yunus.jpg[Dopo il giusto e politico riconoscimento a Orhan Pamuk per la Letteratura, l’Accademia di Stoccolma compie un gesto che ha del rivoluzionario: assegna il Nobel per la Pace a Muhammad Yunus, bengalese, noto come “il banchiere dei poveri”, perché ha istituzionalizzato i piccoli prestiti che hanno consentito, come dice la motivazione, “di creare sviluppo economico e sociale dal basso”: è il cosiddetto microcredito. Proponiamo, per celebrare questo prestigioso riconoscimento, di marca spiccatamente antiliberista, un testo dello stesso Yunus, in cui racconta la sua straordinaria vicenda]

UNA NUOVA FRONTIERA: IL MICROCREDITO
di Muhammad Yunus

All’inizio degli anni Settanta ero professore di economia all’università di Chittagong, in Bangladesh. Insegnavo eleganti teorie ma ben presto il mio entusiasmo cominciò a diminuire. Iniziai a considerarle con sospetto quando il mio paese, dovette affrontare una carestia: fu allora che scoprii la distanza tra la vita reale dei poveri e degli affamati e l’astrattezza di quelle teorie economiche.

ilbanchieredeipoveri_yunus.jpg(Qualcuno tra i lettori di Libertaria forse conosce già una parte di quanto sto per raccontare perché è stato pubblicato nel mio libro edito da Feltrinelli: Il banchiere dei poveri, ma mi è indispensabile ripeterlo per far capire le ragioni fondamentali di Grameen bank). Decisi di conoscere l’economia reale affrontata dai poveri nella loro vita di tutti i giorni. In qualche modo fui fortunato: l’università di Chittagong si trova in un’area rurale, e fu facile visitare quasi ogni giorno le fattorie nel villaggio di Jobra, poco lontano. Imparai sulla vita di quella gente moltissime cose che non avrei mai scoperto se non parlando con loro. La principale ragione per cui i poveri di Jobra soffrivano era la loro impossibilità di ottenere piccolissime somme di denaro liquido. Avrebbero avuto bisogno di meno di un dollaro al giorno, ma pur lavorando non riuscivano quasi mai ad averlo. Erano vittime di un circolo vizioso: lavoravano con tenacia, producendo oggetti che rivendevano poi alla stessa persona che aveva anticipato loro il denaro per la materia prima: era quel commerciante a decidere arbitrariamente i prezzi dei loro manufatti, ad anticipare loro il denaro per il materiale, e a impedire che, nei fatti, guadagnassero. Il compenso ricevuto copriva a malapena l’acquisto del materiale. Feci una lista delle persone che avevano bisogno di denaro liquido. Il mio elenco ne comprendeva 42: la somma di cui avevano bisogno era complessivamente di 27 dollari. Ne restai sconvolto. Era facilissimo discutere di piani quinquennali e di milioni e milioni di dollari, ma nessuno prestava la minima attenzione al fatto che 42 individui, sani, capaci di lavorare tenacemente, e con abilità, avessero bisogno di 27 dollari. Prestai io stesso quel denaro a quelli che erano sulla mia lista: me lo avrebbero restituito come avrebbero potuto. Vedendo come era facile riempire d’entusiasmo tanta gente con una somma così piccola, mi dissi che avrei dovuto inventare un modo per trovare denaro per loro in modo costante. Mi rivolsi alla banca del campus. L’impiegato della banca rispose che non si poteva prestare denaro a quella gente perché non la si poteva considerare degna di credito. Gli contrapposi tutti i migliori argomenti che mi vennero in mente, ma non venni a capo di nulla. Incontrai funzionari più importanti, sempre senza risultati. Alla fine mi offrii io stesso come garante del prestito. Nel 1976 ottenni il denaro dalla banca e lo prestai ai poveri di Jobra. Tutti mi restituirono i loro prestiti senza problemi. Ma la banca non cambiò la sua opinione: dissero che se avessi tentato con due villaggi, non avrebbe funzionato. Lo feci. E funzionò. Tutto questo ebbe come conseguenza una serie di cose: continuai a espandere la mia attività da due a cinque, poi a venti, cinquanta, cento villaggi, sempre per convincere i bancari. Funzionava tutte le volte. Ma la banca non volle cambiare atteggiamento. Cominciai a capire che non si tratta di sapere se le persone sono degne di credito, sono le banche che non sono degne delle persone. Decisi allora di creare io stesso una banca per i poveri, una banca che prestasse senza garanzie, senza avalli collaterali, perché il punto è proprio questo: quando si chiedono garanzie collaterali non si è al livello delle persone che hanno necessità. La Grameen bank nacque finalmente nel 1983. Attualmente la banca lavora in 37 mila villaggi su un totale di 68 mila villaggi del Bangladesh, prestando denaro a quasi due milioni e mezzo di persone, di cui il 94 per cento sono donne. Nel corso degli anni ha prestato denaro a 12 milioni di persone, il 10 per cento della popolazione del Bangladesh. Nel giugno 1997 abbiamo raggiunto la cifra di 2 miliardi di dollari di prestiti. Il primo miliardo di dollari era stato raggiunto nel marzo de1 1995, 18 anni dopo l’inizio a Jobra. Ci sono voluti solo due anni per raggiungere il secondo miliardo. Dopo vent’anni di lavoro, il prestito medio a persona si aggira intorno ai 160 dollari. Elargiamo prestiti che aiutano a produrre reddito, prestiti per costruire case e proponiamo una sorta di leasing per acquisire equipaggiamento, strumenti, animali. Il nostro tasso di restituzione è del 97 per cento. Da numerose indagini risulta che i nostri clienti hanno registrato un regolare miglioramento del loro livello di vita: metà di loro è arrivata a superare la soglia della povertà, un altro quarto si appresta a superarla. Le famiglie dei nostri mutuatari, inoltre, hanno un tenore di vita migliore delle altre, quanto ad alimentazione, mortalità infantile, uso di contraccettivi, condizioni igieniche, uso di acqua potabile: i nostri prestiti per la casa hanno fornito un tetto a oltre 350 mila famiglie, mentre altre 150 mila si sono costruite un alloggio con i proventi derivanti dalle attività intraprese con l’aiuto di Grameen. Proprietari della Grameen bank sono i suoi stessi clienti. I poveri. Che hanno iniziato a muoversi in una logica di mercato.

