OPERAZIONE PAURA

di Danilo Arona

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A Bassavilla, nel 1966, esisteva ancora il Cinema Splendor, cimelio dell’ibridazione post-industriale che consisteva in un gigantesco parallelepipedo di lamiera con tetto in metallo, utilizzabile dal pubblico da primavera avanzata sino ai primi spifferi autunnali. Nonostante la parvenza raffazzonata, il locale fungeva da cinema di prima visione e, soprattutto durante la settimana, ci passavano chicche inenarrabili. Io allo Splendor ho visto ad esempio Gli uccelli, Marnie, Guadalcanal ora zero, La lunga notte di Veronique e Operazione paura. Chicche, appunto: poi, dipende dai punti di vista.

Nell’estate del ’66 Giovanni Albanese aveva 64 anni, essendo nato in città nel 1902. Faceva il fioraio come suo padre. Il negozio stava sempre nella stessa strada che non si chiamava più via Umberto I°, ma via dei Martiri. Era un uomo triste e sempre chiuso in se stesso. Non si era mai sposato. La sua vita nell’aprile del 1925 aveva imboccato il percorso della rassegnazione e del rifiuto a qualsiasi pretesa di serenità: sua cugina, Melissa Prigione (la bellissima Melissa che incantava le clienti della cappelleria Valizzone), era misteriosamente scomparsa sul tragitto di casa all’ora del rientro dal lavoro, più o meno intorno alle venti. Giovanni amava con tenerezza la sua splendida cugina e, nonostante la parentela così diretta non giocasse a suo favore, possedeva la certezza di esserne ricambiato. Quella scomparsa, della quale mai s’intravide il fantasma di un’ipotesi, gli schiacciò il cuore che ne restò per sempre spezzato. E altrettanto male fecero allo spirito di Giovanni le maldicenze che circolarono a seguito dell’evento, prima su suo padre (perché la Melissa, tutte le sere prima di rincasare si fermava a fare qualche parola con lo zio) e poi su lei stessa, sulla quale il settimanale “Cronaca e Processi”, quello che poi divenne “Il Piccolo”, riuscì ad inventarsi che la sua sparizione aveva a che spartire con una presunta “morbosa passione per le letture romanzesche”, tanto malsana da indurla a buttarsi nel fiume.
Nulla di più insensato, Giovanni l’aveva conosciuta bene. Lei era dolce, equilibrata, una parola buona per chiunque. E leggeva, sicuro, leggeva molto in un momento storico in cui leggere tanti libri poteva essere considerato un sintomo di squilibrio mentale. Leggeva, perciò era istruita. E una donna bella e istruita nel 1925 non era donna che si piegava come tante sue coeve. Qualcuno l’aveva uccisa. Poi l’aveva fatta sparire per bene, di questo Giovanni era sicuro. Quella sera quel qualcuno l’aveva pedinata subito dopo che se n’era uscita dal negozio del babbo e, in un angolo più scuro di altri, l’aveva aggredita. Il resto lo si può immaginare.
Dal 1925 al 1966 la vita per Giovanni Albanese segnò un elettroencefalogramma piatto: dalla disperazione alla rassegnazione, dalla tristezza più profonda alla malinconia più struggente. Si lasciò vivere e imparò, per quel che c’era da imparare, a vendere fiori alla gente. Manco a dirsi, per lui quel mestiere assumeva un minimo di significato soltanto ai primi di aprile e il 2 di novembre per riflesso. Quando il padre morì, ereditò il negozio e ne continuò l’attività.
L’unico suo svago in quasi quarant’anni si limitò al cinema. Vedeva di tutto in realtà, ma soprattutto amava quei film che gli parlavano indirettamente di Melissa. Transitando dal cinema muto al sonoro, dal bianco e nero ai primi technicolor colorati a mano, gli pareva spesso di cogliere un messaggio da quel mondo parallelo che si agitava sul bianco telone: i noir, gli horror e, in generale, tutti i film che rappresentavano il mistero della morte, se non altro corroboravano la sua mente spingendola a porsi sempre più domande. In ogni caso, domande sempre senza risposta. Il cinema sembrava soltanto un surrogato della vita.
Quel giorno d’estate, più o meno intorno alle 21, Giovanni si avvicinò alla cassa dello Splendor per acquistare il biglietto. Prima però indugiò qualche istante a osservare il cielo ancora chiaro. Infatti, verso Tortona, si vedevano nuvole nere e lampeggianti. Sì che il cinema in lamiera assicurava una copertura perfetta in caso di pioggia, ma Giovanni sapeva per esperienza che gli acquazzoni impedivano la minima comprensione di quanto esponevano i protagonisti lassù sullo schermo, tanto si faceva udire il rimbombo sulla tettoia metallica. Quando pioveva forte, sembrava di stare sotto il tiro di un centinaio di mitragliatrici. Se grandinava, si trattava di bombe.
Ruppe gli indugi e acquistò il biglietto. Il film, a cominciare dal titolo, lo incuriosiva. Aveva già visto qualche altro film di Bava, La frusta e il corpo, I tre volti della paura, Sei donne per l’assassino, e gli erano piaciuti. La morte da lui rappresentata aveva un tocco di classe. Qui però i soliti signori del vapore (e della truffa) giocavano sporco con le aspettative della gente. Per effetto di James Bond e dei suoi epigoni, erano quelli gli anni delle “operazioni” di spionaggio che riempivano le sale in tutto il mondo. Di sicuro, si voleva creare un’intenzionale confusione. Ma i pasticci linguistici nei titoli non costituivano una rarità, in un periodo di 077, 008 (Alberto Lupo!) e Zorro contro Maciste.
Si sedette. Da lì a poco iniziò il film, con il sottofondo in lontananza del brontolìo del tuono. Giovanni, senza rendersene conto, entrò nel film sin dalla primissima sequenza.

