di Antonio Nucci
Illustrazioni di Pierangelo Rosati

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Misteri

1.

Patrizia Ronchi appoggiò la cipolla sul tagliere e cominciò a sminuzzarla finemente. Alzò la fiamma del fornello mentre il notiziario di Radio Sole stava terminando.
“Va ora in onda Noche caliente. Conduce in studio El Niño” annunciò la voce femminile che usciva dagli altoparlanti dello stereo.
Un piatto di pasta al sugo, un po’ di televisione e poi a letto presto. La giornata lavorativa era stata di quelle che non ti lasciano un briciolo di energia. Lavorare ad agosto nel più grosso supermercato di una località turistica è estenuante. D’altronde non c’era scelta visto che aveva iniziato solo un mese prima a lavorare al Mezzaluna Market e non aveva maturato abbastanza ferie. Pazienza, sarebbe andata in vacanza a febbraio alle Canarie con il suo Pierpaolo.

Lacrimando rovesciò la cipolla tritata sulla padella insieme alla passata di pomodori e appoggiò il coltello sul marmo. L’acqua non bolliva ancora e lei ne approfittò per andare in bagno. Dalla radio proveniva un allegro motivetto di musica latinoamericana.
Uscita dal bagno notò la mancanza di sottofondo musicale ed entrando in sala da pranzo vide che l’impianto era spento. Pensò ad un contatto ma si accorse ben presto che la leva di selezione era in posizione di OFF, come se qualcuno l’avesse spostata. Forse era difettosa. Fece un paio di controprove senza esiti poi ritenne di essere troppo stanca per cercare di capire e riaccese semplicemente. Uno strano odore sembrava venire da fuori.
“Cari amici di Radio Sole, sono le 21 e 40. Un po’ di pubblicità e poi ci risentiamo in studio. A tra poco.”
Tornò ai fornelli e subito notò qualcosa di strano: sul marmo vicino al coltello da lei usato poco prima ve ne era un secondo che era sicura di non avere preso dalla credenza. Era parallelo all’altro, sistemato con una precisione quasi millimetrica. Si guardò intorno stupita per qualche istante. Un leggero senso di disagio si stava impadronendo di lei ma riuscì a cacciare gli strani pensieri che le frullavano in testa e cercò di sorridere dandosi della stupida; quante volte succede di fare le cose senza pensarci?
Sentì bisogno di fumare e andò nell’ingresso a prendere le sigarette dalla giacca. Silenzio. La radio si era di nuovo zittita. Tornò in sala e questa volta non ebbe bisogno di avvicinarsi all’impianto per capire che la leva era di nuovo spostata. Guardò istintivamente sul marmo ed ebbe un sussulto. I coltelli ora erano tre e tutti perfettamente allineati. Lo capì immediatamente e con certezza: qualcuno era in casa! E stava giocando con lei ed i suoi nervi.
“Pier, sei tu? Non farmi prendere paura.” Il suono della sua voce tremolante in mezzo a quel silenzio rese l’atmosfera ancora più sinistra.
“Pier, per favore, sai che non sopporto queste cose, smettila!” Era l’unica persona che poteva avere le chiavi e Patrizia cercava di convincersi che fosse lui.
Lo schianto del coltellaccio grande contro il legno della credenza la atterrì e cacciò un urlo.
“PIER, FINISCILA CON QUESTI SCHERZI DEL CAZZO!!!”
Silenzio di tomba. E dal buio salotto adiacente la cucina da dove era partito il fendente nessun segnale. Attese un attimo nella speranza di vedere Pier uscire dall’ombra, ridendo; l’avrebbe insultato e magari preso a sberle ma sarebbe stata felice di vederlo. Ormai non ci credeva più. Prese uno dei coltelli senza sapere bene cosa farne: in realtà quegli oggetti le avevano fatto sempre una gran paura. L’unica speranza era imboccare l’ingresso vicino a lei, uscire in giardino e gridare chiedendo aiuto. Si precipitò scagliandosi verso la porta ma una lunga lama le penetrò nella schiena.

2.

