di Herbert I. Schiller *

alienazioneusa.jpgLa brutale espansione della potenza degli Stati uniti a livello internazionale può essere largamente spiegata dal modo in cui viene costruito il consenso interno. Pubblicità onnipresente; martellamento ideologico, orchestrato da molteplici istituzioni che, finanziate dalle imprese, respingono l’idea stessa di politiche sociali o di bene comune; ignoranza del resto del mondo; protezionismo culturale senza pari: questo è il pesante tributo che gli americani devono pagare all’egemonia del business.

Da almeno mezzo secolo, la scena internazionale è dominata da un unico protagonista: gli Stati uniti d’America. Anche se l’egemonia statunitense si è ridotta rispetto a venticinque anni fa, la presenza Usa nell’economia e nella cultura mondiale resta preponderante: con un prodotto interno lordo di 7.690 miliardi di dollari nel 1998, sede della maggior parte delle industrie multinazionali che razziano il pianeta alla ricerca di mercati e profitti, la potenza Usa tiene in pugno il mondo, con la copertura delle istituzioni multilaterali Organizzazione delle Nazioni unite (Onu), Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (Nato), Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e rappresenta il colosso cultural-informatico dell’universo.
Questo dominio incontrastato viene riconosciuto da tutti e suscita reazioni vieppiù ostili, come evidenzia Samuel P. Huntington, che riferisce in proposito le parole di un diplomatico britannico: «Solo negli Stati uniti si può sostenere che il mondo intero aspira alla leadership americana. Negli altri paesi in genere si parla invece dell’arroganza e dell’unilateralismo americani [1]».
Ma il modo in cui gli altri ci vedono è forse meno indicativo della percezione che noi, americani, abbiamo di noi stessi. I cittadini di questo paese che detta legge al mondo sono consapevoli del fardello che impongono agli altri, e spesso anche a se stessi? Ne sono forse indignati? Cercano di opporre una qualche resistenza? Abbiamo i nostri dubbi, tanto più che il mantenimento di questo ruolo egemonico sul resto del pianeta esige non tanto l’indignazione quanto il sostegno, attivo o passivo, di circa 270 milioni di americani. Tale sostegno, che non è mai venuto meno, è il prodotto di un sistema che abbina uno straordinario indottrinamento attivo fin dalla culla con una pratica di selezione o occultamento dell’informazione, mirante a mantenere e rinforzare l’impresa di dominio planetario degli Stati uniti. L’opera di persuasione intensa, anche se a volte camuffata va di pari passo con l’esclusione di ogni potenziale dissidenza e con l’uso di un ventaglio di misure coercitive, che vanno dal semplice richiamo all’ordine alla detenzione: gli 1,8 milioni di carcerati degli Stati uniti costituiscono, in proporzione, il record del mondo.
Tali strumenti si sono rivelati particolarmente efficaci per produrre, se non dei ferventi sostenitori, per lo meno un atteggiamento di accettazione generalizzata dell’apparato di controllo americano sulle vicende del mondo. A mo’ di giustificazione, i politici ricordano costantemente ai loro concittadini e al resto del mondo quanto l’esistenza degli Stati uniti costituisca un’autentica benedizione per tutti. Il tema della grandezza dell’America è peraltro ricorrente nei discorsi presidenziali dalla fine della seconda guerra mondiale. Non solo da oggi, ma apparentemente fin dall’epoca dell’uomo di Neanderthal, il paese è unico nel suo genere. Il presidente Bill Clinton lo descrive come «la nazione indispensabile [2]».
Con tutto ciò, come potrebbero gli americani non riconoscere la grande fortuna che hanno nel vivere nel loro paese? Molti americani, curiosamente, ancora si rifiutano di accettare tale verità. E, proprio per evitare anche una minima incrinatura al consenso popolare nel prossimo secolo, viene considerata prioritaria la costante messa a punto di metodi più globali. Uno dei sistemi per mantenere l’ordine nei ranghi consiste nell’assicurarsi il controllo delle definizioni e nell’esercitare un’opera di polizia delle idee, il che vuol dire, per i politici, essere in grado di formulare e diffondere una visione della realtà locale o globale funzionale ai loro interessi. Per far ciò, viene mobilitato l’intero apparato dell’istruzione, insieme ai media, all’industria del tempo libero e agli strumenti della politica. È quindi l’infrastruttura mediatica che produce senso e coscienza (o incoscienza). Quando funziona a pieno ritmo, non c’è bisogno di ordini dall’alto: gli americani assorbono le immagini e i messaggi dell’ordine dominante, che diventano il loro punto di riferimento e il metro della loro percezione.
