Guardate queste foto. O ingrandite la foto a destra. Sono materiale che procura choc: uno choc di cui si ringraziano i militari americani in Iraq, che lo hanno preparato e realizzato. In duplice senso: i militari non soltanto hanno compiuto queste azioni choccanti, ma le hanno anche fotografate. E pubblicate: su un sito che presto verrà chiuso, per un patteggiamento del gestore con la Contea – i guai legali spaventano, si sa. Non importa che il sito chiuda: questo materiale è ormai patrimonio di carta e sta in un libro, Fucked Up, a cura di Gianluigi Ricuperati e con una postfazione di Marco Belpoliti, pubblicato da BUR (nella collana futuro/passato, 8.60 €). Questo rimarrà un atto unico al mondo di un’aberrazione che non avrà altre testimonianze. E’ un libro importante. Riprendiamo un’intervista rilasciata dal curatore del libro.

INTERVISTA A GIANLUIGI RICUPERATI

Ci hanno fatto vedere Abu Ghraib. Ci hanno fatto vedere un carcere iracheno trasformato in inferno. Inferno di pugni, scosse elettriche, abusi sessuali. E adesso? Noi, qua, protetti dalla lontananza continuiamo a ripudiare la guerra, magari con più forza, con più rabbia. E lì, in Iraq, tutto continua. Tutto continua anche fuori da quel carcere. Ferocia, follia, violenza, idiozia. E morte. Morte. Morte. Fucked Up mostra tutto questo attraverso le foto pubblicate in un sito di porno amatoriale. Foto dall’Iraq e dall’Afghanistan, inviate dai militari in cambio di materiale pornografico.

Perché ritieni che questo libro sia importante?
Perché fa capire cos’è la guerra. Perché offre un punto di vista non allineato su come si stia orientando internet come luogo sociale. Perché racconta una storia che fra qualche decennio, auspicabilmente, verrà chiamata esemplare del tempo che stiamo vivendo.

E’ vero che il sito internet che raccoglie le foto dei militari in Iraq presto sarà chiuso?
Sì. Verrà chiuso per effetto di un patteggiamento tra Christopher Wilson, il fondatore del sito, e la giuria della contea di Polk County, Florida. Ma prima di chiudere dovranno essere scadute tutte le iscrizioni regolarmente pagate dagli utenti del sito. E’ possibile che per effetto della peculiarità dell’azione giudiziaria subita da Wilson, che si concentrava solamente sulle immagini pornografiche con l’intento evidente di colpire il resto del sito, le fotografie dei militari, che non costituiscono ufficialmente corpo di reato, trovino una sistemazione ulteriore anche dopo la chiusura. E’ utile per me segnalare che a differenza di quanto scritto da quella vuota “prima linea” dell’informazione indipendente che corrisponde al nome di Indymedia (ogni riferimento è voluto) il libro NON dice che il sito è già stato chiuso, bensì che chiuderà. I siti di controinformazione come Cani Sciolti e appunto Indymedia hanno letto soltanto il lancio Ansa senza neppure prendere in mano il volume, e purtroppo il lancio Ansa conteneva un’informazione scorretta riguardo a questo problema della chiusura del sito. Questo è bastato ai guardiani della controinformazione per accusare me e la casa editrice di “speculare” e altre cose.

Secondo te il Pentagono ha avuto un ruolo in tutto questo?
Il Pentagono non ha avuto il coraggio di sfruttare questa fuoriuscita di materiale fotografico inattesa per fare chiarezza in modo trasparente sull’accaduto. Ma la maggior responsabilità del Pentagono sta nel probabilissimo ruolo di suggeritore nella bizzarra e inusuale azione legale intrapresa da un’oscura corte della Florida nei confronti di un libero cittadino per una serie di reati che da decenni non vengono nemmeno considerati tali. Scambiare l’abiezione di certe pratiche e di certi comportamenti dei militari americani con l’innocua accusa di “affronto al comune senso del pudore”, questo è stato l’atto di grave irresponsabilità delle élite politico-militari di fronte alla vicenda. Ma naturalmente si potrebbe anche aggiungere che l’unico modo per avere un ruolo sensato e coerente in una vicenda del genere sarebbe eliminare il problema là dove nasce — cioè non intraprendere azioni militari come l’Operation Iraqi Freedom. Forse è una visione troppo radicale. Non dimentichiamo però che la cronistoria dell’amministrazione Bush è costellata di personaggi altrettanto radicali. E’ noto per esempio che Donald Rumsfeld negli anni Ottanta rilasciava dichiarazioni come “con buona probabilità, e seppur con gravi perdite, potremmo uscire vincenti da uno scontro termonucleare globale”. Ecco — si può pretendere che da questo humus vengano fuori strategie interessanti e costruttive per gestire le emergenze? E la piccola ma impressionante storia del sito di Wilson è stata soprattutto questo: un’emergenza trattata con guanti disastrosi.