A volte si vorrebbe poter volare per vedere dall’alto il mondo e tutte le cose che vi accadono contemporaneamente. O forse anche solo per vedere ciò che succede in un semplice paese. Avendo potuto vedere tutto ciò che accadeva dall’alto quella mattina a S.Clara si sarebbe visto come prima cosa il furgoncino di Stefano Minoli che depositava i quotidiani a fianco delle edicole, tra le 7.00 e le 7.15. Poi l’arrivo in auto da due diverse direzioni di due infermieri che dovevano iniziare il turno del mattino al Pronto Soccorso, l’apertura quasi contemporanea delle tre edicole cittadine e, fra le 8.10 e le 8.30, una trentina di auto che si avviavano verso Groppiano, probabilmente per motivi di lavoro. Tutto come tante altre mattine. Quella mattina però, dopo le 8.30, qualcosa di diverso dal solito si sarebbe potuto vedere dall’alto. Una decina di persone sostavano in un cortiletto mentre un’auto blu e bianca della Polizia attraversava il paese procedendo proprio in quella direzione. Qualche minuto dopo gli agenti sfondavano una porta, uno di loro impediva alle persone di entrare. Circa dieci minuti dopo, altre due auto a sirene spiegate raggiungevano la casa in questione. Per tutta la mattinata ci fu un continuo andare e venire di persone ed automobili. Verso le 10 infine un’ambulanza era ripartita a sirene spente. L’inusuale andamento di quel martedì mattina fu il primo caso di una lunga serie. Nei giorni a seguire nulla sarebbe stato come prima, quel susseguirsi di eventi scanditi dal tempo con una ripetitività quasi meccanica a cui i santaclaresi erano abituati avrebbe fatto posto ad una totale incertezza anche nei movimenti più naturali della gente del luogo.
La signora Cinti avrebbe avuto da sbirciare e chiacchierare per tutto il resto del tempo che le restava da vivere e nessuno avrebbe più osato dire che a S.Clara non succedeva mai niente.

3.