Una donna terrorizzata si butta da un balcone e viene trafitta dalle punte del cancello sottostante. I piedi di una bambina scendono le scale.
Il dottor Paul Esway arriva in un paese desolato e semidiroccato, malgrado il cocchiere gli consigli di andarsene. Nella locanda — dove tutti lo accolgono immobili, come se fossero statue — il commissario Kruger e il borgomastro Kerl stanno discutendo sulla morìa che affligge il luogo. Pare che la maledizione parta da villa Graps, ma il commissario, come Esway, è scettico. Esway e Kruger vanno al cimitero in tempo per fermare il seppellimento di Irina, la donna morta all’inizio. Esway esegue l’autopsia con l’aiuto di Monika Shuftan, una studentessa che non torna in paese da quando aveva un anno. E’ scesa la notte. La solita bambina gioca con un’altalena nel cimitero. Esway trova una moneta nel cuore del cadavere. La bambina appoggia la mano sulla finestra dell’obitorio.
Tornando alla locanda, Esway è aggredito da due paesani, convinti che si debbano lasciare in pace i morti. La sola comparsa di Martha, la maga del posto, li ferma. Alla locanda Nadine, la figlia degli osti, vede la bambina alla finestra, ed è colta da terrore. Arriva Martha a fare incantesimi. Esway spia Martha che frusta Nadine con un rametto.
A casa di Martha scopriamo che Kerl è il suo amante e che Kruger è morto: il suo cadavere è in attesa che la maga gli metta una moneta nel cuore, per farlo riposare in pace. Esway, che non sa ancora della morte del commissario, va a villa Graps dove incontra l’anziana baronessa, che lo scaccia subito. Esway incontra anche la bambina, che gioca con una palla e dice di chiamarsi Melissa. Esway segue la palla che rimbalza per una scala a chiocciola e vari corridoi.

(Melissa!!!)

Monika ha un incubo in cui compaiono la baronessa e Melissa. Tornando in paese, Esway la incontra sconvolta. Esway viene a sapere che Melissa Graps è morta anni prima dissanguata, chiedendo invano soccorso, e che adesso si vendica sugli abitanti del villaggio. Nella locanda Esway libera Nadine da un cilicio; poco dopo la ragazza, vittima dell’influsso di Melissa, si trafigge la gola. Soffia il vento, la palla di Melissa entra nell’obitorio del cimitero, e cade il lenzuolo che copre il cadavere di Irina.
Dopo avere scoperto il corpo del commissario in una fossa, Esway e Monika vanno da Kerl: questi rivela che Monika è in realtà figlia della baronessa Graps. Ma Melissa gli appare in un armadio e il borgomastro si sgozza con una roncola. Guidata dall’istinto, Monika conduce Esway nella cripta dove c’è la tomba di Melissa; da lì raggiungono villa Graps. Melissa appare tra le sue bambole. Esway sente Monika chiamare aiuto, e percorre otto stanze tutte uguali inseguendo un personaggio che altri non è che se stesso. Sviene contro un quadro che rappresenta la villa e si ritrova all’esterno. Marta lo soccorre: dopo la morte di Kerl, è decisa a sacrificarsi per rompere la maledizione.
Nella villa la baronessa spiega a Monika che è sua figlia: l’aveva affidata ai domestici per salvarla dalla maledizione di Melissa, che si serve di lei per tornare in vita. Monika cerca di fuggire, ma la scala a chiocciola non finisce mai. Tornata nella cripta, sta per uccidersi buttandosi in un abisso, ma viene salvata da Esway. Martha, intanto, è riuscita a strozzare la baronessa, anche se viene ferita mortalmente. Secondo Martha era la baronessa a evocare i morti per sfogare il suo odio sugli abitanti del villaggio. Il fantasma di Melissa svanisce. E’ l’alba: Esway e Monika escono dalla villa.

Dopo un’ora e ventidue minuti il temporale si scatenò sopra il cinema Splendor, annunciando i titoli di coda. Giovanni Albanese, fioraio (o “fiorista”, come si dice a Bassavilla), uscì dallo schermo e affrontò la pioggia con gioia, una sensazione che non provava più dal 1925. La Melissa Graps del film — in realtà il figlio del portinaio di Bava, con il capo avvolto da una parrucca bionda, ma lui che poteva saperne? – era assolutamente identica alla sua Melissa all’età di dieci-undici anni, quando loro già si amavano e non trovavano le parole per comunicarselo.
Dopo quarantun anni era giunto un messaggio dal mondo parallelo.

(Il plotlining di Operazione paura è opera di Alberto Pezzotta ed è tratto dal suo Castoro su Mario Bava, Milano, 1995)

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