La maggior parte degli americani diventa schiava di questo ingranaggio e non riesce neanche ad immaginare una realtà sociale diversa. Prendiamo un esempio concreto: l’uso che viene fatto del termine “terrorismo”. Il terrorismo quello autentico, negli Stati uniti e altrove rappresenta, a giusto titolo, una delle maggiori preoccupazioni del governo federale, il che giustifica le somme enormi stanziate a favore delle forze dell’ordine e degli eserciti per combatterlo. Ma ogni volta che, in una zona qualsiasi del mondo, si producono atti di resistenza all’occorrenza violenti o cruenti a situazioni di oppressione, e in special modo quando gli oppressori sono amici o debitori di Washington, tali atti sono presentati all’opinione pubblica americana come forme di “terrorismo”.
È così che negli anni ’90, le lotte di iraniani, libici, palestinesi, kurdi [3] e di tanti altri sono state screditate. In anni precedenti, lo stesso è accaduto ai combattenti malesi, kenioti, angolani, argentini e anche agli ebrei che si opponevano al mandato britannico in Palestina. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, l’esercito americano e le sue truppe suppletive hanno bruciato col napalm o massacrato diversi “terroristi” in Corea, nella Repubblica domenicana, in Vietnam, in Nicaragua, in Iraq, ecc.
La polizia delle idee è anche l’arte della menzogna per omissione. Tra diversi altri casi, può essere preso ad esempio il numero che il settimanale Time dedicava, due anni fa, «agli americani più influenti del 1997». Nella lista figuravano, tra gli altri, un giocatore di golf, uno speaker radiofonico, un cantante pop, il gestore di un fondo collettivo di investimenti, un presentatore televisivo, un erudito di colore, oltre a Madeleine Albright e al senatore McCain. Gli unici due individui citati che avevano un qualche legame con gli autentici centri del potere erano un erede della dinastia Mellon, finanziatore di cause e organizzazioni ultra-conservatrici, e Robert Rubin, ex direttore responsabile della banca Goldman Sachs e, all’epoca, segretario al tesoro. Ma, in entrambi i casi, si trattava di persone che avevano ormai preso le distanze da quelle strutture di potere che avevano permesso loro di arricchirsi.
La lista di Time dava conto solo dei fornitori di servizi, non dei reali detentori del potere. In tal modo, dava al lettore la sensazione di essere informato, mentre in realtà lo lasciava nella più totale ignoranza rispetto alla realtà della distribuzione del potere nel suo paese. Ben più utile, per farsi un’idea di tale realtà, era la classifica, pubblicata un mese dopo nelle pagine finanziarie del New York Times, delle dieci maggiori multinazionali americane, catalogate in ordine decrescente a partire dalla loro capitalizzazione borsistica, con in testa General Motors, seguita da Coca Cola, Exxon e Microsoft. I lettori di Time avrebbero ricevuto tutt’altro tipo di informazione, se i proprietari di queste società fossero stati collocati in cima alla lista degli americani più influenti.
Una breve descrizione delle attività di tali società, dei loro impianti, delle loro strategie in materia di investimenti e di manodopera e del modo in cui tali strategie influiscono sulla vita della popolazione degli Stati uniti e del resto del mondo, l’avrebbe detta lunga sulla reale distribuzione del potere all’interno e all’esterno delle nostre frontiere.
Ma è proprio un’informazione contestualizzata di questo tipo che la polizia delle idee è ben decisa a prevenire. A tale obiettivo collaborano attivamente una miriade di analisti e di fabbricanti di informazioni, la cui missione consiste principalmente nel mescolare le carte, in modo da lasciare i detentori del potere lontani dai riflettori.
Si tratta di istituti di ricerca e di altri think tanks [4], che preparano gli studi più diversi su questioni giuridiche, sociali ed economiche in una prospettiva favorevole agli ambienti affaristici che d’altronde costituiscono i loro finanziatori. Sono poi le reti d’informazione nazionali e locali a dar credibilità a tali lavori: i think tankers di destra hanno libero accesso agli studi radiofonici e ai talk show televisivi, e li si può vedere regolarmente in compagnia di politici e funzionari locali e federali.