Il mercato di S.Clara era il più fornito della zona, aperto al mercoledì in inverno e tutti i giorni tranne il lunedì nel periodo estivo. Oltre a fornire parecchie occasioni di acquisto era un modo come un altro di passare il tempo per chi, come Walter quella mattina, ne avesse avuto da perdere. Si era svegliato presto e di ottimo umore: quello che era successo con Kris gli aveva fatto bene al morale sebbene sapesse di non doversi aspettare nulla di particolare da quella relazione. Era quasi convinto di comprare il paio di occhiali da sole che stava provando quando intravide la sagoma di Sonia intenta a selezionare abiti alla bancarella accanto.
Aspettò che lei alzasse lo sguardo accorgendosi di lui e le fece un cenno col capo. Era sola e gli si fece lentamente incontro.
“Ciao, fai acquisti?” chiese lui.
“Sì. Cercavo un abito da sera per infoltire il mio guardaroba ma non ho trovato granché. Tutto bene?”
“Mah, sì. Cercavo di far arrivare l’ora di pranzo.”
“Ho visto che ti sei inserito bene nel gruppo, coi ragazzi cioè. Sei in giro tutte le sere, dicono.”
Notò una punta di sarcasmo in quell’affermazione e gli parve anche di capire perché ma fece finta di nulla.
“Beh, sai, a parte gli impegni per la casa, sono in vacanza. Ti va di bere qualcosa?”
“No, grazie davvero, finisco il giro e poi vado ché sono in ritardo. Ci vediamo in giro, in queste sere, allora.”
“Certo, a presto.”
“Ciao.”
Schizzò via come una meteora e Walter si compiacque della propria freddezza ma nel rincasare si accorse di essersi dimenticato di comprare gli occhiali.
Passando davanti al negozio di alimentari aveva già intuito qualcosa dalla conversazione di un paio di signore ma solo con la telefonata di Kris nel pomeriggio seppe dell’accaduto, anche perché le zie erano fuori città quel giorno.
“Ma tu la conoscevi?”
“Di vista, eravamo nella stessa sezione a scuola ma lei era due anni più avanti.”
“E non hanno idea di chi sia stato?”
“Sembra che l’assassino avesse le chiavi e l’unico ad averle era il fidanzato. C’erano anche dei giornalisti in piazza, vedrai che domani su La valle ci sarà scritto tutto.”
“Un bello shock per una cittadina come S.Clara.”
“Puoi dirlo, qui non è mai successo niente. Mi ricordo parecchio tempo fa un accoltellamento fra due tizi per una storia di corna; uno finì all’ospedale e l’altro si fece un bel po’ di galera.”
“Già, non ricordo niente di simile neanche quando venivo da piccolo.”
“Va be’. Come è andata ieri sera?”
“Ah, ieri. Lucio ha sempre avuto una fortuna sfacciata, comunque non ho perso neanche tanto. Poteva andar peggio.”
“E stasera?”
“Stasera…al bar. Vengono anche Lucio e Miriam.”
“Io arriverò un po’ tardi mi sa. Mi aspetti?”
“Certo, se sei sicura di venire.”
“Sicurissima. A stasera allora, cucciolone.”
“Ciao, a stasera.” L’espressione cucciolone lo fece sorridere ma gli fece piacere ugualmente.
In realtà le raccomandazioni di Kris furono inutili perché Walter e gli altri non si mossero dal bar per tutta la sera. L’argomento principale fu ovviamente l’omicidio della sera prima: un tale Giorgio, amico dei ragazzi, era presente quando la polizia aveva portato via il cadavere, ben avvolto in teli di plastica perché pare fosse in condizioni impresentabili. L’assassino doveva aver infierito in maniera davvero brutale: avvicinatosi per un momento all’entrata, prima che i poliziotti gli intimassero di allontanarsi, Giorgio aveva intravisto un muro coperto di schizzi di sangue. Nessuno aveva idea di chi potesse essere stato e perché. Chi conosceva Pierpaolo avrebbe messo la mano sul fuoco sulla sua innocenza.
“Oggi per poco non metto sotto un cane, mi si è buttato in mezzo alla strada e l’ho evitato per un pelo” raccontò Marione per cambiare argomento. “Correva come se avesse dietro una mandria di bisonti. Poi, l’auto si è spenta e non ripartiva più. Ad aggiungere sfiga ero in curva e per poco un camioncino non mi tampona. Tutto in un paio di minuti.”
“Poi come hai fatto?”
“Ho messo il triangolo prima della curva e dopo una decina di tentativi sono ripartito. Per un po’ mi sono sentito come Paperino in una delle sue storie.”
Alla chiusura del bar Kris chiese a Walter se gradisse un ultimo drink a casa sua, così, tanto per fare due chiacchiere. In realtà sapevano benissimo entrambi come sarebbe andata: ritrovatisi di nuovo su quel divano si ricreò ben presto la situazione di due sere prima.
“Non dicevi che non dovevamo coinvolgerci troppo?” chiese Walter ironicamente una volta fra le braccia di lei.
“Se vuoi tirarti indietro sei ancora in tempo” disse lei provocatoriamente.
“Io invece credo che ormai sia troppo tardi, almeno per questa volta.”
Lei sorrise scostandogli i capelli dalla fronte e lo baciò cercando la sua lingua.

4.

