della Redazione Odradek

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1. Genova. I presupposti
Negli Usa il movimento no global è ormai considerato un’espressione reale della società con ampie radici in strati cruciali della popolazione come i giovani dei campus universitari da dove provengono gli apparati tecnico funzionariali delle istituzioni preposte alla privatizzazione globale.
Joseph Halevi, il manifesto, 26 agosto 2001.

a) Un movimento ormai esiste. Quello che si avvia ad andare a Genova è un soggetto composito, in cui forti sono le componenti caratterizzate da un tipo di consapevolezza “pre-politico”, connotata da prevalenti motivazioni di ordine etico e solidaristico. Questo, naturalmente, non è in sé né un bene né un male.

I movimenti allo “stato nascente” sono riconoscibili proprio da questa configurazione. Una forma di protesta troppo nettamente connotata politicamente è quasi sempre riconosciuta come la pròtesi non occultabile di uno o più “partiti”; e in quanto tale non ha quasi mai l’occasione di diventare movimento di massa. Ed è un movimento su scala mondiale, che raccoglie quasi ogni espressione critica dell’esistente; un canale in cui ci si mescola in modi sempre “nuovi e impensabili”, ma anche sempre uguali alle identiche fasi di tutti i movimenti che l’hanno preceduto. Un movimento che cresce indipendentemente dalle sue incerte e precarie leadership, anzi a dispetto di esse, e cento ne brucia e mille ne crea: tutte fungibili, perché “leader” di un movimento è chi — a una certa ora e in un certo luogo — ne sintetizza, bene o male, il senso comune collettivo. E poi muore (in quanto leader). È un movimento che esibisce con orgoglio — e una vena d’astio — le sue differenze interne, anche apertamente conflittuali; senza un coordinamento complessivo. Vi domina una ben piccola ideologia organizzativa “reticolare”, quasi un elogio all’assenza di struttura; e una critica dei movimenti precedenti spesso presa a prestito, senza star troppo a sottilizzare, dagli editoriali degli stessi giornali “di regime” (tipo: quelli del ’68 cominciarono a perdere quando si strutturarono in “gruppi extra parlamentari”; quelli del ’77 quando cedettero alla lusinga della guerriglia; la “pantera” quando provò a interrogarsi sui movimenti passati invitando alcuni protagonisti “scomodi” a raccontare, ecc), giornali contro cui ci si indigna per come descrivono le dinamiche, le idee o le intenzioni del movimento attuale (come se i media potessero dare un’immagine “obiettiva” di quelli passati se non per meglio demonizzare quello presente). Sul piano della “visione del mondo” entro cui opera è assolutamente evidente l’assenza di un’analisi condivisa — anche minima, ma complessiva — della “natura” dell’avversario o del fenomeno che intende contrastare. Ma prevalgono ancora due tendenze complementari: rifiutare l’interrogazione sul “tutto” per paura (indotta) di ricadere nelle “ideologie” e l’istintiva consapevolezza che aprire una discussione sui fondamenti comporta il rischio di dividere il movimento stesso (per esempio tra cattolici e “anticapitalisti”). C’è grande attenzione — e grande volontà di rimanere aderenti — al dettaglio, alle innumerevoli conseguenze negative del sistema economico-politico-militare che governa il mondo; è un livello di pensiero spesso “sintomatico”, che reagisce a stimoli singoli e nel complesso disorganici. Un livello di pensiero che si preclude programmaticamente l’accesso al gradino successivo della riflessione teorica.
Ciò nonostante è un soggetto. In quanto tale sottoposto al divenire, alla trasformazione, all’aggressione dell’avversario, alla metabolizzazione dell’esperienza che va accumulando. In altri termini: può e deve crescere, anche se non è affatto detto che possa sopravvivere.

