di Riccardo Valla

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[Siamo orgogliosi di ripresentare, in cinque puntate, uno dei grandi successi di Carmilla: Il coccige Da Vinci di Riccardo Valla, in una nuova versione interamente rivista dall’autore. L’opera ha ricevuto a Fiuggi, nel marzo di quest’anno, nel corso della Italcon (la manifestazione annuale degli appassionati di fantascienza), il Premio Italia per il migliore racconto apparso su pubblicazione professionale. Del testo esiste anche una versione cartacea a tiratura limitata, di recente segnalata dal settimanale Panorama. Ricordiamo che Riccardo Valla è il traduttore in italiano de Il codice Da Vinci di Dan Brown.]

a Laura per i memi, a Lanfranco, che lo odia
quanto sono giunto a odiarlo io,
e a Giorgia che si rifiuta di leggerlo

Avvertenza dell’autore. Persone, luoghi, religioni, sette, documenti e libri citati in questa narrazione sono puramente immaginari. Anche il Codice Da Vinci. Ciascuno di loro è illusione, Maia. Come tutti noi.

Shankara insegnava nella piazza del mercato e un giorno, in uno dei vicini padiglioni, un elefante si imbizzarrì e cominciò a colpire con la proboscide tutto e tutti. Chi assistette alla scena si affrettò ad allontanarsi di corsa. Anche Shankara li imitò e corse via lungo la strada maestra.
Mentre correva, uno dei suoi oppositori lo vide, dalla finestra del primo piano e scoppiò a ridere.
— Perché fuggi, Shankara? — gli chiese. — Non sai che l’elefante è illusione?
— Sì, ma lo sono anch’io! — ribatté il filosofo, e riprese a correre.

Dalla vita di Shankara, citato da Mario Piantelli

PREMESSA

In una delle zone centrali di New York — città che è praticamente tutta centro — sorge l’Ostello dell’Ordine della Santa Pustola del Prepuzio del Bambino Gesù, noto anche come Pus Dei.
Nell’Ostello i ruoli tra i due sessi sono rigo-rosamente divisi secondo il rito e in accordo a una tradizione che risale a quando, poco dopo la Circoncisione, su quanto rimaneva di pelle della parte interessata si sviluppò un’enorme pustola.
Ispirate dallo Spirito Santo, le pie donne che lo incontrarono durante la fuga in Egitto umettarono la parte con gli anticorpi naturali contenuti nella loro saliva e tanto ebbe effetto la cura che presto la profana pustola sparì dal membro divino.
Da allora, il rito centrale dell’Ordine simboleggia quelle cure e ciascuno dei due sessi officia nel proprio ruolo.
Maria Maddalena non era ancora nata, all’epoca, e non poté prendere parte alla guarigione; ma a causa del diverso modo di intendere il proprio rito fondativo, tra il Pus Dei e il Priorato c’è sempre stata parecchia ruggine.
L’Ordine non dipende direttamente dalla San-ta Sede e si basa su fondi propri: i passati lasciti di donne devote — anche se non sempre pie — che dalla pratica cara all’Ordine trassero in vita beneficio economico.

