di Daniela Bandini

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Giacomo Cacciatore, L’uomo di spalle, Dario Flaccovio Editore, 2005, pp. 204, € 13,00.

Leggere L’uomo di spalle è un’esperienza simile a una seduta di psicanalisi, lenta e spietata, che non lascia intravedere sorrisi complici o strizzate d’occhio al lettore. E’ un romanzo dall’architettura d’acciaio, nel quale ognuno troverà il suo uomo di spalle, quella figura, quell’esperienza, quell’appiglio che mille volte ci è sfuggito dalle mani quando disperatamente invocavamo la nostra autodeterminazione nel tentativo di crescere. L’uomo di spalle è quell’anelito di antica libertà intravista per caso che ci ossessiona per tutta la vita, che troppo spesso lasciamo ammainare proprio come una vela a cui rifiutiamo di lasciar prendere le vie del mare aperto.

Questo romanzo, un vero gioiello, è un’analisi dei rapporti claustrofobici, qui portati all’eccesso, che ci vincolano dannatamente alla condizione di figli. E’ un’esasperazione della figura materna, quella che nutre, colei che tutto può darci e tutto può toglierci, nel delirio di onnipotenza che dà il poter generare dei figli. Questa figura materna si chiama Catena: il secondo nome di molte madri. Di coloro che hanno tanto amato e tanto sacrificato che un solo loro sguardo è sufficiente a riportare i figli all’umiliante condizione di dipendenza incondizionata: cinquantenni o sessantenni che siano, rimangono bimbi piccoli che la gioia sadica inchioda al ruolo di perenni impacciati, ridicoli, prevedibili.
Il protagonista si chiama Giobbe Dilei, una passione smodata per la lettura, che deve barattare in cambio di pietanze. Il tempo della lettura coincide infatti con quello del pranzo o della cena. “Trentadue minuti esatti. Fanno un primo, un secondo, il dolce, e una lunga chiacchierata con me, Giobbino”.
La Catena. Sembra facile sbarazzarsi di lei, uscire semplicemente, andarsene, rifarsi una vita, aprire la porta e frapporre un muro divisorio fisico come ostacolo insuperabile, fuggire da quella casa. Per sempre. Non sarà così semplice, non lo è mai. Disgraziatamente neppure la parziale autonomia che riusciamo a raggiungere può, a volte, essere sufficiente a farci resistere alla tentazione di riprodurre i comportamenti più odiosi e le espressioni più detestate come un’eco inconfondibile, che solo noi siamo in grado di decifrare, rabbrividendo della sua profonda influenza su noi stessi. Come unico termine di paragone lecito e gratificante, la Catena ci avvolge e non c’è liberazione senza il suo consenso, la sua approvazione.
Fidanzate per Giobbe neanche a parlarne. Quella figura grottesca di vecchietta indifesa che ancora si sacrifica per il figlio non le ostacola, non le sminuisce al suo confronto, semplicemente le elimina. Le uccide e le disseziona con scrupolo e senso del risparmio, come deve fare una brava casalinga, per riporle ordinatamente a pezzettini in un enorme freezer che, come tutta la casa, vive ed agisce di vita propria per aderire ai desideri della madre.
La casa è una sua diretta emanazione. Tutto ciò che la circonda è complice, le sportine di plastica attentamente ripiegate diventano mostri, serpenti lunghissimi di cellophane che si avvinghiano all’assalitore, all’estraneo. Le porte si aprono o no, a seconda delle intenzioni nei riguardi della madre, gli oggetti, i più comuni, delicati ninnoli e soprammobili divengono micidiali armi per uccidere l’estraneo che ha osato entrare in casa, violentando così il corpo di Catena.
Com’è vero questo, quando entrando in certe abitazioni si avverte una complicità intensa tra il proprietario e i suoi oggetti, quasi esseri viventi, come tanti animali domestici che sembrano strusciarsi contro le gambe del padrone. Per quanti decenni l’odore permane, a discapito di tinteggiature e rinnovi, a ricordarci spazi che non sono stati nostri da sempre? Quanto spreco di gestualità ripetitiva siamo costretti a fare prima di liberarci dalle inutili fobie scaramantiche di chi ci ha preceduto? E quanto dei nostri passi rimarrà nelle menti di chi ci è vicino?
Catena è la realizzazione effettiva e affettiva di tutto questo. I suoi delitti, perché di omicidi si tratta, verranno scoperti ma lei non troverà nulla da obiettare, né sarà la certezza della sua follia a riportarla a un ruolo più subordinato. Il suo impero, cioè la sua casa, non c’è più, ma Catena continua a regnare su centinaia di discepoli di un reparto del manicomio criminale che per condizione e non per colpa hanno il disperato bisogno di una madre, di una madre come lei. La madre e basta. Quella dell’immagine irreale e perfetta, dell’icona vergine e dedita, con sacrificio, alla famiglia e ai figli, quella della purezza, della rosa castissima. Quella per cui tutte le altre donne sono una minaccia, portatrici di malattie innominabili. Quella madre per la quale si sacrificano i valori più alti, l’ultima parola sulla bocca del morente.
Giobbe, anch’egli rinchiuso in una cella dello stesso manicomio, si divincola tra sogni e incubi, nei quali il solito uomo di spalle sembra dirgli qualcosa di fondamentale, addirittura vitale per lui. Passa le giornate cibando i piccioni, rallegrandosi dei loro voli, e guardando la madre, osservandola, con un disperato tentativo di distacco, di lucida avversione. E’ la madre amorevole che porta ancora da mangiare, al suo Giobbino, maledetti intingoli unti e appiccicosi, che gli colano sulle mani rendendolo impacciato e ridicolo: intingoli unti e appiccicosi dei suoi adorati piccioni.
E quell’uomo di spalle, del quale a un certo punto sentirà la voce, interpreterà la sua infanzia, sarà come il volo di quei piccioni tornati in vita, liberi di scegliersi la strada nello sbattere furente delle ali nell’aria. La figura di un padre che non c’è mai stato, la figura paterna che lo coglie all’improvviso nell’ebbrezza di una via d’uscita, che lo incoraggia a provare una bicicletta, prima col triciclo, poi via, da solo con due ruote, quella figura che lo fa crescere consegnandogli le primi chiavi di casa: l’indipendenza. E la madre che si rassegna, morendo, nella sua figura di vitale importanza ormai venuta meno.
Ma anche nella morte si trova la follia di chi, anch’egli rimasto avvinghiato dall’archetipo materno, vuole clonare la madre. E’ lo stesso direttore del manicomio, deliziato dallo spettacolo rappresentato dalla Madre di tutti i detenuti- pazienti, a provarci: clonare quella Catena dalla quale non ci libereremo mai.

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