baraldinilibera.jpgCondannata a 43 anni di carcere negli Usa nel 1983, estradata in Italia nel 1999, oggi libera grazie all’indulto. Silvia Baraldini, attivista comunista attualmente agli arresti domiciliari per reati di terrorismo, è tornata in libertà. “Sono finalmente una donna libera – ha detto agli amici – Sono felice. Stasera andrò a cena fuori come gli adulti”. Alla gioia della Baraldini fa da contraltare la polemica politica: la notizia ha infatti riacceso lo scontro sull’indulto.
Siamo certi che un’intellettuale che ha attraversato un percorso di vita tanto tragico, accidentato e drammatico come Silvia Baraldini, ora che è restituita alla piena libertà, non smetterà, nonostante le condizioni di salute, di lottare con le parole e le idee: è un nuovo inizio di un percorso che è collettivo. A testimoniarlo, il suo testo sulla storia degli “Attica Brothers” che, in omaggio alla libertà di Baraldini, pubblichiamo qui di seguito.

1971: la lotta degli “Attica brothers” per i diritti umani dei detenuti.
Quattro giorni che hanno cambiato il sistema penale statunitense

di Silvia Baraldini

attica2.jpgNel lontano settembre 1971, il nove del mese, i detenuti della prigione statale di Attica, New York, si ribellarono: 1.289 uomini si trasformarono nei protagonisti di una rivolta che in quattro giorni cambiò profondamente il sistema penale statunitense. Il loro sacrificio rimane tuttora il simbolo più eloquente della lotta per il riconoscimento dei diritti umani dei detenuti.
Per sottolineare i valori di umanità, i ribelli iniziarono a chiamarsi brother, fratello, e fino ad oggi sono conosciuti con il nome collettivo di “Attica brothers”.

UN’ONDATA INCONTROLLABILE

AtticaPrisonRiot1971.gifRiunitisi nel D-yard, ossia nel cortile D, una delle quattro aree di passeggio del carcere, i Brothers riuscirono, attraverso le reti televisive, a comunicare direttamente con il mondo esterno: per la prima volta il pubblico americano venne a conoscenza della realtà nascosta dietro le mura della prigione.
Fin dalla primavera del 1971 i detenuti di Attica avevano diffuso un manifesto che conteneva precise richieste di miglioramento delle loro condizioni. Dopo mesi di frustranti trattative con il direttore del carcere, Vincent Mancusi, e con il direttore del Dipartimento penale dello Stato di New York, Russel Oswald, nella sezione più dura il malcontento esplose con un impulso di rabbia incontrollabile.
Un agente penitenziario finì per pagare con la vita il fatto che i detenuti si erano convinti che il direttore stesse prendendosi gioco di loro. Immediatamente altri undici agenti furono presi in ostaggio, come garanzia per ottenere dall’amministrazione un’amnistia. È Michael Smith, l’unico ostaggio sopravvissuto, che ha descritto i primi momenti della rivolta come “un’ondata incontrollabile di emozione umana”.

LE RICHIESTE “ANTIMPERIALISTE”

La forte partecipazione da parte dei detenuti politici e di quelli della comunità islamica aiutò a ristabilire ordine e disciplina tra i Brothers e salvaguardò, fino all’assalto da parte delle forze dell’ordine, la vita degli ostaggi.
Uno dei primi ordini del giorno approvato dai detenuti fu la scelta di un capo interno per il servizio di sicurezza e la stesura di un documento contenente i loro principali obiettivi; i Brothers espressero ventotto richieste che riguardavano soprattutto il vitto, i contatti con i familiari, le visite coniugali, la sanità, l’accesso ai corsi d’istruzione, il diritto alla pratica religiosa per tutte le fedi, in particolare per quella musulmana.
Ma le richieste più importanti furono le ultime tre, le cosiddette richieste “antimperialiste”, cioè l’amnistia per tutti coloro che avevano partecipato alla rivolta, la sostituzione del direttore, Victor Mancusi, il trasferimento, per quelli che lo desideravano, in un paese “antimperialista”.

