di Valerio Evangelisti

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Questa primavera del 2006 si apre, per Cesare Battisti, sotto auspici un po’ migliori. Non si tratta solo dell’uscita in Francia del libro Ma cavale, di cui parla l’articolo di Fabio Gambaro di Repubblica riportato ieri. C’è di meglio, e tale da non essere propriamente consolante per il governo italiano uscente (senza farsi alcuna illusione su quello entrante). Prima di dire di cosa si tratti, mi permetto una breve digressione su certi comportamenti della nostra stampa presunta “autorevole”, quando si tocca un caso che suscita isteria.
Allorché Cesare Battisti fu arrestato, due anni fa, un cronista del quotidiano parigino ultraconservatore Le Figaro si dimostrò particolarmente immaginoso. Scrisse che Battisti era stato arrestato dopo una fantasiosa lite con un vicino di casa, asserì che quando, in Italia, era evaso dal carcere, lo aveva fatto pugnalando una guardia.

Tutte balle. Alcuni mesi fa, il nostro cronista, Guillaume Perrault, ha pubblicato un libro intitolato Génération Battisti, in cui i dati sulla vicenda politica e giudiziaria dello scrittore sono scarsi, mentre abbondano le considerazioni sugli “ex sessantottini” che hanno preso il potere, sulla loro romantica fascinazione per la figura del fuorilegge, sull’ideologia che continua ad accecarli.
In Francia il libro è stato un flop. Ha venduto poche centinaia di copie. Ha avuto solo due recensioni di qualche peso. E’ sparito dagli scaffali. Perrault cura attualmente, per il suo giornale, fredde cronache parlamentari.
Invece in Italia c’è chi l’ha scambiato per un intellettuale di prima grandezza. Così Massimo Nava, che su Il Corriere della Sera del 16 gennaio 2006 lodava il “cronista-esploratore” Perrault, il suo “coraggio”, la sua “disinibizione”, la sua “attenta ricostruzione” (è evidente che Nava, sui processi a Battisti, ne sa meno di Perrault), ma soprattutto le tesi di fondo, relative a una sinistra di impronta ribelle, arrogante e moralistica, non ancora pienamente approdata alla modernità.
Per l’Italia, lo spartiacque (tra l’evoluzione della nostra sinistra e l’involuzione di quella francese) sarebbe stato rappresentato, secondo Nava, dalla “lotta popolare al terrorismo (sconfitto dalla gente e non da una svolta autoritaria, come si crede a Parigi)”.
Può darsi. Ma c’è chi, in Italia, ricorda arresti indiscriminati, campagne di spionaggio, processi allestiti a tempo record, pentiti che, esauriti i ricordi, ricorrevano all’immaginazione, torture in caserma, condanne smisurate. D’accordo, erano tempi di “emergenza”. Ma quell’emergenza c’è ancora? In tutta l’America Latina ex guerriglieri siedono nei parlamenti o, addirittura, reggono nazioni. In Italia, trent’anni dopo, non si parla di amnistia nemmeno per reati comuni.
Se emergenza c’è, la vedo nel fatto che Massimo Nava condivida la visione del mondo di un mezzo fascista (promosso, negli echi al suo articolo, a “intellettuale di prestigio”, autore addirittura di un “bestseller”, e via mentendo).
Bisognerà vigilare sul post-Berlusconi quanto e più di prima, se è retto da gente così.
Ma vengo alla notizia buona. Leggete il numero odierno di Libération. Negli stessi giorni della sua incarcerazione, Battisti aveva ricevuto la cittadinanza francese. Fu data per nulla. Ebbene, il tribunale amministrativo di Nantes ha appena riconosciuto valido il decreto.
Certamente il governo Villepin ricorrerà. L’iter non sarà breve, ma uno spiraglio si apre. Difficile estradare in Italia un cittadino francese.