PROLOGO

Museo del Louvre, ufficio del Conservatore, estate 2005
.
Il guerriero in armatura secentesca, costruito secondo le indicazioni del grande e profetico Da Vinci, tremò e minacciò di cadere, quando l’uomo nel saio di saia batté il pugno sul tavolo Luigi XX. La lunga antenna radio che usciva dallo zaino del guerriero sferzò l’aria.
— Per l’ultima volta, dov’è il segreto? — Nella mano del monaco era comparsa un’arma. Come per incanto.
L’uomo seduto alla scrivania fissò la pistola, ipnotizzato dalla sua bocca brunita, e mormorò: — Notre Dame… nel gargarozzo… del grande gorgoglione… à gauche… — Poi, nel vedere il cenno di conferma del suo gigantesco antagonista, comprese che tutto era perduto. Soprattutto il segreto.
Adesso il monaco nel saio del Pus Dei si girò e fece qualche passo verso l’uscita, mormorando: — Vede che con un po’ di buona volontà…
Girarsi e sparare fu un tutt’uno, ma il Conservatore aveva già fatto in tempo a tirare la catena che pendeva dal soffitto. Con uno scoscio di liquidi idraulici, la pesante saracinesca stava già cadendo tra lui e l’avversario.
Deviato dalla traiettoria, il proiettile non colpì Sommelier al cuore bensì al polmone, una ferita mortale ma non grave. Gli avrebbe concesso almeno mezz’ora di vita, o magari anche qualche annetto, se fosse corso al vicino ospedale invece di giocare alle società segrete.
E mentre il monaco imprecava contro se stesso perché non s’era ricordato di quel particolare, il Conservatore già studiava il modo di trasmettere il segreto all’unica persona in grado di decifrarlo, sua nipote Sophie II, da lui cresciuta a dosi massicce di “Settimana Enigmistica”.
Peccato che la ragazza non sapesse neppure di doverlo cercare, un segreto.

*

Nel buio corridoio del Louvre, il monaco sorrideva e premeva col pollice i tasti. 6-444-7777-7777-444… la scritta “Missione compiuta” comparve sul display illuminato. Tre altre pressioni inviarono l’sms al destinatario, il primo nome della lista.
Un attimo più tardi, il cell squillò e il monaco se lo accostò all’orecchio. — Magister?
— Valjean, maledetto bestione, perché l’hai ammazzato?
L’interpellato non ebbe neppure il tempo di chiedersi come lo sapesse. Ma il suo capo sapeva sempre tutto. — Non facciamo prigionieri; me l’ha detto lei!
— Sì — protestò l’uomo che si faceva chiamare Magister — ma dopo avere controllato, intendevo. E se fosse una falsa pista?
— Magister, non li legge mai i best-seller? Seguiremo la nipote!
— Idiota! Anche i diabolisti possono citare i best-seller! Ma adesso fila a Notre Dame e non perdere il tuo tempo a rubacchiare qualche candeliere!
Senza rispondere, il gigantesco monaco staccò la comunicazione, accese la lampadina del cell e proseguì nei corridoi del Louvre, oscurati per la notte. Due piani più sotto, nel più stridente divieto di parcheggio di quell’ala del Museo, lo attendeva la sua 2 cavalli.

CAPITOLO PRIMO

Era quasi mezzanotte quando Robert Londong sentì squillare il telefono nella sua camera del Jolly. — Monsieur le Docteur, può passare dalla conciergerie? C’è un signore che la cerca.
Qualche minuto più tardi, il professor Londong, americano, docente di tradizioni religiose in visita sabbatica a Parigi, usciva dall’ascensore al piano terreno e sfoderava un sorriso radioso, quello che riservava ai Potenti della Terra.
La “V” approssimativa del suo sorriso si cambiò presto in una “V” delusa, di sopracciglia aggrondate. Al posto dei capelli canuti del Conservatore Sommelier aveva scorto un cappello di stoffa e un trench imitazione Aquascutum: l’immortale divisa dalla Pantera Rosa, il segno di riconoscimento della polizia di Parigi.
— Ispettore Fouché — si presentò il nuovo venuto. — Lei è Long-Dong?
— Una parola sola, come London; la “g” è muta — replicò Robert, con una smorfia. — A che devo…?
— Ci serve il suo aiuto. Lei aveva un appuntamento con il Conservatore del Louvre, vero? L’hanno ucciso un paio d’ore fa; c’è di mezzo un gruppo religioso americano. Guardi.
Si tolse di tasca una stampata di computer. — Sono i suoi ultimi sms.

