di Michèle Laframboise

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Il Canada francese ha una sua nutrita scuola di autori di narrativa fantastica. Patrick Senécal, per fare un esempio, sarebbe annoverato tra i maestri internazionali del genere horror, se fosse tradotto fuori dei confini del Québec; Esther Rochon scrive romanzi stranissimi, che potrebbero definirsi fantasy se obbedissero a un qualsiasi modello; Jean-Louis Trudel, francese trapiantato, coltiva con successo la fantascienza in senso stretto; ecc. La nostra preferita è però Michèle Laframboise, che, unica tra i suoi conterranei, tocca nei suoi racconti e nei suoi romanzi temi legati all’attualità e di grande portata. Meriterebbe senz’altro una traduzione il suo Ithuriel, in cui la chiave fantastica serve a narrare il dramma di un Canada diviso in due gruppi etnici e linguistici poco comunicanti; e in genere i suoi racconti e romanzi, pieni di riferimenti a tematiche ecologiche e sociali.

Curiosamente, ciò che in Europa sarebbe considerato una virtù, nel Québec è considerato un limite, tanto che Michèle è trattata in patria, nel mondo ristretto dei cultori del fantastico, come una sorta di eterna esordiente. Invece non c’è nessuno che le stia alla pari, quanto a virtuosismo stilistico e a forza di contenuti.
Chi voglia conoscere un po’ meglio Michèle Laframboise può fare riferimento al suo sito web, che peraltro, per eccesso di modestia, non riflette che minimamente le qualità dell’autrice. Dal canto nostro, pubblicando il suo racconto Il tappeto, iniziamo una campagna a favore di una scrittrice tra le migliori del suo campo, meritevole di essere conosciuta a livello internazionale.
(VE)

Il vento che scivola attraverso la porta sfondata ha spento le candele votive. Il suo alito rovente soffia nel vecchio tempio arroccato sul fianco della montagna e spazza via le ultime volute d’incenso che si innalzano dai bastoni che i pellegrini in fuga hanno conficcato per terra. Una lampada solitaria è ancora agganciata a una corda tesa fra due colonne, e inonda di luce giallastra il grande tappeto da cerimonia.
Il tappeto di lana grezza non ha età. Una generazione dopo l’altra, i fedeli hanno ravvivato i colori di questo giardino sbiadito strofinandolo con nuovi pigmenti. Partendo dai bordi del tappeto, fiori e viticci si arrampicano in complicati arabeschi attorno a un grande spazio libero, una losanga di cui si può ancora indovinare il colore blu scuro sotto le tracce di fango che l’attraversano.
Di fronte al tappeto macchiato, si erge una statua imponente: la testa raggiunge il soffitto del tempio. L’artigiano che l’aveva scolpita nella pietra vulcanica era tornato alla polvere ormai da molto tempo, così come le oscure tessitrici del tappeto.
Il dio è seduto a gambe incrociate, le mani quasi giunte in un gesto di benedizione. Il suo viso riflette la serena maestà di un essere che ha superato ogni barriera tra cielo e terra. Sulle labbra affiora il sorriso ad un tempo benevolo e indolente che il suo creatore ha inteso donargli.
Gli occhi del dio erano stati di zaffiro prezioso che rendeva il suo sguardo quasi umano. Ora non restano che due orbite vuote coi bordi sgretolati dalla furia smodata dei predatori.
Non può vedere la donna che è appena entrata, recando un’offerta, un pacchetto avviluppato nella stoffa. Il suo abito di cotone scolorito è una macchia rossa al centro del tappeto. Come unico gioiello, ella indossa un orologio fatto in serie da mani povere e logorate come le sue. Tra le sue braccia, il pacchetto si muove.
Allo stremo delle forze, poiché ha percorso scalza il sentiero scosceso che porta a questo rifugio, la donna si lascia cadere sul tappeto insieme al proprio fardello.
L’ultima volta che era salita al tempio c’era stata festa, la sua piccola mano racchiusa in quella del nonno. I geroglifici multicolori del tappeto scomparivano sotto una coltre di petali bianchi; si innalzavano canti da centinaia di bocche riunite davanti alle offerte di frutti appena raccolti; una nube azzurrognola d’incenso scendeva sulle teste come un velo sotto lo sguardo del dio.
Il tempio era caduto in disuso. Le feste del raccolto avevano lasciato il posto ad albe silenziose e canti di grilli, ma un adepto veniva regolarmente a sostituire gli incensi, a lavare la statua e spazzare il pavimento di pietra calcarea. Con discrezione, i pellegrini salivano a pregare.
La donna si guarda intorno, cercando l’adepto con gli occhi. Una grande macchia di sangue rappreso sul pavimento davanti alle gambe incrociate della statua le fa capire che egli ha difeso il suo dio fino all’ultimo respiro.
La donna non piange, ha già visto troppi morti. Fuori, le grida e il crepitio dei fucili che salivano dalla città sono ormai cessati.
Se il dio avesse avuto orecchie umane, avrebbe accolto come fosse un canto la voce che incrina il silenzio opprimente.
— Posso uscire, mamma?
Una testina appare da sotto gli stracci. Due grandi occhi scuri osservano il luogo da sotto una frangia di capelli neri. Poi, come tutti i bambini di tre anni, la piccola si alza per scoprire ciò che accade intorno a lei.
— Non allontanarti, Halimi, sussurra la madre.
La piccina trotterella sull’immenso tappeto di fronte al dio cieco. A questa magica età in cui le favole sono reali, ella ha già raggiunto metà della sua statura di adulta. Crescerà alta e forte se sarà risparmiata dalla follia assassina. Se sua madre riesce a farle lasciare il paese, forse Halimi non sarà condannata a rovinarsi mani e salute in fabbrica come i suoi genitori prima di lei.
I suoi piedi nudi seguono i motivi di fiori e di uccelli che popolano l’impenetrabile giardino. Un odore di antico si sprigiona dai colori ormai logori, dalle fibre consumate da migliaia di ginocchia nel corso dei secoli. Per la piccola, questo tappeto dai colori attenuati è divenuto terreno di avventure, promessa di viaggi.
— Si potrà volare da papà? domanda d’improvviso.
La madre solleva gli occhi verso il dio, incontra il suo sguardo assente, abbassa la testa verso il tappeto. Pensa al suo sposo scomparso quattro giorni prima, quando gli uomini armati hanno interrotto la loro cena.