b) Al contrario, il suo avversario è unito. Al di là delle sfumature e dei ruoli rispettivi, nella gestione dell’“ordine mondiale” concorrono il sistema economico e finanziario che ha il suo centro nelle metropoli dell’Occidente, e in primo luogo negli Stati uniti. Un sistema che dispone — come braccio armato — di una macchina bellica al momento senza competitori. Un sistema che dispone del controllo dell’informazione “rilevante” e delle vie su cui viaggia ogni informazione, da chiunque venga prodotta; che può perciò censire, selezionare, registrare, conservare e recuperare l’informazione viaggiante su tutti i tipi di rete. Un sistema che può perciò disporre della più ampia conoscenza delle singole componenti del movimento, dei suoi leaders, delle sue molteplici dinamiche culturali, politiche e di piazza; ma che soprattutto ha fredda consapevolezza dei propri problemi, interessi, obiettivi e avversari su scala mondiale. Un sistema che è a sua volta una rete, ma che — al contrario del movimento — possiede una fortissima strutturazione e tensione gerarchica.
Eppure una smagliatura all’interno di questa rete comincia a esser visibile. È una smagliatura che corre attraverso l’Atlantico e tendenzialmente contrappone Europa e Stati uniti. Non è una contrapposizione “tra sistemi”, ma “tra interessi”. L’unione europea ancora non completata costituisce un’area capitalistica di forza economica abbastanza paragonabile a quella statunitense. Può avere e ha proprie ambizioni (capitalistiche). Ma non ha ancora struttura e forma statuale, consistenza unitaria e concentrazione di forza militare indipendente. Ovvio che tale movimento verso la coesione continentale sia mal visto e contrastato dalla potenza egemone. È una contraddizione in fieri, non dispiegata, un conflitto di bassissima intensità che si gioca ancora al livello del “seminar zizzania” agendo su governi locali “amici” per ragioni storiche o di servitù (prima la sola Gran Bretagna delle Thatcher e dei Blair, ora anche l’Italia berlusconiana seguendo anche in questo le orme di D’Alema). Ergo, oggi questa contraddizione non si rivela quasi quando si tratta di affrontare il movimento. Si muove ancora come un esercito, sia che metta in movimento capitali finanziari o stock di merci strategiche, input mediatici o mezzi militari, “intellettuali organici” o istituti sovranazionali. L’unico limite ammesso al suo dispiegamento di potenza consiste nella vigenza di regole democratiche all’interno dei paesi guida. Un vincolo di formalità, spesso travalicato senza tanti problemi, e che costituisce per intero lo spazio politico entro cui il movimento — ogni movimento d’opposizione “sistemica” — si muove.

c) La specificità italiana:
c1) Forse più che altrove, il movimento si presenta fortemente diviso. Si tratta di fratture che vengono da lontano, ripetutamente ribadite, che hanno quasi sempre stimolato a cascata altri momenti di conflitto interno. Nella parte politicamente più connotata del movimento (quella che ha fatto i conti, in vari e contraddittori modi, con l’esperienza del movimento comunista — parlamentare, extra-, guerrigliero) queste divisioni ruotano intorno alle nozioni stesse di “conflitto sociale” e di “antagonismo”. Sono differenze note, che val la pena di riassumere brevemente per disegnare un “campo di gara” minimamente comprensibile.
c1a) Negli ultimi tre-quattro anni, e con particolare evidenza in prossimità dell’appuntamento di Genova, si era imposta l’egemonia cultural-mediatica di un’idea di “antagonismo” ridotta alla semplice “rappresentazione teatrale del conflitto”. Armature di gommapiuma, divise da “professioni civili”, lessico guerriero per manifestazioni rigorosamente pacifiche, apparenze di testuggine o falange per una prassi di fatto “consociativa” (compresa la contrattazione delle singole mosse di una “cerimonia conflittuale” da celebrare in piazza ad uso e consumo dei media): le “tute bianche” si presentavano come luogo di sintesi dell’“antagonismo accettabile”, paradiso e catalogo di tutti gli ossimori che una mente possa partorire. Unico punto a loro favore: il possedere una strategia politica sufficientemente chiara, in simbiosi consapevole con il governo di centrosinistra e le sue ricadute amministrative locali. In una configurazione del quadro politico che escludeva per principio una “contestazione da sinistra”, ma che pure conteneva tutte le ragioni di un conflitto sociale a malapena “depotenziato” (si pensi all’ottusa politica economica neoliberista dei vari governi Prodi, D’Alema, Amato), la funzione delle “tute bianche” è stata quella di “rappresentare” — in senso teatrale, mediante “movimenti fisici” rigorosamente studiati, provati, in spazi e dimensioni minuziosamente contrattati — un conflitto inesprimibile sul piano politico. Una strategia chiara, si diceva, ma che può essere concepita in un’unica situazione: assenza di conflitto reale e un governo “sponda”, che adotta a sua volta la prassi della “cooptazione dialogante” con le figure emergenti da questo milieu politico.