— “Troverai un Lungo Battacchio di campana
In congedo ebdomadario all’Ostello del Buffone
A mezzanotte dovea gir nella buriana
A tutti mostrerà la religione

— lesse Robert e ironizzò: — Che è, Nostradamus? E che nomi sono? Non saranno mica simboli? — azzardò poi, speranzoso.
Alla parola “simboli”, Fouché gli aveva rivolto un’occhiataccia. — Ehi, è un altro rompiscatole come quello del libro? “La rosa è il simbolo della gnocca, la gnocca è il simbolo della croce, la croce è il simbolo del coltello…” che palle, voialtri professori! Comunque, Sommelier era un esperto di Nostradamus, tra le altre cose. E negli appunti cambiava sempre i nomi dei conoscenti, abbiamo trovato le corrispondenze nella rubrica del suo cell. S’era cambiato persino il suo: una volta si chiamava Gourmet ed è diventato Sommelier quando ha preso il posto del povero… sa anche lei come è andata. Ma legga qualche riga sotto.
— “Passo io a mezzanotte, impegno imprevisto”… no, questo è il messaggio che ha mandato a me tre ore fa. Ah, ecco.

Dalla città della Grande Mela rompendo i patti
I dio-fellisti rivogliono il segreto
Io li ho fregati, lo posso dire lieto
Ma adesso spetta a te scoprire i fatti
.”

Inviata anche questa a Sophie?
— Sì, la nipote, che non sa nulla. Non si vedevano da anni; per questioni di donne, ci ha detto lei. Evidentemente Sommelier pensava che voi due poteste indicarci l’assassino.
— Lavorare con una ragazza? — Londong fece una smorfietta. — E cos’è che non capite?
— Tanto per dire, quell’accenno ai “dio-fellisti” di New York.
— Ma caro ispettore — rispose Robert, prendendolo sottobraccio e rivolgendosi a lui con un affabile sorriso — glielo spiego io! Allude al simbolo contenuto nel rituale di una bizzarra setta americana, che si rifà a un preteso episodio della Fuga in Egitto — chiaramente un simbolo — allorché…
— Senta, se pronuncia ancora una volta la parola “simbolo” la arresto! — lo interruppe Fouché, staccandosi precipitosamente da lui. — Mi dica il nome della setta e lasci perdere le altre cose.
— Il cosiddetto Ordine della Santa Pustola — rispose Robert, piccato. — Hanno la sede dietro il Dakota, sul Central Park.

*

Intanto, a qualche chilometro di distanza, il cell di Valjean riprendeva a squillare.
— Sei a Notre Dame? —chiese il Magister. — Perché non mi hai chiamato?
— Non ho potuto — rispose mestamente il gigantesco monaco. — La suora di notte non mi ha neppure aperto, dice che da quando ha letto quel libro non apre più a nessuno, neppure al papa. Sono qui che aspetto la prima messa e pian piano sono stato circondato da giapponesi che esclamano: “Silas! Silas!” e scattano foto. Stacco la comunicazione perché in questo momento ce ne sono almeno tre che stanno registrando con le telecamere la telefonata, maledetti piccoli musi gialli.