Come funziona Grameen

Primo. Grameen non chiede garanzie collaterali: l’intera operazione della nostra banca è esente da azioni legali.Ci basiamo totalmente sulla fiducia. Complessivamente, abbiamo a che fare con milioni, anzi miliardi di dollari, ma non esiste alcun tipo di documento legale tra mutuante e mutuatario. Se lo raccontassimo ai banchieri tradizionali, avrebbero un attacco cardiaco. Ma nel Bangladesh gli strumenti legali non servono neppure alle banche tradizionali: le persone ricche che ricevono ingenti prestiti dalla banche non le rimborsano mai. Secondo. Noi di Grameen pensiamo che l’esperienza di lavoro di chi chiede un prestito per avviare una sua attività non sia importante. Chiunque lo desidera può tentare una propria iniziativa. D’altro canto, se chiedessimo come condizione per elargire il prestito un’esperienza di lavoro precedente, non avremmo risposta. Per questo diciamo: se hai un’idea, realizzala, mettiti alla prova, vedi che cosa sai fare con una piccola somma. La Grameen, inoltre, si è concentrata prevalentemente sulle donne. Mi accorsi presto che sul totale di chi aveva avuto prestiti dagli istituti tradizionali del mio paese, le donne erano meno dell’1 per cento. Sin dall’inizio, feci in modo di dare almeno la metà dei nostri prestiti alle donne. All’inizio, erano loro stesse ad avere perplessità, a insistere perché il denaro venisse dato ai mariti. Dopo appena sei anni, ci rendemmo conto che il denaro prestato alle donne dava risultati migliori, in termini di cura della casa, dei bambini. Sui 2,4 milioni di persone che fanno ricorso alla nostra banca principale, il 95 per cento è costituito da donne. Altra caratteristica della nostra banca: non aspettiamo che sia la gente a venire da noi, ma andiamo noi da chi ha bisogno. È un aspetto fondamentale del nostro modo di lavorare: non abbiamo istituito uffici, continuato l’apartheid finanziario, ma inviato nei villaggi nostri emissari capaci di instaurare un rapporto di scambio semplice, naturale. Altra caratteristica della Grameen è che non solo è una banca che presta ai poveri, ma è anche gestita dai poveri.