c1b) L’antagonismo “sindacale radicale” (Cobas, ecc) che punta sulla contraddizione capitale/lavoro per ricostruire quasi ex novo un movimento (fondamentalmente) operaio o dei lavoratori dipendenti in genere. Radicata in molte situazioni significative, questa componente contiene in sé, in nuce, il nodo del rapporto tra rappresentanza degli interessi concreti della classe in sé e impostazione di una soggettività politica; brandelli di progetto, immaginazione di altri rapporti sociali a partire dal concreto delle condizioni di lavoro.
c1c) L’antagonismo a base territoriale o ideologica, caratterizzato dal “rifiuto della trattativa con le istituzioni” (speculare alle tute bianche); un settore disperso, frammentato, “rabbioso”, senza progetto politico, su cui e contro cui il potere prova da tempo a giocare la carta del “rinascente terrorismo”.
c1d) Un Partito comunista al 5 per cento, che fatica a esprimersi (e a volte consapevolmente rinuncia a esprimersi) come “intellettuale collettivo”, che è diviso in correnti formalizzate (dove molti, cioè, rispondono alla corrente prima che all’insieme), che ha una base di iscritti quasi mai “militanti” (ovvero “agitatori e propagandisti”, promotori di lotte sociali e non solo “testimoni dell’esistenza dei comunisti”), ma che pure è l’unica presenza politica antagonista organizzata a livello di massa su scala nazionale; l’unica che possa ragionevolmente aderire a una scadenza nazionale portando in piazza un numero di persone sufficiente a determinare un evento “politico”; un partito che preferisce dialettizzarsi con “i movimenti” anche quando ne è componente spesso maggioritaria; e che finora ha rinunciato a esprimere in modo intelligente (e non brutalmente invasivo) “egemonia” politica e culturale, rischiando anzi di divenire campo di conquista per “culture” politiche marginali per scelta, livello, orizzonte, qualità;
c1e) I gruppetti fortemente strutturati — al limite della “sètta” — che per marcare la propria irriducibile “diversità” di contro al confuso consociativismo “tutabianchista” decidevano di stare altrove, nella fattispecie nella zona di ponente della città; dando per scontato che un movimento disposto come un aggregato non costituisca un soggetto, scommettevano su di sé, sulla propria pochezza numerica, su una “qualità” politica autoaccreditata e indimostrata.
c2) Il governo di destra. Il governo di Berlusconi e Fini segna, sotto molti aspetti, una continuità forte con il governo di centrosinistra. Più forte e meno immediatamente evidente che non nel ’94, venendo necessariamente a mancare il “rigurgito antifascista” consumato con “la prima volta” dei fascisti al governo (ai piduisti, evidentemente, ci siamo abituati). A livello delle politiche economiche, in effetti segna solo un piccolissimo slittamento rispetto ai governi precedenti. Che tra le prime preoccupazioni berlusconiane ci sia stata l’abolizione della tassa di successione e la depenalizzazione del falso in bilancio testimonia della piccineria degli attuali governanti (prima le tasche proprie, poi — e semmai — gli interessi degli altri padroni), ma anche del fatto che “il più” — in materia di interventi sui diritti del lavoro, sul salario, le pensioni, ecc — era già stato fatto. D’ora in poi basta “spingere ancora un poco” per ottenere la piena individualizzazione del lavoratore di fronte al capitalista. Con tanti ringraziamenti e qualche sberleffo a quel centro-sinistra che si è prestato a fare il grosso del lavoro sporco contro la propria base elettorale, convinto di essere ormai entrato stabilmente nel cuore della Confindustria (come ricordava uno “staffista” di D’Alema, in quell’entourage ci si ripeteva con maggiordomesco orgoglio “Agnelli è con noi”).