CAPITOLO SECONDO

— Come cittadino americano, voglio parlare con il mio avvocato — disse infine Londong, dopo parecchi minuti di ostinato silenzio.
L’auto era ferma al semaforo, prima di svoltare per il Louvre. Fouché si girò verso il suo passeggero e rise. — Perché? Crede che la polizia la ritenga colpevole?
— Certo, il mio alibi…
— No, sappiamo benissimo chi è l’assassino. Sommelier ha fatto in tempo a scattargli una foto con il telefonino. Come dicono al suo paese, professore, l’abbiamo preso con la pistola fumante. Si tratta di una mia vecchia conoscenza, un certo Valjean.
Jean Valjean? — chiese Londong, sorpreso.
— Non si monti la testa, non siamo due personaggi dei “Miserabili”. André Val-Jean. Dieci anni fa stavo per arrestarlo per furto di arredi sacri, ma il canonico lo ha scagionato e poi lo ha preso con sé. Un certo Tonnorosa, adesso è vescovo. Ignoriamo però il movente, e pensavamo che lei potesse aiutarci.
— Sarà qualche nuovo segreto del Priorato di Sion — ironizzò l’americano. — Al Louvre c’è il covo!
— No, non ci sono più segreti, adesso. Dopo quel maledetto libro, tutti volevano sapere — continuò l’ispettore, in tono discorsivo. — Lettori del libro, deputati, sottosegretari… perfino la moglie del ministro degli Interni. Noi della Scientifica siamo stati costretti a cercare sotto le famose piramidi, e abbiamo trovato tutto.
— Avete trovato le casse degli apocrifi? Non ho letto niente sulle riviste spe…
— No, c’era solo un barile vuoto, con tracce di vino e di frutta — spiegò Fouché.
— Allora, dunque… — rifletté Londong — .il sangreal era il vino della messa… che simbolicamente….
— Dica un altro “simbolicamente” e io l’arresto! — lo minacciò l’ispettore. — Co-munque, niente messa. Quel libro non diceva che il Priorato era un culto della Dea? Giri il tutto al femminile, e dal sangreal ha… la sangria!
— Cos’è, uno scherzo? — chiese Londong, indignato.
— Certo. E ci sono cascati tutti. Prima i tre inglesi di quel saggio e poi il romanziere americano. Ma tra tutti i libri che sono usciti, il nostro bollettino con la vera storia del Priorato non l’ha letto nessuno. Sa cosa abbiamo scoperto?
— Quello che sanno tutti: che tra il Priorato e i Templari mancano secoli di collegamenti e che con le società segrete si potrebbe spiegare qualsiasi cosa, compresa la fine dell’universo.
— Certo, e che il Priorato di Sion inizia poco dopo il 1900. All’origine non c’era una setta religiosa, ma un’associazione di goliardi, come il Califfato di Al-Malik, il Sultanato di Allah-Ben-Dur e l’Abbazia dei Frati Gaudenti. Era stato il povero Saunière a inventarsi tutto, con la sua mania per i puzzle e le imitazioni, fin da quando era ancora studente. Siamo arrivati.
— Ma non siamo troppo lontano dalla piazza? — osservò Londong.
— Be’, l’ingresso principale del Louvre lo ha già descritto Dan Brown, noi passiamo da quello laterale, facciamo più in fretta…

*

Pochi minuti più tardi, i due uomini erano nell’ufficio di Sommelier.
— …e nel barile — terminava di dire l’ispettore — c’era un foglio in latino maccheronico. In alto l’intestazione del Priorato, e sotto: “Noi siderei Fuori Corso, magnifici Anziani, famelici Fagioli e matricole minus quam merdam dichiariamo di avere bevuto il sangue reale contenuto nel presente vas nostrae laeitiae e speculum sapientiae con ripetuti brindisi ai nostri dei Bacci Tabacci Venerisque. Qui nos rodunt confundantur: chi profanerà questa santa reliquia sia imprigionato et rimosso dallo humano consesso. Gli siano lasciati solo gli occhi per piangere et le mani per li minuti piaceri. Il vescovo e nocchiero Saunière.”
— Puro stile goliardico, già. Lo riconosco. E la data?
— Be’, poco prima che terminassero la costruzione. Ha visto che bella stanza il Conservatore? — osservò Fouché, indicando la scrivania intarsiata, il trumeau e gli altri arredi.
— Vero, sembra mobilio italiano del Settecento. Piffetti, Maggiolini. Che stile è?
— Luigi XX. — Lo pronunciò “icsics”.
— Via, sono numeri romani! — rise Londong. — Si legge “Ventesimo”.
— No, proprio “ics-ics”. È un’opera dell’ebanista Luigi Garofalo, che era analfabeta e firmava i suoi mobili con una “ics”. Negli ultimi anni, dopo essere stato fatto nobile, firmava con due. — Sorrise all’americano. — La seconda “ics” stava per “cavaliere”.