Iniziativa individuale invece di lavoro salariato

Si pensa sempre che l’unica maniera per sradicare la povertà sia creare occupazione. Abbiamo elaborato teorie economiche che sostengono come la gente dovrebbe avere un lavoro, un lavoro salariato, non denaro per fare denaro; gli istituti finanziari hanno reso questa situazione definitiva. Per poter iniziare a ottenere denaro da quegli istituti bisogna già disporre di qualcosa: per questo nel mondo troviamo gli strozzini, gli usurai. Credo che la vera sconfitta della povertà inizi quando le persone vengono messe in grado di controllare il proprio destino. Non è il lavoro in quanto tale che salva i poveri, ma il guadagno legato al libero lavoro. Nella maggior parte dei casi, questo elimina la povertà più rapidamente, con un costo minimo, o senza costi addirittura. Ed è sempre questo a dare ai poveri il controllo sulla propria esistenza. Si impara proprio questo dall’esperienza della Grameeen: una volta ottenuto un piccolo capitale, per quanto minimo, i poveri sono capaci di trarne incredibili cambiamenti nelle loro esistenze. Alcuni hanno bisogno solo di 20 dollari, ad altri ne servono 100 o 500. Alcuni desiderano intrecciare stuoie, altri vogliono coltivare riso, altri vogliono cuocere stoviglie, altri allevare una mucca. I nostri mutuatari non fanno nessun corso particolare: hanno già ricevuto le conoscenze di cui hanno bisogno nell’ambito della famiglia o nell’apprendistato per il loro lavoro. Tutto ciò di cui hanno bisogno è un piccolo capitale. Spesso, il momento stesso in cui si riceve il primo prestito è un’esperienza molto formativa: quei pochi soldi sono, per chi li riceve, una cifra enorme, che spaventa perché non si sa se sarà in grado di restituirla, ma riceverli è il punto d’avvio della fiducia in se stessi. Ovviamente l’iniziativa privata ha i suoi limiti, ma in molti casi è l’unica soluzione per modificare il destino di quelli che la nostra economia rifiuta di arruolare.

Grameen phone e Grameen shakti

Il microcredito mette in moto piccoli ingranaggi economici nella parte reietta della società. Quando un gran numero di piccoli ingranaggi si è messo in moto, il terreno è pronto per imprese più grandi. I microrisparmiatori allora possono organizzarsi per possedere grandi imprese. Con queste premesse, la Grameen bank ha creato numerose società che si inseriscono nel processo di superamento della povertà e lo velocizzano. Per esempio la Grameen phone, la più grande compagnia di telefonia mobile del Bangladesh che servirà circa un milione di utilizzatori di telefoni cellulari entro il 2003, sia nelle aree urbane sia in quelle rurali del Bangladesh. Donne che hanno gia avuto prestiti dalla Grameen bank avranno l’incarico di gestire il telefono cellulare del loro villaggio. Così, toccherà a una donna povera, che in molti casi non aveva mai visto prima in vita sua un telefono o una lampadina, essere responsabile di un cellulare, aiutare gli altri a entrare in contatto con il mondo e guadagnare vendendone i servizi. In futuro, non escludiamo di utilizzare questa stessa rete di persone per portare Internet nelle campagne del Bangladesh. Con il tempo, poi, i clienti della Grameen diventeranno i padroni della stessa compagnia attraverso quote, come già avviene nel caso della banca. E quella sarà l’unica compagnia al mondo del settore delle telecomunicazioni posseduta in gran parte da donne povere. Quasi il 65 per cento dei villaggi del Bangladesh non è raggiunto dall’elettricità. Grameen ha creato anche Grameen shakti, una società che porterà energia solare e altre forme di energia rinnovabile nei villaggi, per alimentare cellulari, lampade, radio, televisioni, e computer. Per la fornitura dell’energia, la shakti creerà microsocietà possedute e gestite a livello locale dai poveri. Nelle strategie convenzionali dello sviluppo, gli impianti per l’energia, le telecomunicazioni e le altre infrastrutture sono possedute o dai più ricchi del paese, o da multinazionali, o da entrambi,e sono al servizio dei loro interessi. Grameen e il microcredito possono aprire la strada per pensare in modo diverso, e, ci si augura, agire in modo diverso, in un modo che tenga conto dei poveri.

Perché diamo denaro senza formazione?