Era venerdì e il geometra Valenti si congedò insieme all’impresa Monti per la programmata settimana di pausa.
“Allora ci rivediamo il 16 mattina, va bene? Per qualsiasi imprevisto, perdite o cose del genere mi chiami pure al cellulare senza esitazioni.”
“Speriamo che non ce ne sia bisogno. Arrivederci e buon riposo anche a lei.”
Erano le cinque o poco più e Walter si fermò all’edicola per comprare il giornale ma questo era esaurito dalla mattina; era curioso di avere informazioni sulla faccenda dell’omicidio ed entrò in un piccolo bar-latteria a prendersi qualcosa di fresco e a leggere le notizie sul quotidiano messo a disposizione dei clienti.
Le prime quattro pagine de La valle erano interamente dedicate all’argomento con i particolari, raccapriccianti, e le dichiarazioni di parenti e amici della vittima. Sembrava esclusa la possibilità di un coinvolgimento del fidanzato che all’ora del delitto si trovava con alcuni amici intorno ad un tavolo da biliardo a circa venti chilometri da S.Clara. Tutti i conoscenti descrivevano la coppia come un esempio di stabilità e qualcuno lanciava l’ipotesi di uno psicopatico magari fuggito da qualche manicomio criminale. In quanto ai particolari dell’omicidio si sottolineava che il corpo della vittima presentava un numero imprecisato di ferite da coltello di cui solo due mortali, segno di una esecuzione volutamente sadica e spietata; i colpi erano stati inferti trafiggendo, oltre all’addome, quasi ogni zona del corpo, mani, bocca, persino uno dei bulbi oculari. L’orrore che si era presentato agli agenti di polizia era stato tale che, a detta del cronista, persino il funzionario di medicina legale pare fosse stato colto al termine del sopralluogo da conati di vomito. Nessuno all’ora del delitto aveva avvertito alcun rumore provenire da casa Ronchi. Ad informare le forze dell’ordine era stata la famiglia Giagnoni. I vicini di casa si erano insospettiti dalla larga macchia di sangue fuoriuscito da sotto la porta di casa di Patrizia. Anche la sera a cena dalle zie si parlò della vicenda: una conoscente di zia Amelia era in buoni rapporti con la Ronchi ed i suoi genitori e li reputava una ottima famiglia.
“Per me è stato qualche pazzo furioso che non è di queste parti” asserì.
“Beh, a volte la pazzia si nasconde dietro un’apparenza di perfetta normalità” asserì Walter.
“Comunque” concluse zia Tilde ”una cosa orribile, non l’ha solo ammazzata ma si è accanito come un mostro.”
“Ho letto che però non c’è traccia di violenza sessuale. Chissà.”
Nel pomeriggio, mentre discendeva gli scalini che dalla Piazza Centrale immettevano nella stretta via pedonale disseminata di negozi di abbigliamento, ebbe la strana sensazione di essere osservato. Voltatosi non notò niente di particolare. C’era abbastanza gente intorno a lui ma gli occhi andarono istintivamente su un tizio che percorreva la strada in senso opposto al suo. Era piuttosto giovane, di corporatura media e con una camicia beige. Ebbe l’impressione che il tizio si fosse appena voltato. Poco dopo un’altra persona nella piazza ebbe la stessa impressione.

5.

