di Daniela Bandini

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Robert Silverberg, L’amore al tempo dei morti, Fazi, Roma, 2006, pp. 206, € 11,50

Il tempo dei morti potrebbe essere una macabra sintesi – se non fosse l’unica vera risposta – del dialogo fasullo che sembra prendere corpo in questi giorni sull’eutanasia. Come ben spiega Silverberg, non vi è nulla di più incomunicabile della percezione soggettiva che è sociale, culturale e ipertrofica di un essere pensante che deve parlare di se stesso in una collocazione inesistente, quale l’annullamento dello stato fisico e psichico sul quale si regge la traballante impalcatura di ogni certezza.
Per visualizzare lo scenario di un ipotetico suicidio terapeutico, Silverberg ipotizza un futuro, persino ottimista, dove ci è data la possibilità, grazie alle straordinarie scoperte scientifiche, di raggiungere traguardi biblici in quanto ad aspettativa di vita: sui 150, 180 anni, e anche di più. Si può quindi scegliere di morire, sul serio, senza dietro-front: un’opportunità altruistica, per lasciare che altri possano nascere e prendere il posto, fisico, occupato da noi.

Strutture straordinariamente efficienti, impeccabilmente corrette nel rispetto dell’etica individuale, ti dirigono verso luoghi di “partenza”, senza fare fretta, con la possibilità, in ogni momento di tornare indietro, di proseguire la vita come prima. Luoghi che sono il fiore all’occhiello di una civiltà che non conosce guerre o violenze, dove la persona è considerata il centro di un suo mondo di tutto rispetto, dove il micro e il macro si fondono armoniosamente, la luce si incarna nell’ombra e non è l’ombra che inghiotte la luce. E l’individuo può, a spese dello Stato, viaggiare, realizzare ogni tipo di desiderio, leggere tutte le opere che non ha mai potuto leggere, studiare le lingue, seguire corsi di archeologia, cucina, pittura, musica, trovare stimoli tali da soddisfare, incoraggiare, l’élan vital che permea l’uomo fino alla fine (ma quale fine?). Eppure da questi luoghi di partenza ben pochi tornano indietro. C’è che ci rimane pochi giorni, chi settimane, chi mesi e chi anni.
Il nostro protagonista sarà un “lungodegente”, uno dei più convinti sostenitori della propria fine programmata in uno stato di età avanzatissima ma in perfetto equilibrio psico-fisico. Una persona che mano a mano che il tempo procede in quei luoghi si accorge che allo stupore e alla dissuasione iniziale di figli, nipoti, pronipoti, ecc. si affianca una semi-apatia emozionale, un desiderio che tutto finisca, la sensazione che tutti si aspettino che lui mantenga ciò che ha dichiarato di voler fare, cioè morire effettivamente. Non è possibile infatti sostenere psicologicamente la persona che amiamo, o che semplicemente conosciamo, in un limbo infinito: o la vita o la morte; quest’ultima vissuta generalmente con un sospiro di sollievo verso chi ha saputo, coerentemente, trasfigurare con la sua morte un definitivo cambiamento di stato. Il problema è sempre dei vivi, che devono elaborare, senza subire, le conseguenze di una condizione irreversibile.
C’è poi, in questa ipotetica società futura, che stupisce per il suo carattere marcatamente illuminista, la scelta di risorgere da una morte considerata prematura o ingiusta. Scopriremo così che ciò che prima veniva dato come punto limite dell’esistenza non solo si è dissolto ma la resurrezione, effettiva, in carne e ossa, è possibile, la convivenza tra vivi e morti è appena attutita da confini che sembrano normali check-point libanesi, off-limits della Nato, o zone protette dalla delinquenza comune nell’America Latina. Quello che prima segnava la definitiva scomparsa della persona con la sua estinzione è ora una scelta: si può continuare a vivere, anche da morti.
Non circolano morti viventi, spettri irreali, ma morti che viaggiano in aereo, mangiano, discutono, amano, tutto come facciamo noi, ma da morti. Chi si avvicina a un ex-vivo, non saprei come meglio definirlo, si accorge che c’è effettivamente qualcosa di diverso nei tratti del viso, nel colorito eccessivamente perfetto della carne o nella fissità appena avvertita dello sguardo, ma è nella conversazione che il tutto diventa, a costi culturali notevoli, significativamente diverso. L’ex-vivo, come egli stesso ammette, ma senza ammettere realmente perché di nulla si deve giustificare, non riesce più a capire il mondo dei vivi. Non essendoci il valore positivo del “vivo” e quello negativo del “morto”, l’ex-vivo percepisce le limitazioni del pensiero sempre condizionato dall’ego vulnerabile e precario dei “vivi” come un insostenibile svilimento. Verso di loro non prova invidia perché nulla di corporeo gli è negato, anzi, la condizione di libertà data dalla mancanza di paura della morte gli permette di avere una lucidità e una rapidità di pensiero impareggiabili.
Ma che romanzo sarebbe, che vita sarebbe, senza una storia d’amore? Quella di un uomo, di un marito che perde la moglie in relativamente giovane età e la vuole rincontrare, ma non solo, comprendere, e in qualche modo ricominciare qualcosa. L’unico modo per comunicare realmente ancora con lei, lo capirete bene, è che anch’egli muoia, visto che il processo inverso è davvero irreversibile. Cosa succederà?
Tutto questo ha straordinaria affinità con quello che siamo chiamati a chiarire con noi stessi nei confronti dell’eutanasia, come dicevo inizialmente. Ma come si può affrontare questo argomento da una posizione di per sé falsata, cioè di chi sta dall’altra parte? Eppure sappiamo bene che una risposta la dobbiamo dare a chi, solo perché immobilizzato nel corpo o involuto nella mente, non può comunicare con noi nel modo tradizionale. Cerchiamo la maniera culturale di farlo, ma senza la presunzione aprioristica che lo stiamo facendo per il bene di colui che soffre.

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