di Gaspare De Caro e Roberto De Caro

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È successo poche ore fa, a Sadr City: «Soldati Usa hanno sparato sui civili […] hanno aperto il fuoco contro un minibus». Quattro morti e otto feriti, la prima stima. Gli «operai a bordo del bus si recavano a lavorare al grande mercato di Jamila, a Bagdad Est. Fra i feriti alcuni sono molto gravi e ci sono anche due donne», battono le agenzie. Ieri in Afghanistan «alcuni soldati Nato hanno sparato contro un minibus considerato ‘sospetto’ […] un civile è rimasto ucciso». Normale orrore quotidiano, laddove ci sia una guerra. A commento ripubblichiamo da Hortus Musicus, anno IV, n. 15, luglio-settembre 2003, l’articolo L’eccezione e la regola, che purtroppo continua ad essere d’attualità. Si era in quei giorni appena conclusa con la grande vittoria della Civiltà occidentale la guerra in Iraq e la popolazione cominciava a godere i frutti della pace. Non mancavano tuttavia di quando in quando incidenti su cui i comunicati ufficiali non sempre facevano chiarezza. L’articolo mostra che in simili circostanze talvolta la buona letteratura può offrire utili chiavi di interpretazione.

Eccezione, regola
11 aprile 2003, Nassirya, Iraq centrale. È l’alba. Al check-point i liberatori garantiscono l’ordine di ciò che resta. Dopo ricostruiranno. Si avvicina un minibus: undici persone a bordo, anche due bambini sul sedile anteriore, a dimostrare intenzioni pacifiche. Il conducente non capisce che deve fermarsi, forse è terrorizzato dalle armi dei marines. «Ad alta velocità», dirà poi l’ufficiale che comanda il posto di blocco, il minibus «si è infilato nel tratto a zig zag delimitato da ostacoli». Non abbastanza velocemente, però, da evitare la punizione immediata. Le raffiche dei marines uccidono i bambini e feriscono equanimi tutti gli adulti. Le perquisizioni non trovano armi. I soldati ammettono il «deplorevole errore» e prestano ai feriti «le migliori cure disponibili sul posto». Sono umani, dopo tutto.
Episodi così ce ne sono stati molti in Iraq, in quei giorni: a Hillah quindici morti; a Najaf sette morti, tra i quali cinque bambini; a Samawa un morto e tre feriti; a Bagdad due uomini e un ragazzo uccisi. Ogni volta le autorità militari hanno dato esaurienti spiegazioni tecniche, hanno ammesso l’errore, hanno espresso condoglianze alle famiglie, se residue. Non c’è motivo di dubitare delle loro buone disposizioni, ma è dubbio che colgano davvero la logica degli eventi, la stringente necessità dell’impulso ad uccidere. La migliore filosofia politica americana, l’accreditata tesi liberale, che già illuminò l’era Clinton, dell’esistenza di «popoli decenti» (decent peoples) e di popoli che non lo sono – da ridurre pertanto all’unica ragionevole way of life , potrebbero spiegare una tale inclinazione alla correzione radicale; ma i marines non sono sospettabili di leggere Rawls.
Un apologo di Brecht può aiutare meglio a capire.

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Il mercante Langmann attraversa il deserto di Jahí con un portatore carico di bagagli. Ha fretta, insulta e bastona il portatore perché non indugi. Durante una sosta il portatore gli si avvicina per offrirgli dell’acqua. Il mercante crede che la borraccia sia una pietra e che il portatore voglia colpirlo. Estrae la pistola e lo uccide. In tribunale si giustifica: «Ma io come potevo supporre che fosse una borraccia? Non c’era ragione perché quell’uomo mi offrisse da bere. Non gli ero amico». E il giudice, saggiamente: «In altre parole, voi avete avuto ragione di supporre che il portatore nutrisse rancore contro di voi. Avreste, cioè, ucciso un uomo che nella fattispecie era innocuo, ma del quale voi non potevate sapere che era innocuo. Qualche volta capita lo stesso alla polizia. Sparano sulla massa dei dimostranti, su uomini pacifici, soltanto perché non riescono a capire come mai questi uomini non li abbiano sbalzati di sella e linciati. Questi poliziotti sparano perché hanno paura, ecco tutto. E che abbiano paura è prova di buon senso. Voi non potevate sapere che quel portatore rappresentava l’eccezione! Non è così?». Di qui la sentenza: «Il mercante e il portatore appartenevano a classi diverse, e il mercante doveva aspettarsi da lui il peggio. Non poteva credere a un atto di amicizia da parte del portatore, dato che (come ha confessato lui stesso) lo aveva maltrattato. La ragione lo avvertiva che stava correndo un grave pericolo. […] L’accusato quindi ha agito in stato di legittima difesa, e poco importa che fosse realmente minacciato o che solo supponesse di esserlo: date le circostanze doveva necessariamente sentirsi in pericolo. L’accusato pertanto è assolto».

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Come il mercante di Brecht, a Nassirya i marines hanno odiato e ucciso per paura, «hanno sospettato che si trattasse di un attentato suicida e hanno aperto il fuoco […]. I nostri uomini hanno dovuto agire per proteggersi da quello che ritenevano fosse un uomo-bomba». Né poteva fare differenza che ben visibili sul minibus ci fossero dei bambini: perché no bambini kamikaze? Il punto è che i marines consideravano normale l’intenzione di uccidere degli uccisi: erano iracheni, erano stati bombardati, invasi, ridotti alla fame, costretti ad abbandonare le loro case, a cercare scampo altrove a rischio della vita. Erano stati liberati, certo: ma lo sapevano? Perché non avrebbero dovuto odiare gli Americani? Perché non avrebbero dovuto cercare di ucciderli? Chi avrebbe potuto pensare che quel minibus era l’eccezione alla regola?

 

 

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