Ma a livello della gestione statuale del conflitto sociale questo governo è caratterizzato dalla predominanza delle forze che ripropongono la continuità della “guerra civile italiana”. Il nucleo immondo, impresentabile internazionalmente, la sentina fascista e sbirresca sempre costretta sullo sfondo — spesso e volentieri usata per altri tipi di “lavori sporchi”, e un po’ meno spesso sanzionata per aver lasciato tracce troppo evidenti della propria zampa in quei “lavori” — è ora classe di governo. Le sue idiosincrasie, le sue paure, i suoi odii, il suo misero immaginario a metà strada tra il Ku-Klux-Klan e il fratello scemo di Rambo è ora cultura di governo.
L’agguato di Napoli, in marzo, era stata una prova generale della “nuova linea nell’ordine pubblico”. Una questura locale caratterizzata dall’assoluta predominanza della “destra interna” aveva predisposto — con il decisivo avallo finale e la conseguente difesa politica a cose fatte da parte di un centrosinistra accecato dalla necessità di mostrarsi “sbirro con gli sbirri” per conquistare o mantenere il consenso elettorale della “maggioranza silenziosa” — una trappola in cui il movimento, in ogni sua componente, era caduto legato, cieco e imbavagliato. Lì c’è stato il primo accerchiamento di un pezzo consistente di corteo che la storia degli scontri di piazza del dopoguerra ricordi.
Questo non è un governo che voglia disinnescare il conflitto sociale mediante la cooptazione dialogante con i vari “portavoce” dei movimenti dal basso; questo governo vuole strangolare il conflitto. Possibilmente prima che si generalizzi (visto il suo programma sociale e la congiuntura economica internazionale).
È una differenza politica (non di grado di internità alla logica capitalistica) che nessuno (men che mai prima di Genova, come si è visto) ha ancora ben compreso.
c2a) Il peso crescente della componente fascista proprio in tema di ordine pubblico e forze armate. Che parlamentari di Alleanza nazionale — fascisti, insomma — fossero presenti nelle varie “sale comando” di carabinieri e polizia è qualcosa di più di una singolare coincidenza. Tale sovraffollamento va necessariamente letto come l’emergere di un rapporto privilegiato di lungo periodo, di una connection che viene da lontano, che ha attraversato tutto il dopoguerra. È insomma una tradizione — i fascisti amano i militari, i militari simpatizzano ideologicamente con i fascisti — che ora può restare allo scoperto, farsi linea di governo. Nell’accozzaglia di gruppi di potere coagulatasi intorno a Berlusconi questa componente ha una sua forza intrinseca che va ben al di là del pacchetto di voti — in calo — rappresentato da An. Rappresenta infatti un nocciolo duro della presenza armata e semiclandestina degli americani in Italia. È il terminale militare e politico dell’azione anticomunista pilotata da Washington dal ’45 a oggi. È una testa di ponte fondamentale per la moltiplicazione delle “frizioni” tra “convergenza europeista” e “fedeltà atlantica” (due termini che fin qui sono coesistiti pacificamente in funzione anti-Urss, ma che — dopo la guerra alla Jugoslavia e la “riforma” della Nato — iniziano strategicamente a divergere). Sul piano della politica da stabilire nei confronti dei movimenti di contestazione, questa componente trasversale è protagonista assoluta della trasformazione dell’“oppositore” in nemico.