Nell’andare all’Arlecchino, come il venerdì precedente, passò da casa di Lucio. Di nuovo notò il fumo proveniente da dietro la montagna.
Quasi quasi domani sera faccio un salto e vado a vedere di che si tratta. Anzi, prima nel pomeriggio vado alla conca a fare un giro. Tanto, per quel che ho da fare…
Era il weekend che precedeva il ponte ferragostano e la confusione al bar era tale da non riuscire a sedersi. C’erano anche Sonia e Claudio. Quest’ultimo fu come sempre molto cordiale nei confronti di Walter, anzi, sembrava avere una particolare simpatia nei suoi confronti. Anche Sonia sembrava un tantino più rilassata del solito quasi come confortata dalla presenza del fidanzato. All’arrivo di Kris e Morena però fece quasi una smorfia di disprezzo, cosa che convinse completamente Walter che la sua ex fosse al corrente di ogni suo più recente movimento. Kris nel salutare Walter si lasciò andare con un bacio quasi sulle labbra, nonostante si fossero ripromessi di non lasciarsi andare ad effusioni in pubblico per non alimentare i già crescenti pettegolezzi su di loro. Nella mente di Walter incominciava a farsi largo l’impressione che le raccomandazioni di lei riguardo il non coinvolgersi troppo servissero in realtà a mascherare una propensione di lei stessa al facile innamoramento. “Forse” pensò “sarebbe il caso di congelare un po’ le cose per evitare malintesi.” D’altra parte l’effetto di vedere Sonia quasi irritata dalla situazione provocava in lui un gusto quasi morboso ed il gioco era troppo divertente da portare avanti.
D’un tratto si trovò in un parapiglia senza nemmeno capire come. Aldo era infuriato e sembrava avercela con un tizio.
“DOVETE FINIRLA DI VENIRE QUA A ROMPERE I COGLIONI!!! CAPITO?” urlò tendendogli contro il dito. Questi sorrideva con fare da sbruffone.
“Io vado DOVE CAZZO MI PARE, bambino.”
In mezzo a loro si era formato un cuscinetto di persone che, un po’ litigando anch’esse, un po’ cercando di parlarsi, tentavano di evitare lo scontro fisico fra i due. Per poco le cose non degenerarono quando uno del gruppetto di sconosciuti alzò la voce anch’egli per intimare ad Aldo di risolvere le cose al di fuori del locale. Fortunatamente fu subito zittito da un altro suo amico.
L’intervento risolutore fu però di Contini, il barista.
“Adesso basta o chiamo la Polizia e vi beccate una denuncia tutti, va bene?”
Le reciproche spiegazioni andarono avanti per circa un quarto d’ora di fronte all’entrata del bar, con improvvisi accenni di tensione e faticosi ritorni alla calma.
“Ma chi sono quelli là?” chiese Walter a Lucio.
“Gente di Groppiano, un branco di idioti!”
Rientrando nel bar, più tranquillo almeno all’apparenza, Aldo spiegò agli altri il perché della sua arrabbiatura.
“Arrivano ubriachi, ti urlano nelle orecchie, ti passano davanti a fare la fila, fanno i commenti a voce alta sulle nostre donne. E dobbiamo anche sopportarli? Ma vaffanculo, se lo ribecco quello stronzetto…”
“Dai, calmati adesso!” gli dissero un paio di loro con tono deciso.
Più tardi, radunata tutta la compagnia, ci si ritrovò al Mickey Mouse più che mai affollato di villeggianti di origine locale e non.
“Walter ci sei domani al compleanno di Enzo vero?” gli chiese Lucio ad un certo punto della serata in cui erano tutti sparsi in giro.
“Ah, certo. A proposito, ho sentito che fate colletta per il regalo.”
“Sì, gli prendiamo uno stereo per l’auto. Se vuoi contribuire…”
La serata fu allegra ma un po’ dispersiva: verso la fine Walter si rese conto di non aver parlato quasi con nessuno, il che era dovuto anche al volume altissimo e alla gran confusione. Solo Kris, di tanto in tanto, gli lanciava dalla pista sorrisi e saluti maliziosi. Sonia era rimasta per gran parte della serata appollaiata su di uno sgabello vicino al bancone apparentemente distratta e gelida. A Walter non venne voglia di assodare il suo umore.
A fine serata, coerentemente con quanto aveva deciso, non andò a passare la notte a casa di Kris nonostante il desiderio di lei. Gli sembrò la decisione più saggia anche se difficile. Preferì riposarsi con una bella dormita e tenersi in forma per l’indomani ma prima di chiudere gli occhi non poté fare a meno di pensare all’espressione enigmatica di Sonia ad ogni loro incontro. Valeva la pena cercare di parlare con lei? E a quale scopo parlare di ciò che poteva essere e non era stato? Dopo tutto questo tempo poi. Ciò nonostante la mente lo riportò ai vecchi ricordi di loro due al punto che quella notte la sognò in una serie di situazioni, come spesso accade nei sogni, confuse ed insensate.

6.