Il Manhattan Institute di New York è uno di questi fabbricanti di informazione su misura. Il suo obiettivo, come spiega il suo presidente, consiste nello «sviluppare delle idee e farle circolare presso il grande pubblico» con l’aiuto come tiene a precisare «della catena di distribuzione dei media». Non lesinando sugli inviti in massa di giornalisti, funzionari e dirigenti politici, ai suoi pranzi-dibattito con un conferenziere che tratta un tema scelto per la circostanza, questo istituto ha contribuito, secondo quanto riferisce il New York Times, «a spostare a destra il baricentro politico newyorkese» [5].
Diverse altre organizzazioni dello stesso tipo tra le più citate, la Brookings Institution, l’Heritage Foundation, l’American Enterprise Institute e il Cato Institute fungono da altoparlanti discreti per la “voce del business”, che pure non avrebbe grande difficoltà ad accedere ai media per via tradizionale. È in questo modo che si inquina alla fonte l’informazione fornita al pubblico.
Meno visibile delle strutture di produzione e diffusione di ideologia, la dinamica del mercato contribuisce in modo ancora più efficace ad assicurare la polizia delle idee, soprattutto nelle industrie di produzione culturale, che rappresentano uno dei più potenti agenti di propagazione dell’influenza delle grandi ditte negli Stati uniti e della loro espansione all’estero. Più che analizzare il peso che hanno all’estero, cercherò di esaminare la loro micidiale forza di attrazione sulla popolazione americana. La nazione che i suoi dirigenti definiscono “indispensabile” è anche quella condannata dalle “forze del mercato” ad ignorare tutto ciò che proviene dal resto del mondo. Mentre il 96% dei film che vedono i canadesi sono stranieri (nella stragande maggioranza di produzione hollywoodiana), così come i quattro quinti delle riviste che leggono il che non manca di provocare dure reazioni a Ottawa [6], gli americani “consumano” soltanto tra l’1 e il 2% di film e videocassette di provenienza estera. La ragione principale, ma non esclusiva, è che, grazie al suo gigantesco mercato interno, Hollywood schiaccia tutti gli eventuali avversari. I quali, non disponendo degli immensi mezzi finanziari necessari sia per la produzione che per la promozione, non riescono a conquistare un pubblico i cui gusti sono già plasmati dalle major americane. In tutta questa storia, il pubblico si rivela alla fine il grande perdente. Lo stesso discorso vale per la televisione e per l’editoria.
Negli Stati uniti vengono tradotti ogni anno non più di 200-250 libri stranieri, il che isola drammaticamente il pubblico americano dalle grandi correnti del pensiero mondiale (a titolo di paragone, in Francia, nel 1998, sono stati acquistati 1.636 diritti di traduzione). Per non parlare dell’informazione televisiva, che si interessa al resto del pianeta solo quando vi si verificano situazioni di crisi. L’accentramento dei media, ad eccezione (per il momento) di Internet, può spiegare la bassissima conoscenza del mondo e dei suoi problemi da parte degli americani. Larry Gelbart, cineasta che aveva già denunciato, nel suo Barbarians at the Gate (“I barbari alle porte”), i danni provocati dall’industria del tabacco, ha così giustificato il titolo del suo film sui media, Weapons of Mass Destruction (“Armi di distruzione di massa”): «I responsabili delle industrie del tabacco sono pericolosi solo per i fumatori. I responsabili dei media sono ben più pericolosi, perché tutti noi fumiamo informazione. Noi inghiottiamo il fumo della televisione. E ingoiamo tutto quello che ci mettono davanti agli occhi [7]». E quello che ci mettono davanti agli occhi è un’informazione ridotta a merce, selezionata in funzione del suo potenziale di intrattenimento, cioè della sua capacità di “fare audience” per gli spot pubblicitari. Anche se questa situazione è ben lungi dall’essere una peculiarità americana [8], gli Stati uniti sono probabilmente il paese sviluppato in cui si presenta in maniera più drammatica. A tal punto che il politologo norvegese Johann Galtung ha parlato di “lavaggio del cervello” degli americani attraverso la televisione (television idiotization).
Quest’ignoranza non può essere spiegabile solo con la grossolanità e la parzialità dell’informazione. Ha radici più profonde. Il finanziamento della quasi totalità dei media da parte di coloro che hanno i mezzi per comprare spazi e tempi di trasmissione provoca un continuo impoverimento culturale del pubblico. Tutto ciò, nonostante gli sforzi tenaci di poche persone di talento che, per decenni, hanno cercato di promuovere una cultura non commerciale. I 40 miliardi di dollari di pubblicità che si riversano sulla televisione contribuiscono a creare un clima mercantile che impregna tutto il paese.