c2b) La “rivincita” di tutto il milieu burocratico statal-militare fortemente “sottorappresentato” dalla caduta del Caf in poi. In parte coincide con l’anima fascista e atlantica del governo in carica. In parte ancora maggiore è costituito da gruppi di potere (locali, amministrativi, funzionariali) destrutturati e criminalizzati nel decennio di Tangentopoli. Centrale è qui anche il collegamento con la “grande criminalità organizzata”, ovvero con le forme di potere locale centrate sull’economia mafiosa e l’uso di una forza militare “irregolare”. Gruppi che costituiscono bacini di consenso elettorale (forzato e non), riserve di capitali bisognosi di entrare nel circuito legale, riserve di “personale politico” esperto di amministrazione truffaldina, rotto ad ogni compromesso e totalmente estraneo a qualsiasi pratica o convenzione liberal-democratica.
c2c) L’“emergenza terrorismo” negli ultimi tre anni (dopo D’Antona). Un capitolo completamente da disegnare, come vedremo. Ma che ha contribuito a costruire l’“attesa di Genova” come un evento oltre i normali confini della contestazione politica. Una lunga lista di episodi quantomeno controversi — spesso più che sospettabili — ha “preparato” un clima favorevole alla trasformazione dell’oppositore in nemico. Grande è stato naturalmente il contributo — spesso consapevole, più spesso incosciente per decaduta professionalità media dello scribacchino di redazione — dei media. L’ossessiva ricerca dello “strillo”, per lanciare una prima pagina e guadagnare copie o audience, facilita il compito di chi deve presentare una formica come un elefante, e fare di un bucolico ecologista un pericoloso “terrorista”. A ben guardare, nel corso di mesi, ha preso forma e consistenza uno slittamento semantico gravido di conseguenze future: manifestazione-violenza-terrorismo. Il confine tra i tre momenti, che rappresentano anche storicamente tre diversi livelli di radicalità nello scontro politico (la semplice manifestazione di piazza, la ricerca dello scontro nelle manifestazioni o nel territorio, una strategia rivoluzionaria centrata sulla guerriglia — “terrorismo”, giova ricordare, è una categoria che si attaglia allo stragismo fascista e/o di Stato, ma che non descrive né punto né poco i movimenti armati di sinistra) è stato progressivamente attenuato fino a quasi scomparire. I media che prendevano per buoni fantapolitici scoop diffusi dai servizi segreti (memorabile l’annuncio del prossimo arrivo a Genova di palloncini ripieni di sangue infetto da Aids!; uno Zavattini non avrebbe saputo far meglio… ) ne portano in pieno la responsabilità: politica, etica, professionale. Emblematico, in questo sfarinarsi del lessico usuale nella “preparazione dell’evento”, il lapsus accettato e divenuto luogo comune mediatico: “eversione” invece di “sovversione”. Non si sa chi sia stato il primo, ma poi tutti l’hanno fatto proprio. Da sempre, infatti, i rivoluzionari sono qualificati come “sovversivi”, quelli che vogliono “dall’esterno” del sistema abbattere il sistema stesso. “Dall’esterno” perché è gente che non fa parte del potere, dei suoi interessi, delle sue istituzioni, dei suoi partiti. “Eversore”, al contrario, è sempre stato colui che “dall’interno” del sistema vuole cambiarne violentemente le regole perché non più rispondenti alla protezione dei suoi particolari interessi. “Dall’interno”: e infatti sono storicamente “eversivi” i servizi segreti o i reparti militari che organizzano i golpe, che tramano contro i loro stessi governi, che vogliono sostituire il proprio comando al regime parlamentare — eliminando regole valide per tutti, in base alla propria “libera” volontà di agire senza opposizione. Che i media “democratici” — e molti parlamentari — abbiano preso a usare un termine al posto dell’altro la dice lunga sul livello di chiarezza dell’attuale situazione politica e sulla “memoria” di quanti pure si atteggiano a suoi “difensori”.

