I TESTICOLI UMILIATI

di Vittorio Catani
[Qui tutti gli ‘Schifometri’ di Catani]

Dunque, dare del ‘coglione’ a qualcuno ormai fa trend. Coglioni sono, ellitticamente, quelli che votano a sinistra (“contro i propri interessi”); coglione è chi ricorda a qualcuno i suoi mai chiariti rapporti con gente mafiosa. Ma ‘coglione’ è in realtà — precisiamo subito — un appellativo squisitamente ironico, benché solo pochi siano in grado di capirlo, anzi in molti: per esempio, l’hanno subito inteso (quasi fossero gestalticamente un’unica mente) i nostri politici del centrodestra. Quanto ai loro elettori, al momento mancano dati: ma IF.jpegè plausibile che il pensiero gestaltico — in quanto tale — si sia istantaneamente esteso anche a loro. I quali tutti (politici ed elettori) hanno, è notorio, una sorta di corsia preferenziale con le arti, le lettere, la cultura e la lingua italiana. Negozi di libri e biblioteche traboccano di capolavori partoriti dalla odierna destra più nobile. I titoli e gli autori si sprecano, sono sulla bocca di tutti, per cui è inutile star qui a ricordarli. Certamente li rammentano i nostri lettori; l’industria della stampa riversa sul mercato vagonate di capolavori scritti da uomini della destra che ci narrano i letterari stupori, le ansie, le angosce, le intuizioni geniali, le trame coinvolgenti e mozzafiato, le gioie traboccanti dei forzaitalioti, dei sacerdoti del dio Po, dell’Italia berlusconiana, di una moderna destra gagliarda, viscerale e sincera. Ma anche andando indietro nel tempo, troviamo carrettate intere di autori di destra.

Per esempio Marcel Proust. Nessuno oserebbe affermare, infatti, che Proust possa essere catalogato come marxista: ergo, è destra pura.
Naturalmente, tutto questo non viene e non può essere compreso da quelli della sinistra.
Quelli della sinistra non hanno una sensibilità, né una cultura. Tanto per cominciare, continuano a mostrare ancora, in alcuni loro stemmi, la falce e il martello. Com’è noto, quei simboli in Italia sono sempre stati portatori di massacri, deportazioni, fosse comuni, lager, confini, discriminazioni razziali, sanguinari movimenti di piazza, esplosioni con decine di morti su treni o in stazioni ferroviarie o in banche. E tanto per parlar chiaro, sono segni che ci ricordano direttamente i bollitori di bambini. Comunque. Quando L’Unità chiama ‘coglioni’ quelli del centrodestra, allora sì, allora un verbo proferito dall’infedele non può farsi che bestemmia e offendere biecamente gente timorata di Dio. Ma se lo dice un Presidente del consiglio…

