CUSTODES BESTIAE

di Danilo Arona

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C’è nell’aria profumo di rinascita del cinema italiano. Quello di genere, intendo, il noir e l’horror che piacciono a noi. I “presagi” non mancano. E le nostre Cronache, che ormai da più di un anno si snodano sui percorsi periferici di quella italica Transilvania che si chiama Piemonte, non possono esentarsene. Il gossip più significativo riguarda il progetto coordinato dal grande Steve Della Casa titolato Italian Masters of Horror che, grazie alla regione Piemonte con la collaborazione della Dania Film e dell’Istituto Luce, porterà alla realizzazione di quattro lungometraggi horror, tutti quanti girati in questa terra che, l’ho già scritto sino alla nausea, offre location e quanto mai specifiche “paure del territorio”, linfa e al contempo genetica “diversità” del fantastico italiano: nomi come Umberto Lenzi, Lamberto Bava, Sergio Martino e Nicola Rondolino per altrettanti titoli di cui potrete leggere nei siti specializzati in rete.

Un altro bel segnale proviene dal trentaseienne friulano Lorenzo Bianchini che, con quattro soldi e tecnica digitale, ti inchioda alla sedia per 100 minuti con un piccolo e tesissimo gioiello che s’intitola Custodes Bestiae e che possiamo solo vedere solo in DVD (peraltro non un limite, viste anche recenti uscite come H2ODIO di Alex Infascelli e AD Project di Eros Puglielli pensate espressamente per il mercato dell’home video): un film girato da un autentico appassionato e che, come tale, non può esimersi da omaggi e citazioni ben evidenti (l’Avati de La casa dalle finestre che ridono, certo Argento, insert spettrali d’ispirazione iberica alla Amenabar o alla Balaguero), ma che esprime senza cedimenti e compromessi una più che genuina traccia di originalità territoriale in grado di dimostrare, qualora ve ne fosse bisgono, l’assoluta ricchezza del folclore nostrano. Una Factory di amici e collaboratori fidati (Massimiliano Pividore, Alex Nazzi, Giorgio Berlino e altri), una trama misteriosamente articolata ma coerente e una colonna sonora da brividi firmata da Giulio Venier: il resto è inventiva, originalità e freschezza, in grado di ben sopperire ai limiti tecnici che, nel caso in questione, non appaiono quasi mai come un difetto.
La trama ruota attorno a una pericolosa indagine compiuta sul lato oscuro del quotidiano da un giornalista e da un anziano professore universitario, laddove misteriose fotografie in bianco e nero e un affresco da restaurare fanno intravedere tenebrosi squarci di un’antica e insondabile realtà storica in grado di proiettare una mortifera ombra nel presente: una provincia chiusa con troppi scheletri nell’armadio, i piccoli paesi attorno a Udine che sembrano certi posti dell’altro mondo cari a Lovecraft, preti satanici al servizio dell’Ombra, Satana che tutto è men che metafora e una rilettura storica dei tempi dell’Inquisizione che va oltre Ginzburg… Insomma, mi fermo qui, altrimenti scopro tutte le carte di Bianchini e non sta bene, soprattutto nei confronti di chi non ha mai visto il film e vorrebbe farlo, magari dopo aver letto quest’articolo.
Aggiungo solo che Custodes Bestiae è quasi tutto parlato in friulano (con i sottotitoli, altrimenti sarebbe dura), che è una scelta strepitosa al di là delle contingenze ambientali (il friulano è una lingua che “occulta” tanti suoi significati ed è sovente portatrice di qualche spiazzante sottotesto) e che Lorenzo annovera nel suo curriculum altri, interessanti titoli di genere (Radice Quadrata di Tre, Film sporco) e i cortometraggi Paura dentro, Smoke Hallucination e I denti della Luna. Scopritelo, accidenti…
E che c’entra Bassavilla? C’entra. Guardate bene nel buio perché Bassavilla è ovunque. E se c’è un film che lo dimostra è proprio Custodes Bestiae dove si supera persino il vecchio assioma degli anni Ottanta dei “peccati di provincia” e che ammiccava al noir come unica soluzione letteraria per portarli alla luce. Nel nuovo Millennio, ormai già vagamente rugoso, il noir sta cedendo all’horror i suoi grimaldelli investigativi, ricordandoci che le avanguardie del gotico padano — con le sue storie da veglia in cascina e quei grumi d’immaginario fluttuante che sanno al contempo di Avati e di Baldini, di Medio Evo alla Evangelisti e di incubi senza tempo alla Sclavi – già ci parlavano in tempi non sospetti di orrori inguardabili sepolti nell’oblio di campagne e vigneti. Tra dolci colline di sangue (dove Mario Spezi e Remo Guerrini hanno, ognuno per il suo verso, dimostrato che “le colline hanno gli occhi”) e arcaici quanto sanguinosi ritualismi, tra mostri di Firenze e serial killer dei treni, tra centinaia di case autenticamente infestate e orripilanti massacri irrisolti, tra enigmatiche scomparse di bambini e presunti scoop satanici, c’è un fiume di porpora che attraversa, collegandole, cronaca vs. fiction e storia vs. leggenda, contrapponendole o incistandole l’una nell’altra. E’ da qui che scaturisce l’autentica e, sovente, negletta “paura del territorio”, la Bassavilla Zone di ogni regione italica.