2. Genova. La grande trappola
a) La molteplicità dei cortei confluenti e la scelta della “libera espressione in piazza delle differenze”. L’incapacità del movimento nel suo complesso di ridurre a ragione la coesistenza incomprimibile delle “differenze” ha partorito una rinuncia gravida di pesanti conseguenze. Di fronte a un governo che manifestamente si preparava ad accoglierlo come un nemico, il movimento si acconciava di buon grado a essere squartato militarmente, sul campo.
a1) Sul piano della gestione della piazza si tratta infatti di una “scelta” che lascia al “nemico” campo libero per qualsiasi decisione. Per un verso discende dall’accettazione del “teorema” proposto dai media e partiti (“isolare i violenti”); e ne fa derivare la miope speranza che ottemperare a quest’ingiunzione fornisca davvero una sorta di “autoprotezione” valida per la singola componente o “area tematica”.
a2) In secondo luogo, lascia spazio alle scorribande “stile black bloc”, chiunque poi le metta in pratica; la rinuncia al controllo della piazza implica l’autocondanna all’impotenza — politica prima che “militare” — perché ti resta la responsabilità “oggettiva” (l’aver convocato manifestazione) senza controllare alcunché.
b) Il piano di battaglia del governo il 20: lasciare campo libero ai “gruppetti sfasciatutto” per legittimare l’attacco al “grosso” della piazza. Per far questo non occorre affatto — come teorizzato in seguito da esponenti del Genoa social forum e da alcune testate vicine al movimento — che agenti provocatori si infiltrino tra i black bloc o addirittura si arrivi a un accordo tra “iper-estremisti” e forze dell’ordine. È sufficiente lasciar fare, per una volta. L’ordine “fare più arresti possibile” ha senso solo se l’obiettivo politico è fare tabula rasa della possibilità di manifestare in futuro (“rastrellare” la componente ritenuta “d’avanguardia” per scompaginare definitivamente la massa dei confluenti a Genova e disinnescare così ogni futura “turbativa” dei vertici). Anche la “trattativa” pazientemente andata avanti per mesi con una parte consistente del Genoa social forum — e senza vera soluzione di continuità tra governo uscente e quello entrante — si può alla fine inquadrare come funzionale al far arrivare in piazza un movimento nella sua parte maggioritaria convinto di poter andare a un appuntamento tutto sommato “tranquillo”. Ciò non significa che tutti gli uomini dell’apparato abbiano condiviso ogni informazione o partecipato con pari responsabilità alla preparazione della trappola. È possibile — ma resta completamente da dimostrare — che una parte degli apparati di repressione preferisse un attacco maggiormente selettivo e politicamente sofisticato. È possibile cioé che siano stati soprattutto i carabinieri — e i parlamentari di An nella loro sala comando — ad avere l’intenzione di “forzare la mano”. Ma in una ricostruzione si deve per forza prendere atto di quello che è avvenuto, non di quello che sarebbe potuto accadere. Anche perché, alla fin fine, queste presunte “colombe” della repressione non è che si siano fatte troppo notare.
c) Ogni singola componente del movimento arriva a Genova pronta a cadere nella trappola. Ognuno si crede “più furbo” (facciamo ognuno quel che ci pare). I pacifisti ritengono che la polizia — trovandosi davanti cortei differenti e chiaramente caratterizzati — attaccherà solo “i violenti” (categoria altamente soggettiva, e quindi condannata a un’ermeneutica volatile!). I gruppetti di casseurs pensano che avranno più spazio di manovra autonomo se non avranno dovuto sottoporsi a una logorante trattativa con le altre componenti del movimento. Il Prc pensa che il proprio status di partito rappresentato in parlamento garantisca ancora una zona di “non belligeranza” in piazza e una specie di “protezione” per una parte del movimento. Non essendo stati capaci di addivenire a un comportamento unitario, ognuno “confida” insomma nella capacità della polizia di “distinguere” e di corrispondere al proprio desiderio-auspicio.
