hanno "lavorato" sul corpo di Giuliani?
Perché gli hanno fracassato la testa con una pietra?
Hai posto queste domande ai tuoi superiori?
Una volta ho telefonato al maggiore Cappello. Lui mi ha detto che
non dovevo avere dubbi. Però lui mi disse di aver saputo
quanto successo la sera alle 20 e invece nelle immagini che ho rivisto
si vede lui accanto al corpo di Giuliani. Io non ho sentito altri
spari, però anche i colleghi che erano dentro al defender
non hanno sentito i miei colpi. Ritengo che cremare il corpo di
Giuliani sia stato un errore, forse si sarebbe potuto scoprire di
più, qualcosa sul corpo forse c’era.
Sei alla ricerca della verità?
Si. Come fanno a dire che l’ho sparato in faccia. Non è vero.
È impossibile. Non potevo colpire Giuliani. Ho sparato sopra
la ruota di scorta del defender.
Perché hai deciso di parlare solo adesso?
Perché ci vuole coraggio e io finalmente l’ho trovato. Merito
anche dell’avvocato a cui mi sono rivolto, Antonio Ludovico, che
mi ha sempre sostenuto e mi ha consigliato di non aver paura della
verità.

MATERIALI SULL’AFFAAIRE G8 IN CARMILLA:

“Genova”. Una proposta per sostenere chi si sbatte
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La vergogna della Diaz
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