di Daniela Bandini

Gordiano Lupi, Franco Micheletti, Sacha Naspini, Yuri Leoncini, Irene Di Natale, Maria Mazzei, Cattive storie di provincia, ill. di Elena Migliorini, Edizioni Il Foglio, 2005, pp. 134, € 10,00

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I sei autori di questa splendida antologia sono riusciti a compiere un piccolo miracolo “di provincia”. Leggi e addosso ti si appiccica un odore inconfondibile di salsedine e di mare, di pineta e di orizzonti che si contendono il blu: le ciminiere di Piombino e tutto ciò che rappresentano, e il mare che si fonde con il cielo, con tutto ciò che rappresenta. Sei racconti di esclusiva ambientazione locale, sei autori seriamente impegnati nella decifrazione del dramma collettivo del delitto e della verità. Una verità più spesso chiamata in causa come interpretazione che come dogma.


Gordiano Lupi, Il palazzo. Tutti noi, credo, abbiamo fantasticato su quel microcosmo assoluto che è il condomino. Volendo sono le storie più affascinanti, quelle che riguardano i vicini. Su questa banale considerazione si sono basati gli autori dei reality show di maggior successo. Il trionfo, ma trionfo vero, della bega quotidiana, della diceria, delle considerazioni affrettate, dove vince l’isterico, il falso emotivo, il commediante, chi normalmente fa di mestiere lo sconfitto, chi fa della quotidianità una croce da portare perennemente in processione. Perde chi la propria vulnerabilità cerca vergognosamente di dissimulare, di confondere. Gordiano Lupi, col suo Gino Lavezzi, compie un miracolo di affresco. Questo Lavezzi, un impiegato con un lavoro che disprezza ma che gli consente di vivere, una moglie oppressa dai propri fallimenti dei quali imputa il marito, una descrizione perfetta di dipendenza tra chi domina e il dominato, un figlio che esce dalle descrizioni dei genitori e si presenta, come faranno tutti i condomini. La parola di Lavezzi e l’autobiografia “degli altri”. Gino ha una debolezza, l’unica, che crede di poter ingenuamente tenere per sé: “una delle poche libertà che ancora si concedeva”: Scendere le scale a piedi uniti, con la “cartella del lavoro nella mano destra”. “Gli altri” sono la moglie, il figlio, un vigile urbano, “un passato nel partito comunista”, Petra Rusic, prostituta albanese, una giovane coppia con figlio, voluto da lei e subìto da lui. Clara Rubini, una donna anziana sola che maniacalmente conserva tutta la spazzatura diffondendo odori pestilenziali in tutto il condominio, la famiglia Barbieri, un figlio quarantenne mantenuto da una madre con manie di grandezza. E poi il grido. Che scuote ognuno nelle proprie occupazioni, leziose o impegnate. Il grido di Gino Lavezzi. Franco, uno sbandato in crisi di astinenza, lo ha minacciato con un coltello proprio sulle scale, Gino ha istintivamente gridato e quello gli ha affondato il coltello, scappando, e lasciandosi dietro quell’urlo. Un urlo che doveva essere di libertà, un urlo generalizzato, che avrebbe salvato solo lui, e che invece lui è stato il primo a lanciare.
Maria Mazzei, La mia migliore amica. Anche questo racconto è ambientato a Piombino, come tutti, ma ne risente maggiormente, è impregnato di provincialismo, di piccola realtà claustrofobica, di dettagli ingigantiti. L’Isola d’Elba come un sogno all’orizzonte lontano, in questa famiglia di operai dell’ex Ilva, Italsider, Acciaierie, insomma delle ciminiere di Piombino. La tua migliore amica è bella, sensibile, ha fatto le tue stesse scuole, farà da testimone alle tue nozze con l’unico uomo di cui ti eri innamorata, ne sei la principale confidente, insomma sei l’amica bruttina rassicurante, che non mette in ombra l’amica bella. Sembri fatta apposta per esserle affiancata nella vita per facilitargliela. Hai un vantaggio: hai studiato chimica, sei una affermata ricercatrice, conosci le caratteristiche tossicologiche di tutte le piante e le sai usare. Al meglio.