Si svegliò verso l’una del pomeriggio e prima di un’ora non gli venne lo stimolo di mettere i piedi giù dal letto. Verso le tre e mezza invece gli parve di essersi ripreso e decise di fare un salto alla conca come pensato la sera prima. Faceva parecchio caldo ma la voglia di fare una camminata nel bosco come ai vecchi tempi era troppo forte. Prese il suo vecchio e malridotto zainetto e vi infilò la felpa, un paio di merendine preconfezionate e una bottiglia di acqua gelata. Attraversò la zona alta del paese e si inoltrò per il sentiero che ben conosceva. Scelse poi un alberello per staccare un rametto col quale percuotere leggermente l’erba davanti a sé: era un vecchio metodo insegnatogli dagli anziani della zona per mettere in fuga eventuali vipere che, in quanto cieche, sentendo il rumore sull’erba si sarebbero allontanate. Camminò per un’altra ventina di minuti non parendogli vero di metterci così tanto tempo rispetto a quanto ricordava. Ed ecco sotto di lui la radura dove giocava da bambino. Era uguale a come la ricordava, ma c’era un odore, un odore che ricordava di aver già sentito di recente: né buono né cattivo, soltanto strano. Diventava sempre più intenso mano a mano che camminava verso la parte opposta a quella da dove era venuto. Tirò fuori l’acqua dallo zaino e bevve fino a togliersi la sete. Non ricordava di aver mai proseguito dopo quell’avvallamento anche perché il sentiero che prima era comodo e pianeggiante ora si faceva ripido e stretto. Stava riflettendo sull’opportunità o meno di proseguire, seduto su una roccia arrotondata, quando suonò il cellulare.
“Sono Enzo, Walter. Dove sei? A casa?”
“Veramente no, sono in giro a fare l’escursionista.”
“Avrei bisogno di te se hai tempo. E’ per la festa di stasera. Devo fare scorta al supermercato e ho bisogno di qualcuno che mi dia una mano a trasportare la roba e anche per fare i cocktail. Non riesco a trovare nessuno.”
“Ok. Dammi solo il tempo di rincasare, una mezz’ora o poco più e ti raggiungo.”
“Fai con calma, mi basta che arrivi. Grazie vecchio.”
Fu così che non prese in considerazione l’ipotesi di approfondire le sue conoscenze del luogo. E di non scoprire l’origine delle colonne di fumo che si vedevano la sera dopo cena. In seguito ebbe modo di rallegrarsi di non aver scoperto il motivo così presto.
Sulla via del ritorno un vento, a tratti anche piuttosto sostenuto, soffiava alle sue spalle come per spingerlo ad allontanarsi in fretta. Era stranamente freddo.
Verso sera Kris gli telefonò per dirgli che si sarebbero visti direttamente a casa di Enzo. Dal tono di voce non sembrava irritata dal deciso ma cortese rifiuto di lui la sera prima. Era forse solo un po’ rattristata ma sembrava capire la situazione. Walter ne ebbe la conferma alla festa.
“L’hai sentito il tirami su?”
“Sì, buonissimo.”
“Sonia mi saluta a fatica ultimamente, sai?”
“Uno dei suoi atteggiamenti infantili. Non è la prima volta, non ci badare.”
“Ma tu…la desideri ancora?”
“Anche se fosse non avrebbe importanza. Comunque no, non credo almeno.”
Gli sembrò stranamente rincuorata. La guardò pensando. Non era quella ragazza di facili costumi, come si diceva un tempo, che tutti in paese gli avevano descritto; era solo un po’…facilona, per così dire. Walter la vedeva come una vittima di se stessa e della sua esuberanza. A fine serata, in mezzo ai saluti, Kris non gli chiese se intendeva rimanere a dormire da lei ma fu il suo semplice sguardo a farlo. Walter combatté con se stesso per parecchi secondi mentre lei si allontanava con le sue amiche ma preferì lasciarla andare, seppure a malincuore. Probabilmente era meglio così per entrambi, altrimenti sarebbe diventato tutto più difficile. Quanta parte avesse avuto la presenza di Sonia in tutto ciò era cosa assai difficile a misurarsi.

7.