LA BATTAGLIA DI ATTICA

hermanrobinson.jpgPer quattro giorni Herbert X Blyden e gli altri rappresentanti dei detenuti tentarono disperatamente di arrivare a un accordo con le autorità. Una soluzione pacifica sembrava vicina, specialmente dopo l’intervento di illustri personaggi come Herman Badillo, un deputato del Bronx, l’avvocato William Kunstler e l’opinionista del “New York Times” Tom Wicker.
Invece il 13 settembre il governatore dello Stato, Nelson Rockfeller, diede l’ordine di sgombrare ad ogni costo la prigione. L’assalto cominciò alle 9,46. Per tre ore le forze dell’ordine – gli agenti penitenziari, la polizia locale, la guardia nazionale – spararono senza freno sui Brothers.
Nei giorni seguenti i partecipanti alla ribellione furono torturati. Frank Smite, il capo del servizio d’ordine, Akil al-Jundi e Richard X Clark, i membri più noti della comunità islamica, insieme ai negoziatori e ai detenuti politici, subirono un trattamento particolarmente brutale. L’indimenticabile L.D Barkeley e Sam Melville, membro del Movimento contro la guerra in Vietnam, morirono dissanguati.
I morti furono trentanove, tra cui i dieci ostaggi, e i detenuti feriti ottantanove. Fu il sanguinoso bilancio della “battaglia di Attica”, che la commissione Mackay, incaricata di indagare sugli avvenimenti di D-Yard, descrisse come “lo scontro più sanguinoso tra americani, nell’arco di una giornata, dai tempi della guerra civile”.

I DETENUTI RACCONTANO LA “LORO” VERITÀ

Durante un recente viaggio a Roma, Frank Smite ha ricordato quei quattro giorni e la lotta per ottenere il riconoscimento ufficiale delle torture subite dai detenuti: per oltre ventotto anni Frank Smite e Akil al-Jundi, deceduto nel 1997, sostenuti da un piccolo gruppo di avvocati democratici, hanno portato avanti la loro causa, contrastati dai rappresentanti dello Stato di New York, che non volevano pagare alcun indennizzo per i danni causati, né tantomeno ammettere le loro responsabilità.
Finalmente il giudice federale Michael A.Telesca è riuscito a raggiungere un risultato per il quale allo Stato di New York è stato ordinato di risarcire i detenuti che all’epoca erano presenti nella D-Yard ed erano stati torturati, condizioni che il giudice Telesca ha riconosciuto a cinquecentodue detenuti, cui è stata anche offerta l’opportunità di raccontare la propria verità su Attica.
L’invito del giudice è stato raccolto da duecento persone, detenuti e non, la cui testimonianza è stata riconosciuta come attendibile, in certi casi addirittura riduttiva rispetto alla drammaticità dei fatti stessi.
Per i sopravvissuti di Attica poter parlare delle torture subite e vederle riconosciute dal crisma ufficiale di una sentenza che ha riconosciuto le loro ragioni, ha rappresentato la possibilità di chiudere con una lunga fase di sofferenze, di aprire la propria esistenza a un nuovo inizio.

CONQUISTE IMPORTANTI

Frank Smite, forse il più torturato dagli agenti, descrive con queste parole l’odissea degli Attica brothers: “La nostra lotta ha cambiato il sistema carcerario americano. Solo dopo Attica abbiamo potuto ottenere l’autorizzazione alle telefonate con i familiari, a colloqui senza gli schermi di separazione; e i nidi per i nostri bambini, la possibilità di incontri, il fine settimana, per l’affettività con il partner, di aumento dei salari per il lavoro ”.
AkilalJundi.jpgMa i cambiamenti forse più importanti riguardano l’arruolamento di agenti provenienti dalla comunità Afroamericana e latina. Mai più in una prigione degli Stati Uniti si potrà ripetere quello che ad Attica era prassi comune, la popolazione carceraria per il 63% di colore e gli agenti al 100% bianchi.
Furono anche sanciti il diritto all’istruzione fino alla laurea universitaria e le cure sanitarie fornite da personale qualificato.
Purtroppo Frank Smite non ha potuto celebrare queste importanti vittorie con le persone a lui più care: Akil al-Jundi, Herbert X Blyden, Roger Champen, Bernard Stroble e Dalon Ababi sono deceduti aspettandole.

UNA LEZIONE DA NON DIMENTICARE
I sedici miliardi di risarcimento che il giudice Talesca ha riconosciuto ai Brothers costituisce una misera ricompensa, rispetto a quanto essi hanno dovuto sopportare collettivamente. Ma è anche vero che – come Smite ama ripetere – Attica ha trasformato la loro esistenza: “Ci ha insegnato che lottare contro l’ingiustizia non può avere alcun limite. E che i colpevoli devono pagare ”.
Nel caso di Attica, alla vittoria morale e ai cambiamenti del sistema carcerario si aggiunge il fatto che è stato fissato il più alto risarcimento mai concesso a un gruppo di detenuti.
In un paese con oltre due milioni di persone in carcere, mantenere vivo quello che i Brothers hanno insegnato è essenziale. Purtroppo c’è oggi la tendenza a tornare alle condizioni di prima della rivolta. Forse il sistema ha dimenticato che la repressione può solamente alimentare nuove ribellioni e una nuova resistenza.

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