Come sei entrato in contatto con il sito Nowthatsfuckedup?
Ho passato una parte minuscola ma costante degli ultimi tre anni a guardare dalla finestra i diversi cortili delle comunità virtuali che si trovano sulla rete. Una striscia quotidiana da cui non mi sono ancora ritirato, alla ricerca di storie e idee in siti, forum, chat e villaggi immaginari di ogni tipo — lesbiche, nerd, amanti dei mac, amanti delle mitologie celtiche, amanti di nulla in particolare: comunità specialistiche, nascoste, generaliste, consapevoli, ingenue, spontanee, costruite ad hoc. Se fai questo genere di esperienze può capitare di imbatterti in siti come quello. E in fondo la pornografia e la guerra hanno tra le diverse cose in comune anche la peculiare facoltà di produrre meccanismi innovativi. Io non sono molto interessato a occuparmi di cose con immense bibliografie alle spalle, mi attraggono molto i fenomeni che però fra trent’anni avranno immense bibliografie alle spalle. Potrebbe essere il caso di vicende come questa.

In questo libro hai scelto di inserire solo alcune immagini prese dal sito. C’è una ragione precisa che giustifica questa tua scelta?
La ragione numero uno è che il libro doveva essere agile, potente, rapido. La ragione numero due è che una buona parte delle immagini del sito erano veramente intollerabili. La ragione numero tre è che all’informe tendente all’infinito del web valeva la pena di contrapporre uno spazio ben formato e assolutamente ridotto.

Parli di una “rappresentazione della guerra”. Non credi che il terribile materiale fotografico che hai raccolto in questo libro in qualche modo non renda conto della complessità della situazione reale in Iraq?
Certamente non rende conto in modo cartografico di tutto ciò che succede da quelle parti da tre anni a oggi. Ma immagino che se un ragazzino non sa cosa sia la guerra e lo chiede a un insegnante questo libro può fornire una risposta insieme complessa e abbastanza esauriente. O almeno un buon punto di inizio. Naturalmente l’insegnante dev’essere pronto a tonnellate di lamentele dai genitori, che qualche tempo prima alla stessa domanda gli avevano suggerito di vedere un bel po’ di film e di leggersi qualcosa di importante, o magari anche di giocare a quell’interessante gioco di strategia chiamato Civilization. Ecco — se mettete insieme tutte queste cose avete un’idea di cosa significa fare delle guerre. Le immagini del libro potranno aiutare se ci si domanderà cosa significa essere dei corpi senza storia mandati a fare delle guerre.

Cosa ti senti di dire ai politici, alla politica, dopo l’esperienza che hai vissuto preparando questo libro?
Che è un libro da campagna elettorale, se in Italia ci fosse anche soltanto una compagine disposta ad alimentare una campagna elettorale con una benché minima percentuale di ottani ispirati a quella frizione del pensiero che si chiama utopia.

Fucked Up racconta la parabola di Christopher Wilson. Oltre al materiale fotografico, il libro riporta le battute e i commenti alle immagini da parte dei militari che scattano e degli utenti del sito che guardano. Battute e commenti che, a loro volta, si commentano da soli. La lunga introduzione di Gianluigi Ricuperati racconta la storia (anche giudiziaria) del sito. La postfazione di Marco Belpoliti colloca le immagini di Fucked Up nel panorama del fotogionalismo di guerra.

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