Cecilia Vestri si alzò dal divano sul quale, fino a pochi minuti prima, si era appisolata guardando alla TV un programma di giochi a premi e decise che era ora di andare a letto. Si avviò su per la scala che portava al piano di sopra contemplando come ogni sera le immagini religiose che addobbavano un po’ tutta la casa in cui viveva compiendo una serie di movimenti resi meccanici dalla monotonia del suo vivere. Del resto tutta la sua vita era sempre stata piuttosto monotona, dagli anni trascorsi in un collegio di suore a quelli passati con la famiglia rigidamente religiosa che si adoperava in modo quasi morboso a proteggerla dalle insidie e dai peccati del mondo. I suoi ricordi di gioventù si associavano al pensiero di lunghe giornate solitarie con il fiato sul collo di genitori bigotti e repressivi che selezionavano accuratamente per lei tutte le persone frequentabili. Niente di strano quindi che negli anni si fosse sviluppato in lei un profondo timore dei rapporti umani, fossero essi di natura sessuale o più semplicemente sentimentale.
Solo in un caso si era parlato di matrimonio con una persona, ovviamente scelta dalla famiglia, ma pure quella volta non se ne era fatto nulla per il mancato consenso del padre di lei. Anche dopo la morte di quest’ultimo, dovuta a una grave malattia e al ricovero della madre per demenza senile, la sua vita non era cambiata granché e la sua fobia del sesso aveva fatto in modo che si ritrovasse a 55 anni completamente vergine e votata a Dio come una monaca di clausura.
Notò che cominciava ad esserci un’aria piuttosto viziata in casa, l’indomani sarebbe stato bene arieggiare un po’ le stanze. L’odore stava diventando piuttosto stantio. Attraversò il lungo atrio della vecchia casa di famiglia in cui viveva sola ormai da più di sei anni, quando notò il crocifisso. Era per terra spezzato in due. Probabilmente era usurato e per questo si era sganciato dal chiodo che lo sosteneva finendo col rompersi nella caduta. Eppure il legno sembrava ancora robusto. Rimase a guardare l’oggetto con lo sconforto di un superstizioso che guarda uno specchio rotto sperando che ciò non attiri veramente disgrazia. Ne avrebbe comprato uno nuovo al più presto ed anche più bello, magari alla processione della Madonna dei Laghi. Il busto della Beata Vergine all’inizio dell’ingresso alle sue spalle crollò d’improvviso frantumandosi in più parti. Nel voltarsi il crocifisso le cadde di mano. Si fece il segno della croce istintivamente e con timore si avvicinò per vedere. Il cuore le batteva forte ma doveva stare calma per non rischiare di avere un malore. Per qualche secondo vi riuscì ma alla vista di un quadro con l’effigie di Gesù che dondolava come se qualcuno lo avesse urtato ne percepì la presenza. Il Demonio era lì, in una delle sue tante forme. Si inginocchiò e cominciò a pregare ma la preghiera non le servì.

8.