c1) I “black bloc” e similari fanno esattamente quel che ci si attendeva da loro, e offrono così su un piatto d’argento la “giustificazione” per le cariche. Accettiamo tranquillamente la tesi — sostenuta in molta letteratura di rete — che “black bloc” sia uno stile e non un’organizzazione. Accettiamo anche l’idea che i dietrologi improvvisati — quanti hanno ipotizzato “manovre occulte” e rapporti contro natura col governo di destra — siano affètti da stupidità autoreferenziale inguaribile (“chi non è con me è contro di me; se sono più d’uno, si son messi d’accordo tra loro ai miei danni”). Ma resta incontrovertibile il dato di fatto che lo stile black bloc è una variabile così ripetuta da essere ormai divenuta una costante. Non sorprende più nessuno. La prevedibilità politica e militare di comportamenti soggettivamente “imprevedibili” — al punto da non discendere neppure da un briciolo di “piano di battaglia” comune a chi quello stile condivide — è assolutamente semplice. In altri termini: è difficile militarmente impedire che uno stile riesca ad esprimersi attraverso momenti di attacco a obiettivi ridicolmente marginali come le vetrine di banche, negozi col marchio “multi”, auto di medio-grande cilindrata. Ma per un governo è politicamente un gioco da ragazzi prevedere — e quindi utilizzare, comprendere all’interno della propria strategia e del proprio piano di battaglia — il fatto che quello stile si farà vivo. Nella ripetizione salta ogni imprevedibilità. Tanto l’obiettivo del governo non è quello di “rendere inoffensivi i black bloc” (per questo ci sarà tempo, collaborazione internazionale tra le polizie, indagini un po’ più accurate), ma di arrestare la crescita di un movimento mondiale; all’interno di un paese che potrebbe trovare in questo referente nuovi stimoli, ragioni, icone, argomentazioni, obiettivi, per rimetter mano alla costruzione di un’opposizione non ridicola, ossia non attestata sulla miserabile concorrenza tra eguali per amministrare localmente le conseguenze dell’andazzo globale (l’attuale “ulivo”).
c2) Le “tute bianche”, tartarughescamente bardate per la “rappresentazione teatrale dello scontro”, forniscono a loro volta un’altra plausibile pezza d’appoggio all’equazione “violenti tutti”, senza peraltro essere minimamente intenzionati a, o in grado di, sostenere un livello di scontro reale. Il conflitto ora c’è, perché un “nemico” si è costituito come soggetto belligerante. Col governo di destra, insomma, il conflitto non ha nessuna possibilità di diventare una metafora teatrale. Ciò che, fino a Napoli, non aveva modo di emergere sotto la melassa buonista-ulivista appare oggi senza neppure la preoccupazione di avvolgersi in un velo. La carica dei carabinieri, il venerdì, prende di punta proprio il loro spezzone di corteo. Sono politicamente il “ventre molle” del movimento, e vengono deliberatamente attaccati in un tratto del tragitto autorizzato, e comunque ben lontano dalla zona rossa. L’intenzionalità risalta maggiormente se si ricorda che, col corteo internazionalista e “rosa” che pure, poco prima, aveva violato la rete di confine dell’“area proibita”, c’è stata invece contrattazione. Pacifiche, le tute bianche, ma note per il linguaggio bellicoso; rivestite d’armature che impediscono di sfruttare l’unico vantaggio militare di cui ogni manifestante dispone (l’attitudine alla corsa), ma che possono accreditare l’apparenza di una qualche pericolosità. Contengono in sé, a prezzo di molti sforzi, i volti contraddittori del movimento presente: il pacifismo di principio e una residua indisponibilità a farsi massacrare gratis, la sciamannataggine stile “canna continua” e brandelli di militanza attiva, l’occhieggiare alle poltrone da assessore e qualche cedimento all’animus piazzaiolo. Tutto e niente, puro iceberg mediatico rovesciato: grande visibilità per una presenza sociale limitata. Farle a pezzi, nella testa di chi aveva preparato pazientemente la trappola, aveva comunque un qualche interesse strategico: rompere nel movimento la possibilità di convivenza tra l’anima “etica” (maggioritaria, sensibile alle motivazioni delle ingiustizie in senso lato, costitutivamente volatile) e l’anima “politica” (minoritaria, sì, ma embrionalmente “complessiva”, radicale, strutturata per darsi continuità nel tempo). Una repressione violenta — purché coronata da successo — era vista come la chiave di volta per convincere “le masse” a restare a casa nei prossimi tempi; ai “militanti”, in seguito, avrebbero pensato inquirenti, servizi, scribacchini da questura e qualche giudice allineato. Insomma: tute bianche al centro del mirino, ma non per loro “merito”.