*

Il cell ebbe il tempo di squillare una sola volta, poi il Magister rispose: — Valjean, sei sempre davanti al portone?
— No, Magister, sono dentro! Ho lasciato passare dieci minuti poi ho detto al citofono: “Sta arrivando l’imam della moschea di Parigi. Incazzatissimo. Hanno nascosto dietro una statua un pacco di volantini contro il chador. Non vorrà mica che li trovi?” e la suora mi ha aperto senza fiatare; ormai l’unica cosa che li smuova è il timore di offendere gli islamici.
— Bravo! E hai trovato il gargoyle?
— Sì, ed è brutto come il peccato. Nel foro c’era una pergamena arrotolata.
— Bene, è la nostra! Che dice?
— Un momento, ecco…

Vento sarà violento contro i soldati
Zeppe e tasselli sono sul bordone
La grande città vide i puri bruciati
Y todos caballeros del sermone
.”

lei ci capisce qualcosa? Se è una lettera di Leonardo non dovrebbe essere scritta al contrario? E poi questa è solo finta pergamena.
— Sembra l’indicazione di un altro nascondiglio. Per Giove, ma come li scelgono, i dannati Conservatori del Louvre? Per le pubblicazioni di storia dell’arte o per i contributi alla “Settimana Enigmistica”? E questo era ancor peggio del suo predecessore! Ripetimi quei versi e dammi qualche minuto per vedere cosa trovo su Google, poi ti richiamo io.

CAPITOLO TERZO

A New York, da un edificio recentissimo e collocato dietro il Dakota, il palazzo dove fu ucciso John Lennon, usciva in quel momento una berlina con la targa del corpo diplomatico. Il passeggero era intento a telefonare.
— Ho fatto come mi diceva, Magister, ma adesso devo sapere. Non c’è più tempo, il nuovo papa prenderà presto una decisione. Vengo a Parigi.
— Non ce n’è bisogno. È tutto a posto, mi dia solo il tempo di trovare il nascondiglio e avrà una carta con cui battere il Priorato ed entrare di pieno diritto tra gli Ordini del Cattolicesimo. — E con un amen a mezza voce, il Magister chiuse la comunicazione.
Tonnorosa si sporse verso l’autista. — Padre O’Brian, vada più veloce, freghiamocene dei limiti di velocità, voglio prendere l’aereo prima.
Improvvisamente l’euforia per le promesse del Magister era crollata. Quell’uomo misterioso si era messo in contatto con lui e gli aveva promesso la famosa lettera di Da Vinci, quella che per secoli aveva tenuto a bada il Priorato, ma adesso doveva dare ragione a Valjean.
Il suo pupillo aveva scosso la testa, nell’udire la proposta, un mese prima. — Lei crede che al Vaticano importi qualcosa del Priorato? Il vostro piano mi pare una stronzata.
E il vescovo non aveva saputi dargli altra risposta che questa: — Il mio predecessore Aringarosa ha fatto tutto quel can-can per molto meno…