Dopo le giornate piene di avvenimenti della sua prima settimana di vacanza-lavoro, Walter si accorse quasi d’improvviso di annoiarsi un po’. Congelata la storia con Kris e con i lavori fermi per ferie, l’unico momento di vero svago erano le serate al bar, senza peraltro che a nessuno dei ragazzi passasse per la testa l’idea di muoversi da lì. Era comunque un’occasione per costringere se stesso a riposare senza pensare al suo negozio nel centro di Novara ottimamente gestito in sua assenza da Fabio, il capocommesso, al quale aveva telefonato per dirgli di chiudere e prendersi anche lui un po’ di vacanza durante il ponte. In caso di necessità non sarebbe stato un problema per Walter fare un salto in città e ritornare in giornata a S.Clara che distava da Novara poco più di un centinaio di chilometri.
I suoi genitori, nativi della zona, si erano sposati 34 anni prima nella parrocchia di Don Clemente. Si erano poi trasferiti a Bologna per motivi di lavoro. Tre anni dopo era nato lui. A vent’anni il suo primo lavoro come postino, poi all’età di 28 anni si era trasferito a Milano per evitare di rimanere senza lavoro in quanto la filiale di Bologna dell’agenzia di trasporti dove lavorava era stata chiusa.
Un paio di amici di Novara, ex colleghi nella ditta milanese, gli avevano poi consigliato di unirsi, come da loro già sperimentato con buoni risultati, alla rete di franchising di una catena di negozi di informatica che operava in tutto il Nord Italia. Qui, in una città più a misura d’uomo, si era trovato benissimo e vi risiedeva ormai da quattro anni. In seguito a ciò aveva considerato l’ipotesi di rilevare la vecchia casa di S.Clara ereditata dal nonno e farne una seconda abitazione. Era anche un’occasione per ritrovare le proprie radici.
Il mercoledì pomeriggio fu ben lieto di far parte della scampagnata alle foci del Calendro. Erano in una decina tra ragazzi e ragazze. Queste erano particolarmente tese e preoccupate dagli ultimi avvenimenti nella zona.
Dopo l’omicidio della Vestri, percossa a morte con i suoi stessi crocifissi e violentata con uno di essi, alcune di loro confessarono di aver provato paura recentemente a muoversi di notte in solitudine per il paese; in particolare Morena aveva avuto l’impressione, una sera di ritorno dal bar, di essere stata seguita pur senza aver notato o sentito nessuno alle sue spalle.
“E’ stato molto strano. Non vedevo e non sentivo nessuno ma ero sicura di non essere sola.”
“Era il mostro dei boschi!!!” disse Sandro allargandosi la bocca con le dita e rovesciando le pupille dopo essersi messo in testa due fronde di un alberello.
Morena lo colpì con una sberla su una spalla. Walter e gli altri sogghignarono.
Giornali e notiziari TV regionali avevano già creato la psicosi da serial-killer, il che non giovava certo a migliorare la situazione. Due giorni dopo, a questi fatti se ne aggiunse un altro non meno spiacevole; in questo caso però il tutto pareva ricondursi a uno sfortunato incidente: Flavio Cerioni, un impiegato postale di 42 anni, era deceduto a causa dello sfondamento del cranio contro una parete dello stabile dove viveva, un condominio di quattro piani, di fronte all’ascensore che probabilmente aveva appena usato, evidentemente per uno scivolone o una banale perdita di equilibrio. Poteva forse aver giocato un ruolo fondamentale la sua ben nota claustrofobia in un ascensore che già in passato aveva avuto qualche problema.
Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno Walter era stato nuovamente testimone di un litigio fra i coniugi Righi. Questa volta sembrava proprio essere l’ultimo.
“PRENDI I TUOI STRACCI E VATTENE! CAPITO? E NON FARTI PIU’ VEDERE!”
“CERTO CHE ME NE VADO. COSA CREDI, CHE RIMANGO QUI A FARMI TRATTARE COSI’ DA TE?”
Il tono dei due si abbassò per poi rialzarsi poco dopo quando la porta si aprì.
“MANDERO’ QUALCUNO A PRENDERE LE MIE COSE. NON VOGLIO RESTARE NEANCHE UN MINUTO IN QUESTA CASA” disse lei nell’uscire.
“BRAVA, MANDA IL TUO AMICHETTO COSI’ VEDIAMO SE HA LE PALLE DAVVERO.”
La porta sbatté forte e lei si ritrovò sola sull’uscio. La signora Cinti non fece in tempo a ritrarsi dalla solita finestra.
“E TU CHE GUARDI, VECCHIA STREGA? NON HAI ALTRO DA FARE?”
La Cinti scomparì in un nanosecondo.
Alba Righi guardò anche in direzione di Walter. Questi non si fece sorprendere a guardare e la donna non disse nulla. Lei si girò e si allontanò. Lui non poteva certo immaginare di essere una delle ultime persone a vederla in vita.
Un minuto dopo la Cinti era al telefono con la sua amica e confidente Marta Guglielmini.
“Ma se ne è proprio andata?”
“Sbattendo l’uscio. Il marito parlava di un amante.”
“E se fosse proprio….”
“Il nipote della Tilde? No, non li ho mai visti neanche parlarsi. Certo che…”
Nonostante si trovasse a pochi metri di distanza, Walter non poteva certo sentire la conversazione fra le due donne. Si sarebbe senz’altro adirato per gli spropositi sulla sua persona.
“Vorresti dire che pensi che lui…”
“Non ho detto questo. Dico solo che da quando lui è arrivato sono morte due donne. Tutto qui. Non mi piace per niente, gira sempre nudo per casa e alla notte torna tardi o non torna proprio. Non mi fido.”
“Gira nudo?”
“Sì, e poi ascolta musica piena di urli…”

(3-CONTINUA)