delguattpaso.jpgdi Girolamo De Michele

Gilles Deleuze (del quale, sotto silenzio in Italia, ricorre il decennale della morte) e Félix Guattari hanno lavorato molto, e con profitto, su Empirismo eretico. Lo leggono, lo comprendono; soprattutto, com’è loro costume, non si accontentano di spiegarne i concetti: li prolungano, esplicitano il non detto, ne aumentano portata e potenza. Empirismo eretico diventa così, su scala europea, uno dei testi filosofici più rilevanti del secondo Novecento italiano. Qual è il problema che porta i due filosofi a Pasolini (attraverso una rete di amici-mediatori da Laura Betti a Bifo)? È una questione linguistica e politica: la critica al postulato che vuole il linguaggio essere informativo e comunicativo. Il linguaggio sarebbe una sorta di staffettista che informa, cioè passa i contenuti da un parlante a un ascoltatore. Il linguaggio fa anche questo, intendiamoci: ma non è questa la sua essenza.

È proprio Pasolini a fornire gli argomenti decisivi nelle sue analisi su Dante, dove dimostra come l’emergere del discorso indiretto libero presuppone un doppio livello linguistico, “alto” (teologale e trascendente) e “basso” (borghese e immanente) rispetto ai quali la lingua si differenzia in due serie divergenti, e di conseguenza in un doppio soggetto d’enunciazione, paragonabile allo sdoppiamento del soggetto empirico. Alle orecchie dell’Accademia (ufficiale e anti-) quest’uso dell’indiretto suona eretico: i discorsi, nella Commedia, non sono forse virgolettati? Certo — ma quale Dante parla? Perché ci sono due Dante: l’autore e il personaggio. E tra i due c’è un’oscillazione, un va-e-vieni dello spirito: se i personaggi appartengono alla stessa classe sociale, alla stessa élite intellettuale, alla stessa generazione di Dante, il discorso del Dante-personaggio non si differenzia da quello del Dante-autore. «Se invece i personaggi appartengono ad altra classe sociale, ad altro mondo culturale, ad altra epoca che quelli di Dante, allora il loro “parlato” è caratterizzato anche linguisticamente; dal caso estremo in cui un poeta provenzale parla per un intero endecasillabo nella sua lingua, ai mille casi in cui si colgono, tra le virgolette del diretto, dei segni specifici di lingue speciali.» Il Dante-personaggio parla una lingua “alla moda”, d’evasione nell’episodio di Paolo e Francesca; parla per generi, per citazioni. O addirittura, con Vanni Fucci, prima Dante parla «la lingua comica, ossia naturalistica, del suo personaggio»; poi passa all’uso di «una lingua media comune a Dante e al personaggio»; per concludere con «l’attribuzione al personaggio di modi tipicamente danteschi, di alto e altissimo tono, e, in quanto tali, inconcepibili in bocche di parlanti non poeti». In questa mimesis linguistica si mostra la vera radice del linguaggio: l’esistenza di «una lingua X, che non è altro che la lingua A nell’atto di diventare realmente una lingua B. È cioè la nostra stessa lingua in evoluzione, attraverso fasi drammatiche e difficilmente analizzabili; e che, essendo in un momento acuto di tale sua evoluzione, è in caotico movimento, e sfugge quindi a ogni possibile osservazione.» Dunque il linguaggio non va da un percepito a un detto, ma da un dire a un dire. Le enunciazioni linguistiche non hanno natura individuale, ma sono dei concatenamenti collettivi d’enunciazione che rivelano il carattere sociale dell’enunciazione. Ciò che passa attraverso il linguaggio non è tanto la comunicazione di (un segno come) un’informazione, quanto l’assegnazione nell’ordine del discorso di ordini e posizioni, che vengono rafforzati per ridondanza.
Torniamo allo sdoppiamento tra Dante-autore e Dante-personaggio che svela il carattere migrante del linguaggio. C’è una situazione di questo tipo: /io (Pasolini) scrivo che Dante-autore racconta che Dante-personaggio dice: «Ahi Pisa…»/. Calvino (Una pietra sopra) riproporrà lo stesso diagramma: /io (Calvino) scrivo che Omero racconta che Ulisse dice: «ho ascoltato il canto delle sirene»/. E mostrerà come ciò che chiamiamo “realtà” sia una stratificazione: Mille plateaux. A Calvino interessava il carattere plurale della realtà, a Deleuze e Guattari il potenziale anti-autoritario della scoperta del carattere pre-soggettivo (pre-autoriale, in letteratura), metamorfico d’ogni linguaggio (riabilitazione dei gerghi, delle lingue minori, ecc.). A Pasolini interessava il carattere potenzialmente indiretto del discorso: la descrizione delle condizioni di diritto dell’oggetto linguistico, per dirla col Deleuze degli studi sul cinema. Il potenziale che affiora ogni volta che della realtà si dà una descrizione costruttivistica, è un tema spesso presente in Pasolini, e sempre negletto dai pasoliniani che amano sfondare i muri a testate per poi lamentarsi nella cella accanto. Il Pasolini del 1975 è apocalittico, negativo — certo, certo… Ma è anche il Pasolini che inizia sul «Mondo» un trattatello pedagogico (Gennariello); che propone una riforma della scuola e della televisione (27 ottobre) dietro la provocazione di abolirle (18 ottobre); che difende la legalizzazione dell’aborto (contro l’aborto, ma per la sua legalizzazione); che reclama il processo ai gerarchi della DC (quelli che per Casini non hanno nulla di cui scusarsi). Insomma, dietro quel «siamo tutti in pericolo» che Pasolini disse poche ore prima di morire a Furio Colombo non c’è la provocazione fine a se stessa, la bestemmia liberatoria, l’attitudine consolatoria all’essere bastian contrario: c’è la ricerca disperata del potenziale di liberazione che si annida nel pericolo. Non c’è bisogno di rimasticare oscure frasi di un filosofo tedesco coi calzoni alla zuava per sapere che dove c’è pericolo, là c’è anche ciò che salva: basta leggere Pasolini. A condizione di farlo davvero.

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