gwsm3.gifScriveva ieri il mitologico Vittorio Zambardino sul suo blog: “Non c’è pace. Google ha comprato anche Riya. Che è? Oh un’aziendina con 12 dipendenti ma si occupa di riconoscimento del viso e di altre attività di riconoscimento di immagini da parte del computer. 40 milioni di dollari e passa la paura. E’ voce di blog californiani. Niente di ufficiale, ma quelli ci prendono. Così la mette Niall Kennedy. E come la discute TechCrunch“. L’idea che Google acquisiti una tecnologie che, per chi sa un minimo di intelligence, è da anni al centro di progetti di sviluppo, fa venire i brividi.
Abiamo iniziato con un intervento di Giulietto Chiesa, e adesso rilanciamo: è giunta l’ora di un Google-Watch. Perché? I motivi li ha elencati alla perfezione Danilo Moi, nella sua inchiesta su Google: Il suo comportamento è quello di una multinazionale “classica”; è controllato politicamente; è connesso a multinazionali come la Microsoft; non rispetta la privacy dei suoi utenti; l’utilizzo dei dati archiviati non è chiaro; il suo funzionamento non è di dominio pubblico; è protetto da Copyright ma tale diritto tutela soltanto Google e non l’utente; omette arbitrariamente o limita i risultati delle ricerche.
Carmilla non dispone delle risorse umane per compilare un aggiornato servizio italiano di Google-Watching, che del resto negli States è già attivo e funzionante. Tenteremo, tuttavia, col passare delle settimane, analisi e segnalazioni significative a proposito di una realtà che pare destinata a mutare in maniera ciclopica l’accesso e il funzionamento della Rete.
A cominciare con le due segnalazioni che seguono…


Google: stop alla campagna ecologica no-profit
di Giacomo Dotta

Oceana, gruppo no-profit fondato nel 2001 con l’obiettivo di portare avanti iniziative di stampo ecologista a salvaguardia degli oceani, si è vista bloccare una propria campagna promozionale su Google. La campagna era basata su keyword quali “cruise vacation” o “cruise ship”, parole tipicamente usate per cercare pagine riservate a vacanze in barca o argomenti simili.
Ad essere additato è però il contenuto della campagna promozionale. Infatti il payoff della campagna non era mirato alla vendita di vacanze o viaggi, ma bensì alla denuncia di un’azienda quale la Royal Caribbean Cruise Lines, criticata da Oceana per i pericoli apportati all’ambiente oceanico da una flotta che produrrebbe acque reflue eccessivamente dannose.
La nuova politica di gestione e regolamentazione delle inserzioni pubblicitarie su Google lascia intendere un chiaro messaggio: Google intende essere un canale pubblicitario e non vuole altresì farsi veicolo di campagne propagandistiche in grado di veicolare polemiche sul mezzo stesso. Vietate dunque le invettive tra aziende (o, in questo caso, associazioni). Già in altri casi Google ha rifiutato e bloccato campagne quantomeno contestabili, perdendo così generosi clienti ma migliorando nel contempo la qualità del servizio reso all’utenza.
Da parte di Oceania si urla invece allo scandalo. Il CEO Andrew Sharpless parla di «oltraggio», «ipocrisia» e mancanza di libertà di espressione. Google è però irremovibile, ed è dunque ora ipotizzabile un sollecito spostamento della campagna dai divieti di Google alla possibile accoglienza della Overture di Yahoo!

[Fonte: WEBNEWS]

Google incassa a Wall Street e studia un piano di sviluppo
di Maurizio Molinari

Aggredita da una concorrenza sempre più agguerrita ed alle prese con difficili duelli legali, Google ha deciso di andare al contrattacco nel decennale di Internet immettendo a sorpresa sul mercato 14,2 milioni di azioni per un valore complessivo di oltre quattro miliardi di dollari. Nell’annunciare la decisione alla Sec (la Consob d’America) il più popolare motore di ricerca ha fatto sapere di voler usare i proventi della vendita di azioni per «possibili acquisizioni di altre imprese, tecnologie o altro» lasciando intendere dunque in questa maniera di avere in serbo un rilancio in grande stile degli investimenti sul web anche se al momento Google non ha fatto ancora conoscere le proprie intenzioni in materia. Wall Street non ha però premiato ieri il titolo Google che è arrivato a perdere oltre il 3 per cento.
La decisione segue di pochi giorni il passo indietro compiuto da Google sul fronte della Biblioteca universale virtuale, il progetto lanciato lo scorso anno per rendere accessibili milioni di volumi sul web grazie all’accesso alle biblioteche delle maggiori Università americane e di quella di Oxford, in Gran Bretagna. A determinare lo stop è stata la dura opposizione legale da parte di un gruppo di editori, intimoriti dalla possibilità di gravi violazioni delle norme sui diritti d’autore. A ciò bisogna aggiungere che sul mercato cinese – che con 108 milioni di utenti è secondo al mondo dopo quello degli Stati Uniti -. Google si trova a subire l’offensiva dei rivali di Yahoo! che si sono recentemente alleati con «Alibaba.com», il più popolare sito cinese per gli acquisti e le ricerche online. Non si può escludere dunque che i ricavati della vendita delle azioni servano da un lato a far fronte all’allungamento dei tempi della realizzazione della Biblioteca universale e dall’altro a rispondere all’offensiva di Yahoo! con nuove «acquisizioni di aziende» sui mercati online dell’Estremo Oriente.
Ma non si può escludere che in realtà Google voglia ottenere profitti per affrontare chi si appresta a sfidare il suo predominio proprio nel campo dei motori di ricerca: il magnate dei media anglosassoni, Rupert Murdoch, ha già stanziato oltre mezzo miliardo di dollari per acquistare un proprio motore di ricerca mentre Bill Gates, fondatore e presidente di Microsoft, sta investendo per rendere più potente il proprio. Lo stesso Gates ha portato Google in tribunale a Seattle per bloccare l’assunzione di un proprio ex dipendente molto esperto dei mercati asiatici.
L’impressione fra gli analisti finanziari di Wall Street è che vi sia all’orizzonte uno scontro stellare per il predominio del mercato delle utenze su Internet e tutto ciò coincide con il decennale del debutto sul web di Netscape, il browser che nel 1995 trasformò la navigazione online in un fenomeno di massa. Il motore di ricerca creato da Larry Page e Sergey Brin affronta questo scenario forte di un largo margine di manovra di cassa: a soli sette anni dalla sua costituzione infatti può vantare una capitalizzazione finanziaria a Wall Street di ottanta miliardi di dollari – arrivata anche a superare i novanta miliardi – maggiore di quella di colossi delle comunicazioni come Time Warner e quasi doppia rispetto ai rivali di Yahoo!.
Le previsioni di bilancio sono ancora più rosee, con lo scenario di un raddoppio degli utili fino a 5,61 dollari per azioni con la previsione di un aumento fino a quota 7,34 dollari nel 2006, raggiungendo con un anno di anticipo gli obiettivi di bilancio. Saranno le prossime settimane a svelare cosa Page e Brin hanno in serbo per anticipare le strategie di Gates, Murdoch e Yahoo!.

[Fonte: La Stampa del 19 agosto 2005]

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