C’è un passaggio che non rivelo verso la fine di Custodes Bestiae che appare quanto mai pertinente a queste caotiche considerazioni e che mi ha fatto venire in mente racconti e ricordi dell’infanzia quando si sentiva dire che in un certo paese tra Ovada e Bassavilla (permettetemi di ometterne il nome per non finire lapidato…) gli abitanti non apparivano così tanto normali perché frutto e genetico retaggio di rapporti “contro natura” tra consanguinei per non dire di un peggio che si ometteva sempre tanto sembrava insostenibile il raccontarne. Era da quelle parti dove un’indimenticabile “nonna di paese”, che si chiamava Toscana e oggi non è più, ambientava uno dei suoi più cupi racconti, spergiurando ogni volta che non si trattava di una favola da veglia ma di un autentico fatto di cronaca, mai finito sui giornali per ovvii motivi. Si trattava della storia “della notte in cui nacque la bestia”, una nottata di tregenda in cui una contadina non sposata che viveva da sola nell’isolamento della campagna molto fuori dal paese, diede alla luce quello che Toscana definiva come “un piccolo coccodrillo”, verdastro, con la coda e ricoperto di scaglie, e che morì per fortuna quasi subito dopo il parto.
Noi, ragazzini, non davamo il minimo peso a storie del genere. Ci sembravano bufale create appositamente per spaventare gli allocchi, e dovrei tuttora ragionarla così. Però capitò un giorno che i ragazzi più grandi ci portassero con loro a fare un giro in quel paese e lì io vidi un freak degno di Tod Browing che quelli del posto chiamavano la “donna Polifemo”, perché aveva un occhio solo e l’altro non formato. In realtà non fu di lei l’essenza ciclopica a spaventarmi e a restare impressa nella mente per la vita: fu una sua mano, a prima vista palmata, con le dita tutte attaccate l’una all’altra e con una sola, unica, unghia lunghissima e sporca che ricopriva lo spazio dall’abbozzato pollice all’abbozzato mignolo. Un trauma primario, degno dell’Altro Io di Musil.
Ma esiste un secondo “però” che nel mezzo di queste riflessioni ci sta proprio come il cacio sui maccheroni. E non si riferisce né a storie da veglia né a confusi ricordi d’infanzia. Come forse ho già scritto un po’ di tempo fa , mi è capitato di partecipare anni addietro a qualche puntata di un’ottima trasmissione radiofonica della RAI che si chiamava La notte dei misteri. Formula classica e invitta con ospiti in studio, più o meno “esperti”, e il popolo degli insonni che entrava in diretta da mezzanotte alle sei del mattino. Argomenti prediletti, questi: fantasmi, misteri, i confini della realtà dove non si capisce, ed è il bello del gioco, dove inizia o finisce la suggestione e dove domina il reale.
La notte cui faccio riferimento era dedicata al diavolo, al male e alle sette. Come già era capitato per un’analoga nottata sulle urban legends, la gente ridefiniva di telefonata in telefonata il suo concetto del tema del giorno e perciò spesso “si svisava” alla grande. Più o meno intorno alle tre telefonò un pompiere che raccontò di una sua esperienza avvenuta nella notte fra il 23 e il 24 novembre 1980 in Irpinia, in una delle zone maggiormente colpite dal disastroso terremoto che aveva squassato la Campania alle 19,30. Lui disse, con voce rotta dall’emozione, che con altri membri di una squadra di soccorso stava procedendo a tentoni nell’oscurità, tra focolai d’incendio e nuvole di polvere non ancora sfumate, quando capitò in una casa parzialmente crollata dal cui interno un gruppo di persone superstiti assisteva una giovane partoriente. Loro, i pompieri, si fermarono logicamente per portare il loro aiuto in quella situazione a dir poco estrema. Ma tutti furono sopraffatti dell’orrore quando videro che cosa uscì dal ventre della ragazza.
“Scappammo tutti in preda al panico, non me ne vergogno”, raccontò quel pompiere nel cuore della notte dei misteri. “La donna aveva partorito una specie di rettile, un piccolo coccodrillo che emetteva un verso terribile. I suoi parenti urlavano che in quella notte di terrore il diavolo era venuto alla luce.”
Io non lo so se c’è da crederci. Ma so che questa testimonianza dovrebbe stare negli archivi RAI. E, in qualche modo tutto suo, è una storia che manda in sollucchero i fan di David Icke e della sua Reptilian Connection, che sostiene l’ibridazione dell’umanità con progenitori rettili, veri dominatori dell’Universo e padroni della nostre menti attraverso una griglia sensoriale in grado di nascondere la vera realtà. Però, cronaca o allucinazione, è una “Cronaca di Bassavilla”. Che puo iniziare in Friuli, transitando dal Piemonte alla Toscana, per finire in Irpinia in una notte spaventosa in cui l’inferno emerge dal profondo della terra.
Bassavilla è ovunque? Mi sa di sì. Guardatelo — e ascoltatelo — con attenzione Custodes Bestiae.

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