Sacha Naspini, Mia figlia Chiara. Questo racconto sarebbe, a mio parere, da raccomandare come supporto psicologico base a tutti i neo-genitori. Non perché tutti i genitori debbano immedesimarsi nel dramma latente e spesso imprevedibile del figlio down, ma per dimostrare che tutte le forme di comunicazione hanno la loro dignità di essere. Fino a che punto è lecito definire la vita una non- eisistenza? E’ un racconto che pone una riflessione profondissima, il porsi con umiltà di fronte alle differenze, fare un passo indietro su ciò che consideriamo essenziale alla dignità umana e non, un atto di ammirazione verso la vita tout-court. E’ un dramma che ci pone immediatamente nei panni dell’altro, come rivoltare una carta da gioco, la stessa che avevamo in mano e che nel giro di un istante ti proietta dall’altra parte della barricata.
Franco Micheletti, La seduta. Quanti segnali che pervengono dal passato più remoto o dalla mente del vicino ci raggiungerebbero, se solo potessimo coglierli, se solo avessimo il tempo, la disponibilità, la voglia di afferrare quei fili che sembrano non portare al nulla… Se solo ci fermassimo su quei particolari che a un certo punto della nostra vita, in genere verso la fine, diventano la verità. Penso a mia zia, morta di recente. Lei parlava abitualmente con angeli e demoni, le si materializzavano in cucina, le facevano cadere mobili e quadri… Mia zia rideva sempre, amava bere e mangiare abbondantemente, per lei non c’era differenza tra l’aldilà e l’esistenza reale, conviveva con gli spettri con allegria e senza drammi. Uno stato psicologico che la rendeva particolarissima e amatissima. Zia Catterina (con due t), questo racconto è per te.
Yuri Leoncini, L’Arlecchina. “La chiamavano l’Arlecchina. Perché lei usava molti colori. Sono belli i colori, pensava, e dipingeva la faccia come un pittore che spande pasta densa su tele incerate”. L’Arlecchina era una prostituta che diventa un personaggio di paese, amata, desiderata, ipocriticamente disprezzata. La trovano impiccata, e una indelebile macchia del suo colore preferito rimane nel parquet del pavimento. Un colore rosso sangue di cui follemente e maniacalmente amava truccarsi le unghie delle dita delle mani, una collezione di boccette di vetro che tintinnano ancora… E una lettera d’amore con promesse che verranno mantenute, fino all’ultimo.
Irene Di Natale, Il mare, l’America, il volo. A volte i sogni sembrano realizzarsi e hanno ancora i nomi, la determinazione e i colori accesi dell’adolescenza. Un ragazzo innamorato, una passione resa ancora più struggente dalla lontananza e dall’interpretazione sempre diversa delle stesse lettere, ed eccolo lì, a distanza di anni. Tu con la patente in tasca e una macchina infuocata sotto il sole che lo aspetti al porto di Piombino. Un amore perfetto, affiancato dalla comune passione per il sociale, la pittura che sembra colorare materialmente quel sogno. E uno sguardo nel quale finisce tutto, con rammarico e rassegnazione, quando la verità è annunciata dall’impotenza di non poter cambiare ciò che è stato.

[Da parte mia mi sento di aggiungere che basterebbe il racconto di Gordiano Lupi a giustificare l’acquisto del volumetto, senza con questo che gli altri autori siano da meno. E’ possibile farlo anche sul sito www.ilfoglioletterario.it, ricco di altre proposte stimolanti. Dimostrazione di come un piccolo editore intelligente possa ancora conquistarsi uno spazio in questo paese, purché coltivi l’inventiva e il coraggio.] (V.E.)

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