*

— E lei dice che questo Pus Dei è una setta antichissima, una delle prime eresie cristiane? — chiese Fouché, per subito aggiungere: — Lasci perdere i simboli, però.
— Una superstizione. Per i suoi adepti, ogni prepuzio diventa il sim… ehm, il sostituto del Divin Prepuzio e ogni donna prende il posto delle pie donne che lo curarono.
Fouché lo guardò di storto. — Questo spiega i “dio-fellisti” del messaggio di Sommelier, ma c’è qualche altra prova?
— Be’, soprattutto un vangelo apocrifo. Il “Vangelo dell’Ira di Maria”, presumibilmente la Maddalena… moglie o non moglie che fosse. Dice: “Con i vostri salti svergognati, con le vostre canne e le vostre braccia levate, voi cercate il nerbo e non il Verbo”. L’interpretazione non è chiara, si pensa sia l’allegoria del rapporto di gelosia tra la Chiesa e Cristo. La Chiesa non tollera che Cristo appartenga a sette. Se serve, il mio amico Teadrinker è uno specialista su quei culti, abita non lontano da Parigi.
— Vedremo. E i rapporti con la storia del Graal, Merovingi, Templari?
— Pessimi. Per i primi, il simbolo…
S’interruppe nel vedere che Fouché faceva tintinnare le manette.
— Lasci perdere. Tanto, so già chi è l’assassino — disse il poliziotto. — Parlerà quando l’interrogheremo, in gattabu…
Si alzò all’improvviso per accogliere la donna che era entrata in quel momento e che guardava con preoccupazione prima Fouché e poi Londong.
— La signorina Sophie Gourmet, la nipote del povero Conservatore. Il professor Long-Dong.
— Una parola sola. Si pronuncia come London. La “g” è muta — puntualizzò l’americano, infastidito.
Incuriosita, Sophie aveva sgranato gli occhi nell’udire le prime parole di Fouché, per poi subito fissare con incredulità Londong. Ora si portò dietro le spalle del poliziotto e continuò a guardare l’americano e a compiere tutta una serie di gesti e smorfiette, come se volesse avvertilo di qualcosa. Strizzava gli occhi, abbassava lo sguardo su Fouché e faceva segno di “no” con la testa, indicava con lo sguardo l’uscita.
— Quando è arrivata, si parlava della setta del Pus Dei, lei ne sa qualcosa? — chiese il poliziotto, girandosi improvvisamente verso Sophie.
— No, sarà stato qualche suo club di zozzoni. Scambio delle mogli, bondage, promiscuità, sesso estremo… Lei sa, naturalmente, che mio zio era un porco. L’ho visto io stessa, mentre… — Arrossì. — Ehm, lasciamo perdere… Da allora ho tagliato i ponti. Non leggevo neppure i suoi messaggini.
— Questo — la interruppe Fouché, porgendo loro una decina di fogli — era il contenuto del cell di Sommelier. Messaggi archiviati, appunti, contatti. Non vi richiamano alla mente nulla?
— Questo numero mi pare di conoscerlo, ma chi è Teetotaller? — chiese Londong.
Fouché guardò nel suo elenco. — Si tratta del suo amico Teadrinker. Gli abbiamo telefonato e ha detto che erano molto amici. Strano… Tra un Sommelier e un astemio, avrei pensato, non ci dovrebbe essere una vecchia ruggine?…
— “Astemio”? — chiese Sophie. Poi arrossì. — Oh, vero, Teetotaller, che sciocca.

*

— Valjean, sei ancora a Parigi? Non ho trovato nulla. Adesso faccio qualche telefonata ad amici per vedere se sanno aiutarni. Tutt’al più mando qualcuno alla biblioteca del Louvre, domani. Non chiamarmi, mi metto in contatto io. Tanto siamo ormai sulla pista giusta!