Per passare a dati di fatto. Ieri sera, 4 aprile 2006, alle 23:30, la breve trasmissione Primo piano si soffermava — fra l’altro — sulla bruciante, fondamentale faccenda dei ‘coglioni’. Intervenivano Bobo Craxi e un parlamentare di destra di cui al momento mi sfugge il nome. Ma il nome del singolo non è importante quando ci si riferisce a una gestalt. Da un Cicchitto, un Bondi, un Tajani, un Ronchi o uno Schifani è lecito, è doveroso — anzi è scientifico — attendersi che fotocopino le loro parole su ciascun argomento, si tratti della soppressione dell’Ici quanto dell’esistenza dei Marziani o del ruolo odierno dei ‘coglioni’ nella viva lingua italiota. Dunque, asseriva iersera cotesta promanazione della gestalt forzaitaliota, ‘coglione’ è termine per l’appunto ironico, ed è normalissimo usarlo. In ciò nulla v’è di strano, trattasi della cosa più comune e naturale nell’universo mondo.
Nell’ascoltare mi sono fatto piccolo piccolo sul mio divanetto, felice di apprendere a 66 anni ciò che ancora non sapevo circa una faccenda talmente evidente. Il fatto è che, in quanto giurassico, io rammento altro genere di parlamentari, pur non di sinistra: per esempio il repubblicano Spadolini, morto nel 1994 e che fu a sua volta Presidente del consiglio nei primissimi anni Ottanta. Direttore del Corriere della Sera, storico, autore di libri quali Il mondo di Giolitti e La questione del Concordato; uomo di vastissima cultura (non per nulla, devo ripetere, non era comunista): eppure… Eppure, scopro ora una grave pecca nel troppo bonario Spadolini: non mi consta abbia mai dato del ‘coglione’ a nessuno. Come verosimilmente i suoi colleghi di parlamento, fossero o meno della sua area politica. Ma evidentemente ricordo male, o sarò preda di allucinazioni, dell’Alzheimer, o è l’età che avanza.
E in effetti, suvvia, cosa si vuole sia un ‘coglione’? Voce dal sen sfuggita, come recita la romanza. Cosa pensate siano un paio di corna mimate sulla testa del collega? Un amichevole, virile, affettuoso scherzo, ma gli ‘utili idioti’ continuano a travisare.
E cos’altro fa la Santanchè quando alza vistosamente il dito medio? Un gesto che tutti abbiamo sperimentato allegramente fin da quando frequentavamo le elementari. Benché su questo punto mi permanga un dubbio, figlio senz’altro del mio Alzheimer strisciante: prima quei politici non alzavano tutta la mano?
Sconvolto, sono andato a fare controlli. E ho constatato che sì, ho torto marcio! Mi sento mancare. Parole pesanti — naturalmente in senso ironico, se non allegorico — sono sempre state usate anche in passato dai politici, verso coloro che ‘coglioni’ si mostravano di fatto.
Voglio quindi fare ammenda, penitenza, portando a mia espiazione un esempio concreto. Lo riprendo da una scolastica Storia della letteratura italiana, di Salinari e Ricci (Laterza, 1993):

“Io prendo il sig. Arturo Toscanini, probabilmente non figlio di cani, che deve aver succhiato dalla balia come tutti i bambini, che certamente avrà sporcato i primi lini come tutti i bambini con o senza diarrea; prendo l’uomo, spettatore nella sua tarda età di tanta fede, di tanti eroismi, di tante intelligenze (un po’ meno microcefale della sua); prendo il maestro celebre che dopo la sua morte sarà come tutti gli altri uomini destinato a marcire; prendo il rettile che putre già ora nell’anima sua; prendo il fesso cocciuto e nevrastenico, dalla struttura invertebrata; prendo per le orecchie questo essere più schifoso che intelligente, deficiente nel sistema nervoso centrale e nel periferico, più mostro che genio; prendo questo animale fisiologico, senza scrupoli di spudorata vergogna; prendo questo infelice zimbello di tutti i pochi amorali che abortiscono nelle circostanze provocate e anormali; prendo questo uomo-rudere che molta gente, di dentro e di fuori, avrebbe voluto divenisse il deposito escrementizio di tutte le loro acidose e putrefacenti ire isteriche; prendo questo fesso classificato, gli osservo sulla guancia le impronte (ora metaforiche) dello schiaffo bolognese che lo fa degno del mio compassionevole sguardo, e… gli sputo negli occhi. Non si scandalizzi nessuno… (…)”

Scandalizzarsi! E di che? Ecco, giustizia è fatta.
Ho ricostruito il contesto: l’Autore del brano si riferiva all’insigne direttore d’orchestra che nel 1931, a Bologna, in occasione d’un concerto si rifiutò d’eseguire la Marcia reale e Giovinezza, per cui venne giustamente preso a schiaffi da un gruppo di ‘fedelissimi’. Il brano dalla Storia della letteratura è ripreso da Libro e moschetto (1931). Visto? Comprendete anche voi la fine, sottilissima ironia del testo?

Eppure nel leggere ho provato un senso di vuoto. Quasi mancasse qualcosa… Poi finalmente, con ritardo, ho capito. Emerge un’assenza di cui mi stupisco. Possibile che perfino allora non si osasse il goliardico ‘coglione’?

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