Questo martellamento comincia fin dalla più tenera età e nessuno sembra veramente preoccupato delle sue conseguenze. La situazione è talmente inquietante che il settimanale Business Week, che certo non si distingue per la sua ostilità all’economia di mercato, così descrive le prevaricazioni che devono subire, fin da piccoli, gli americani: «Oggi, mercoledì 5 maggio, alle ore 1:55 è nata una consumatrice. Quando, fra tre giorni, verrà portata a casa, avrà già alle calcagna alcune delle più grandi ditte statunitensi di vendita per corrispondenza, che le proporranno saggi-campione, coupon e altri buoni d’acquisto gratuiti A differenza delle generazioni precedenti, lei entra, praticamente fin dalla nascita, nella cultura del consumo, circondata da logo, marchi e pubblicità A 20 mesi, sarà già in grado di riconoscere alcune delle migliaia di marche che brillano sullo schermo davanti a lei. A 7 anni, se ha il profilo tipico della sua età, vedrà circa 20.000 spot pubblicitari l’anno. A 12 anni, il suo nome sarà immesso nelle gigantesche banche-dati delle ditte che vendono per corrispondenza [9]».
I molteplici effetti di questa mercificazione senza limiti, ancorché difficilmente valutabili con precisione, sono comunque una chiave per capire cosa significa vivere nel cuore del sistema commerciale del pianeta. Il minimo che si possa dire è che ciò non aiuta a capire quanto accade al di fuori dei centri commerciali, e tanto meno a preoccuparsene. È su questo terreno fertile che si innestano le violente critiche dell’estrema destra conservatrice (che dispone di molteplici fondazioni, imperversa alla radio e, in misura crescente, in televisione) contro ogni forma di organizzazione sociale, sia nazionale che internazionale.
Uno dei bersagli privilegiati da questi gruppi di estremisti è il governo. Nonostante lavori lealmente al servizio degli interessi delle grandi imprese, il governo è costantemente oggetto di critiche violente da parte dei loro dirigenti. Non in nome di una posizione anarchica di principio, ma, appena velatatamente, in funzione di un ideale che vorrebbe il paese gestito solo da interessi privati. Espresse ogni giorno attraverso i canali più diversi, queste idee rendono impossibile ogni minima comprensione di questioni di rilevanza locale, nazionale e internazionale. In quest’ultimo campo, l’opinione pubblica viene costantemente istigata contro l’idea stessa di Nazioni unite, persino dai media, che di solito non si distinguono per il loro estremismo. Da decenni, si susseguono campagne di denigrazione contro l’Onu, l’Unesco o l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
L’operato di tali istituzioni non è certo esente da critiche, ma non è tanto il loro funzionamento ad essere attaccato, quanto il loro mandato, nella misura in cui si rifà a principi di solidarietà internazionale. Ma queste organizzazioni non sono le sole a dover subire tali attacchi, in cui le sciocchezze si sommano alla mistificazione. Gli americani cominciano a prendersela anche con i loro concittadini più poveri e più deboli, e a sposare le tesi di coloro che considerano inutile una rete di protezione sociale. Malgrado alcune sacche di resistenza, l’accettazione, da parte del resto del mondo, del modello americano consumista e privatizzato [10] rinforza il pensiero dominante negli Stati uniti. Solo dei cambiamenti radicali che coinvolgano l’economia nazionale e internazionale potrebbe far saltare gli ideali e i valori presenti nella coscienza della maggior parte degli americani.

[ *] Professore emerito di scienze delle comunicazioni all’Università di California a San Diego (Stati Uniti).

Note:

1. Samuel P. Huntington, “The Lonely Superpower”, Foreign Affairs, New York, marzo-aprile 1999.

2. Nel suo discorso al Congresso sullo stato dell’Unione, il 4 febbraio 1997.

3. In particolare, da parte del segretario di stato Madeleine Albright, in un intervento al National Press Club di Washington il 6 agosto 1997, citato dal New York Times dell’8 agosto 1997.

4. Si legga Serge Halimi, “Dove nascono le idee della destra americana”, Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1995.

5. “Intellectuals Who Became Influential”, The New York Times, 12 maggio 1997.

6. Si legga Anthony DePalma, “US Gets Cold Shoulder at a Culture Conference”, International Herald Tribune, 2 luglio 1998.

7. Citato dal New York Times, 8 maggio 1997.

8. Si legga Ignacio Ramonet, La Tyrannie de la communication, Galilée, Parigi, 1999.

9. Business Week, 30 giugno 1997.

10. Si legga Benjamin R. Barber, “Cultura McWorld contro democrazia”, Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 1998.

[da Le Monde Diplomatique/Il Manifesto, settembre 1999]

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