c3) Altre componenti — spesso neppure organizzate in “gruppo politico” — si erano minimamente attrezzate, se non altro mentalmente, a essere attaccate, ma non hanno “egemonia”, e quindi neppure un sufficiente controllo delle dinamiche di piazza. È l’anima sempre rinascente e rigenerantesi di ogni movimento; quella che prescinde volontariamente dai “gruppi” rilevanti per imporsi come “continuità” della protesta genuina, diffidente verso il potere, le sue moìne, i suoi dialoghi; attenta al sodo (caricano o non caricano?).
c4) I grandi blocchi di “ultrà pacifisti” e “cani sciolti”, che sono giustamente la massa più numerosa e politicamente ingenua di qualsiasi movimento, sono condannati dal copione a fornire la massa di quanti, adeguatamente e “incomprensibilmente” gonfiati come zampogne dalle manganellate della polizia, dovranno alzare il dito contro i “pochi violenti” causa delle loro sciagure. Qualcuno poi lo farà, qualcun altro si asterrà dal farlo in un soprassalto di riflessione su quanto è davvero avvenuto in piazza. Ma da questa massa, senza dubbio, uscirà nei prossimi mesi il responso sul futuro del movimento: o crescerà (di numero e di “coscienza politica”), o rifluirà. In ogni caso è su questa massa che si gioca lo scontro politico tra il movimento (nella sua periclitante “direzione politica”), il governo e quella consistente parte di opposizione che, sull’Afghanistan, ha votato insieme al governo.
c5) Il Prc è rappresentato all’interno di ognuna delle altre componenti (black bloc esclusi, of course). C’è, insomma. Addirittura è presente con quasi tutta la sua rappresentanza parlamentare. Ma resta complessivamente sullo sfondo. Paradossalmente, perché proprio dal Prc — insieme alla Fiom — è venuta un’esemplificazione importante di come sia possibile stare in piazza con intenzioni pacifiche, ma senza accettare supinamente l’aggressione. A differenza dei partiti comunisti del passato, insomma, non fornisce al movimento una lettura complessiva tale da orientarne l’azione, ma anzi — spesso — si presta ad accoglierne istanze e formulazioni, per quanto contraddittorie siano. Anche sul piano della gestione della piazza, dunque, questa “non direzione” si palesa in una contraddittorietà di comportamenti, a loro volta non sempre in sintonia con le dichiarazioni ufficiali dei dirigenti. È pur vero che il peso eccessivo della “destra” interna al partito — al momento in cui la segreteria “scommetteva” sull’esser presenti a Genova — probabilmente non consentiva di elaborare indicazioni più chiare. Una questione solo rinviata, dunque, che richiederà però soluzioni all’altezza dei problemi, e non a quella dei condizionamenti “retrò” del dibattito interno.
d) Tutte le componenti di movimento — da un punto di osservazione che non sia il proprio, individuale — sono perciò legittimamente accusabili da tutte le altre di “oggettiva intelligenza col nemico”: ognuna infatti si comporta come “il nemico” si attendeva che facesse. Naturalmente la questione sta in un altro modo: questo movimento si è presentato a Genova senza una minima comprensione unitaria del tipo di avversario che andava ad affrontare. L’errore, insomma, sta nel non rappresentarsi e comportarsi come movimento, ma come sommatoria non mescolabile (neppure a livello di “minimo comun denominatore” su un appuntamento singolo) di diversità.
Alla grande maturità e ricchezza delle singole esperienze specifiche e persino alla chiara comprensione di alcune singole dinamiche generali di funzionamento del modo di produzione capitalistico in questa fase “globalizzante” (si pensi ai lavori e agli studi nei workshop), non corrisponde una maturità politica complessiva; né unitaria, né di componente.
Questa la situazione con cui si arriva in piazza il 20.

(2-CONTINUA)