Ci siamo contrapposti ai soliti metodi di chi mira ad alleviare la povertà, offrendo denaro senza avere nessuna intenzione di fare anche formazione. Questo perché credo che tutti gli esseri umani, anche i più poveri, abbiamo un’abilità innata, che io chiamo abilità alla sopravvivenza. Il fatto stesso che sopravvivano ne è la prova. Non hanno bisogno che qualcuno insegni loro come riuscirci, lo sanno da soli. Così, piuttosto che perdere tempo insegnando loro nuove abilità, abbiamo deciso di fare il massimo uso delle abilità già esistenti. Dare a un povero l’accesso al credito gli offre la possibilità di mettere immediatamente in pratica le abilità già possedute, tessere, coltivare, allevare, condurre un risciò. E il denaro che ne ricava diventa una chiave che innesta una reazione a catena di altre abilità, uno strumento per esplorare le sue potenzialità. I responsabili dei governi, molte Ong (organizzazioni non governative), i consulenti internazionali continuano a far partire tutti i progetti per la diminuzione della povertà con programmi di formazione estremamente elaborati. Il che si spiega in tre modi. Primo: si pensa che i poveri siano tali per mancanza di abilità (se ne avessero, non sarebbero poveri). Secondo: si inizia dalla formazione per perpetuare gli interessi di chi non vuole rinunciare a posti di lavoro lautamente pagati senza alcun obbligo reale di produrre risultati (si può far finta di lavorare tantissimo, senza in realtà fare nulla). Terzo: non si sa che cos’altro fare. Tutti gli studiosi della povertà continuano a insistere sul punto che il training è assolutamente vitale perché i poveri possano risalire la scala economica. Questo però è un prerequisito teorico. Chiunque osserva la realtà in modo attento, non può non accorgersi che i poveri sono tali non perché non sono stati istruiti, o non hanno ricevuto alcuna educazione, ma perché non riescono a ottenere il reale compenso dal loro lavoro. La causa è ovvia: non hanno nessun controllo sul capitale. Il povero lavora a beneficio di qualcuno che controlla il capitale. Perché il povero non può stabilire il controllo su un proprio capitale, per quanto minimo? Perché non guadagna, e nessuno, finché resta in quella situazione, gli consente di avere accesso al capitale né al credito. Il mondo intero è convinto che i poveri non siano affidabili, non siano degni di credito. (È strano, non ci chiediamo mai se le banche siano degne della gente…). La maggioranza dei programmi di formazione ha effetti controproducenti. I poveri vengono invitati a prendervi parte con l’offerta di incentivi, a volte sotto forma di benefici economici immediati, altre volte promessi come premi che arriveranno, in seguito, sotto forma di denaro contante o di posti di lavoro. Questo attira i poveri, anche se non sono per nulla interessati alla formazione. Molti corsi di formazione, poi, invece di rafforzare le persone, ne distruggono le capacità naturali, o le fanno sentire piccole, stupide, addirittura inutili. Con questo non intendo sostenere che la formazione in sé sia del tutto negativa: può essere estremamente importante per aiutare a superare le difficoltà in modo veloce e definitivo. Si tratta però di mettere i poveri in condizione di sentirne l’esigenza: allora saranno persino disposti a pagare per ottenerla, e pagheranno per avere ciò che realmente desiderano. C’è un ambito in cui i membri di Grameen sentono l’esigenza di essere formati, ed è quello dell’istruzione dei loro figli. Una delle sedici risoluzioni di Grameen recita: “ci impegniamo a dare un’istruzione ai nostri figli”, e tutti i nostri membri sono coscienti della sua priorità. Sanno che i loro figli essendo istruiti, lotteranno più efficacemente per rompere il cerchio della miseria che sembrava doversi perpetuare in eterno. Grameen ha istituito una nuova struttura, Grameen shikkha, che avrà il compito di elaborare un metodo per diffondere rapidamente l’alfabetizzazione tra le famiglie di Grameen e nel resto della popolazione.