CAPITOLO QUARTO

— Quindi, le memorie del cell di Sommelier contenevano due tipi diversi di informazioni. I messaggi mandati a Sophie, che la signorina dice di avere cancellato…
— Forse riesco ancora a rintracciarne qualcuno, ispettore — disse la giovane, prendendo dalla borsetta il telefonino e mettendosi a pigiare tasti, tra esclamazioni di: “Qui non c’è niente” e: “Proviamo qui” e spiegando: — A volte me li tiene nella rubrica…
— …i messaggi a Sophie, scritti dopo essere stato ferito, e una serie di giochi enigmistici, ciascuno col titolo. Per esempio, il primo è: “Acronimo sillabico, 7”. — Passò il mazzetto di fogli a Londong.
— Guardi un po’ se c’è questo! — chiese Sophie, porgendo all’americano il telefonino.
L’esperto di religioni guardò il display e lesse: “Attento a F. Vieni nel bagno delle donne”. Mentre stava per dire qualcosa, Sophie spense rapidamente il cell.
Poi, aggrottando la fronte, la ragazza mormorò: — Dove ho messo le chiavi… — Guardò Fouché: — Devo averle perse sulla scala, quando ho preso il fazzoletto. Vado e torno.
Un attimo più tardi era già uscita dalla stanza.
— Dovrei andare in bagno — osservò allora Londong. — E, visto che non possiamo proseguire senza la signorina…
— In fondo al corridoio — spiegò Fouché, ancora intento a leggere i messaggi. Indicò la direzione. — A sinistra c’è quello degli uomini, a destra quello delle donne… Lei quale sente più suo? — aggiunse con una smorfia.
Londong alzò le spalle e uscì. Un minuto più tardi apriva con circospezione la porta delle toilette. Dall’interno, Sophie gli fece segno di affrettarsi.
— Fouché ti vuole arrestare; dobbiamo fuggire — disse subito la ragazza. — Seguimi, questa scala non è sorvegliata.
Lo spinse verso una porta con la scritta “uscita di sicurezza”. Londong azzardò un: — Ma io…
— Lo so che non sei stato tu, ma la polizia cerca sempre un capro espiatorio. Credi a me, tu sei americano, e da voi la polizia non si accontenta di dare la colpa al primo che trova.
— Ma io…
— Sì, sei innocente. Non hai visto come Fouché faceva tintinnare le manette? Tintinnio di manette, arresto, tintinnio di speroni, golpe. In Europa è così.
— Ma Fouché…
— Fouché è un ambizioso.
Avevano raggiunto l’uscita. Davanti alla porta c’era l’auto più piccola che Londong avesse mai visto, una Topolino Fiat. Mentre l’americano la guardava senza capire, la ragazza aprì la porta e lo spinse verso il sedile.
— Ma non aveva perso le chiavi? — chiese Londong, sempre più frastornato.
— Era una scusa per portarti via, mio bel battacchione. Non l’avevi capito?
— ”Battacchione”? — chiese lui, Ma Sophie aveva già avviato il motore ed era partita con una sgommata.

*

— Valjean, torna alla macchina, devi lasciare Parigi, ho la soluzione.
— Bene, Magister, e cos’era? Ho provato a pensare a quella sorta di indovinello, ma non ne ho capito granché. Il primo verso parla del vento, ma dov’è che il vento ha abbattuto i soldati? Potrebbe essere la prima guerra mondiale. Il vento che porta i gas tossici. Infatti poi cita una guerra lunga, combattuta nell’Adriatico.
— Avanti, continua! — rise il Magister. — Sentiamo le tue deduzioni.
— Poi accenna a cavalieri, o nobili, spagnoli che combattono una guerra di religione?
— No, la risposta è molto più semplice. Bastava prendere le iniziali dei versi, viene Ve-ze-la-y. Cerca nella cattedrale di Vezelay, “Caballeros” significa probabilmente che devi cercare la statua equestre: un condottiero spagnolo, visto che usa quella lingua. Dai riferimenti al sermone sembra una guerra di religione come dici tu, qualcuno che ha combattuto nella crociata contro gli Albigesi. Intanto cercherò un repertorio di storia dell’arte, per vedere se trovo il nome. Ma temo che il materiale utile si possa trovare solo alla biblioteca del Louvre.
— E al Louvre ci sarà certamente il mio vecchio nemico, l’ispettore Fouché… Devo partire subito?
— Ma certo!
— Peccato. Stavo per guadagnarmi cento dollari facili. Mi ero accordato con un giapponese. Mi infilavo una borsa sulla schiena, sotto la tonaca, e lui mi riprendeva per poi raccontare agli amici di avere conosciuto l’autentico Gobbo di Notre Dame.
— Lascia perdere quegli spiccioli. Trova il documento e avrai mille volte tanto!

(1 – CONTINUA)