di Daniele Barbieri

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Jean-Patrick Manchette, Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero, Carho, 2006, pp. 366, € 16,00

«Il giallo è la grande letteratura morale della nostra epoca. O più esattamente dell’epoca che sta ormai volgendo al termine, quella della controrivoluzione che regna incontrastata»: parola di Manchette, 1978. Quattro anni dopo dedica pagine geniali alle «due forme storiche del poliziesco, il romanzo a chiave e l’hard-boiled», agli scrittori in rivolta, al mondo come Chicago perché, si sa, «l’unico crimine buono è il crimine organizzato».
Grande autore noir, Manchette è qui nella veste di critico e provocatore con una raccolta (in Francia uscì 10 anni fa) che è anche un continuo esercizio di stile: eliminare ogni banalità dallo scrivere senza dimenticare la regola d’oro (di Lewis Carroll): «con le parole si tratta di sapere chi è il padrone»..

All’epoca della contro-rivoluzione bisogna pur chiedersi (con l’aiuto del giallista afro-americano Himes) «perché la gente non si ribella». E vetriolo-Manchette non perde occasione per rammentarci che «ancora un passo… e il governo del mondo diventa faccenda di organizzazione politico-militare» (lo scrive nel 1982 ragionando su Beirut e i limiti del noir)
«Un filosofo produce idee, un poeta poesie… un delinquente produce delitti»: è dal tempo delle geniali riflessioni di Marx (nei «Manoscritti del 1861-’63») o di Freud che spiega i rapporti fra testo e crimine — forse per orrore della citazione Manchette li snobba — che si ragiona sui rapporti fra «sintomo» (del poliziesco) e malattia (il crimine) o cura. Forse queste discussioni, pur importanti, hanno stancato persino i fanatici del genere ma aspettate di leggere cosa combina – in un ventennio di chicche, recensioni, commenti — il muriatico Manchette. La serietà con cui difende la virgola è pari solo a quella con cui offende se stesso (a esempio quando calunnia Howard Fast) e i suoi amici. Ci sono, è ovvio, Hammett e Chandler come Daeninckx e Quadruppani ma anche gli Iww, il Dada, i situazionisti, la patafisica e Sladek di cui
Manchette scrive «eleaticamente folle dimostra l’assenza di movimento camminando».

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