Un tema trascurato dagli economisti

Gli economisti hanno contribuito in modo determinante a modellare il mondo in cui viviamo, e si può dire, senza timore di errore, che hanno completamente fallito nell’ambito delle scienze sociali: le teorie economiche hanno forse messo in evidenza i meccanismi che regolano la nostra economia, ma hanno trascurato l’esistenza della povertà e hanno eluso la dimensione sociale dei problemi. Di povertà si tratta solo nell’ambito della cosiddetta economia dello sviluppo, un ramo collaterale dell’economia, nato dopo la seconda guerra mondiale. Ma l’economia dello sviluppo, sostanzialmente si è limitata a reinterpretare la teoria economica dominante. La teoria microeconomica è incompleta: gli individui vi figurano solo come consumatori o come produttori. E la teoria della produzione comincia con la funzione di produzione: data una certa tecnologia, come può un imprenditore unire lavoro e capitale per ottenere determinati livelli di produzione? Da questo si passa alla teoria dell’impresa: è un approccio che esclude la stessa idea di lavoro indipendente. Da un lato gli imprenditori, dall’altro la massa di chi esiste unicamente per servirli. Così, la creatività e l’ingegnosità dei singoli sono state totalmente misconosciute : in quell’ottica, la possibilità che ognuno diventi imprenditore non viene contemplata, la sola forma di lavoro ipotizzata per i poveri è quella salariata, e il lavoro indipendente viene liquidato come sinonimo di economia povera. Una scienza sociale degna di questo nome dovrebbe invece creare un quadro analitico che apprezzi le abilità degli esseri umani e li incoraggi a esplorare il proprio potenziale, a non limitarsi al presupposto di avere possibilità limitate e circoscritte, e a un loro ruolo stabilito una volta per tutte. Eliminando dalle analisi la vivace realtà del lavoro indipendente, l’economia tradizionale non solo si è ridotta a una semplice scienza degli affari, ma ha trascurato un’importante dimensione sociale, quella delle famiglie, fatte di uomini, donne, bambini. Se, invece, la teoria microeconomica venisse integrata con una teoria del lavoro indipendente, gli economisti potrebbero affrontare agevolmente problemi quali la povertà, lo sviluppo, la famiglia, l’incremento demografico, il rapporto uomo e donna, ed elaborare importanti teorie in altri campi, come il sistema creditizio, l’accesso alle risorse. In molti paesi del terzo mondo la stragrande maggioranza della gente si guadagna da vivere facendo un lavoro indipendente: non sapendo come definirlo, gli economisti hanno definito questo fenomeno con l’etichetta generica di “settore informale”. Poi, non avendo strumenti analitici per affrontarlo, hanno preferito etichettarlo come indesiderabile e invitare i paesi a eliminarlo, a maggior beneficio delle loro economie. Allo stesso modo, i politici lo hanno bandito dalle loro menti. Aprire opportunità per il lavoro indipendente creando istituzioni e politiche adeguate è invece la strategia migliore per eliminare la disoccupazione e la povertà.

Quale concetto di credito

Un’altra area in cui l’economia tradizionale ha giocato un ruolo negativo è quella del credito. È incredibile come gli economisti non abbiano mai compreso il potere sociale del credito. Nelle teorie economiche, il credito è visto come un lubrificante innocente, uno strumento neutro che olia le ruote del commercio, degli scambi, delle imprese. Il fatto che il credito crei potere economico, e di conseguenza potere sociale non viene capito dagli economisti. O meglio, non hanno voluto capirlo. Gli istituti di credito hanno creato regole che favoriscono solo una parte della società e ne rifiutano un’altra. Chi viene favorito continua ad arricchirsi, mentre i poveri restano poveri. Il credito ha deciso di mettersi in affari solo con i ricchi. E ha pronunciato la sentenza di morte per i poveri proclamando che non sono degni di credito. Tutti hanno accettato questa sentenza in silenzio, nessuno si è opposto. A causa di questo silenzio, le istituzioni finanziarie impongono un apartheid finanziario. Se l’economia si fosse sviluppata come una scienza sociale responsabile, avrebbe saputo scoprire quale potente strumento di sviluppo è il credito. Gli economisti avrebbero dovuto riconoscere il credito come uno dei diritti degli esseri umani, e avrebbero delineato un sistema per assicurarlo a tutti. Solo se cominceremo a ridisegnare l’economia come una scienza sociale, ci metteremo sulla strada giusta per cominciare a creare un mondo senza povertà.

Profitto e impegno sociale

Siamo tutti convinti, in qualche modo, che l’economia capitalista può funzionare solo se spinta dal principio dell’avidità. È una profezia che si autoavvera. Solo chi punta ai massimi profitti ha un ruolo nell’economia di mercato. Noi possiamo condannare il settore privato per tutti i suoi errori, ma non riesco a capire perché non tentiamo noi stessi di cambiare le cose, cercando di farle funzionare meglio dall’interno. Sono convinto profondamente, e l’esperienza di vent’anni di lavoro di Grameen me lo conferma, che l’avidità non sia l’unica molla per la libera impresa. L’impegno per raggiungere obiettivi sociali può avere una forza propulsiva pari, se non superiore, a quello spinto dall’avidità. Aziende che ispirano il proprio lavoro alla soddisfazione di finalità sociali possono diventare formidabili concorrenti delle aziende private, ispirate solo al profitto. E credo che quel tipo di aziende non solo abbia un ampio spazio in cui giocare le proprie carte, e sia in grado di piazzarsi in buona posizione sul mercato, ma che, addirittura, ci sia bisogno di aziende così orientate. La consapevolezza di rispondere a bisogni sociali può rivelarsi un carburante molto più efficace della stessa sete di guadagno. Grameen è un esempio di azienda di questo nuovo tipo, un’azienda a cavallo tra settore pubblico e privato, che nega la sua adesione a entrambi e che definirei “settore privato guidato dall’impegno sociale”. Grameen si batte, infatti, per la conquista di obiettivi sociali: eliminare la povertà, fornire istruzione, assistenza sanitaria, opportunità di lavoro a tutti, garanzia di benessere per gli anziani, parità dei sessi, rafforzando il potere della donna. Perché Grameen si trova nella situazione di doversi impegnare nell’ambito della salute, delle pensioni, dell’assistenza agli anziani, dell’istruzione e delle altre questioni che toccano la qualità della vita dei poveri? Perché nessun altro, oggi, provvede a fornire i servizi gestendo le infrastrutture di base in un’ottica di mercato. Grameen sogna un mondo senza poveri e senza elemosine. Ma, proprio per questi suoi obiettivi, Grameen è un’azienda che si batte da un lato contro le imprese basate sulla cupidigia, dall’altro per la riduzione dell’intervento dello stato.

Sviluppo adeguato

I critici dicono spesso che il microcredito non contribuisce allo sviluppo economico di un paese. Ma, anche se lo facesse, sarebbe insignificante. Tutto dipende però da quello che vogliamo chiamare sviluppo economico: stiamo parlando del guadagno pro-capite? O del consumo pro-capite? O di che cosa pro-capite? Non sono mai stato d’accordo con questo tipo di approccio nel definire lo sviluppo. Penso che ragionando in questo modo l’essenza dello sviluppo venga dimenticata. Per me, cambiare la qualità della vita di circa metà della popolazione è andare al cuore dello sviluppo. È qui che il concetto di crescita si differenzia da quello di sviluppo. Come direttore di una banca, il mio lavoro è prestare denaro, e il successo dei nostri investimenti risiede nella quantità di vecchie banconote spiegazzate che i nostri membri si trovano ad avere per le mani. Eppure, paradossalmente, tutta l’impresa del microcredito, che ruota attorno al denaro, intimamente e sostanzialmente con esso non ha nulla a che fare. Il suo fine più alto è aiutare le persone a sviluppare il proprio potenziale: non ha a che fare con il capitale finanziario, ma con il capitale umano. Il microcredito è solo uno strumento che permette alla gente di liberare i propri sogni e aiuta anche i più poveri e i più sfortunati a infondere nella propria vita dignità, rispetto, e significato. Noi siamo soltanto una banca. E quello pretendiamo essere: concediamo prestiti per aiutare i più poveri a portarsi al livello della dignità umana. Ma la dignità personale, la felicità, la realizzazione, la pienezza della vita sono cose che le persone conquistano da sole, con il proprio lavoro, con i propri sogni, con la forza del desiderio e dell’impegno. Noi ci accontentiamo di rimuovere le barriere strutturali che per tanto tempo hanno escluso una fascia persone dal consesso umano. Se quelle persone riusciranno a realizzare in pieno il proprio potenziale, il mondo verrà trasformato, non solo dall’assenza di povertà, ma dall’impulsoeconomico e sociale di coloro che, fino a ieri, dormivano ai bordi della strada, vagabondi e mendicanti che non sapevano se l’indomani sarebbero riusciti a mangiare. In una società umana non ci deve essere posto per la miseria. All’inizio di questo nuovo millennio la povertà dovrebbe già essere stata relegata in un museo.

Traduzione di Rita Cenni
[da Libertaria, il piacere dell’utopia]

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