A parte il completo kaki, i soldati non portavano alcun segno che permettesse di distinguere la fazione cui appartenevano. Suo marito si era alzato per chiedere, il più educatamente possibile, cosa volessero. Era stato colpito e gettato a terra dal calcio del fucile, e i colpi degli stivali l’avevano assalito fino a che era stato incapace di rialzarsi. Un altro uomo aveva brutalmente allontanato Halimi che correva verso suo padre. Lei si era alzata a sua volta per difendere i suoi cari.
Allora la guerra civile si era abbattuta su di lei, strappandole i vestiti, sfondando la sua porta, sotto gli occhi impotenti del marito e di sua figlia. Mentre due selvaggi la devastavano sopra il tavolo, gli altri svuotavano la loro povera casa, squarciando l’occhio grigiastro del vecchio televisore.
Poi, quando i loro appetiti erano stati saziati, avevano trascinato fuori il suo uomo coperto di sangue e l’avevano spinto dentro a un camion senza riguardo alcuno. Lei era rimasta rannicchiata in mezzo all’appartamento devastato, stringendo Halimi per dimenticare il dolore che le bruciava dentro, ascoltando il rumore delle sirene, il rombo delle granate, gli spari delle fazioni rivali.
I banditi si erano riversati ai quattro angoli della città, seguendo uno schema troppo ben coordinato perché si potesse credere alla versione ufficiale che parlava di “elementi incontrollabili”. La vera versione lei l’aveva letta negli sguardi canzonatori dei poliziotti cui aveva inutilmente chiesto aiuto.
Per due giorni aveva atteso il ritorno del marito. Il terzo giorno era stata tagliata l’elettricità. Dai rubinetti non usciva altro che un filo d’acqua torbida che odorava di rancido.
Tenendo per mano Halimi, si era decisa a suonare al portone del monastero in fondo alla strada. I missionari della croce, che avevano il telefono, le avrebbero dato dell’acqua e qualche informazione, le avrebbero spiegato le cause della bufera che si era abbattuta su di loro.
Aveva trovato il cancello aperto. Non c’era nessuno. Nessun canto religioso nella cappella del loro dio, nessuna cantilena dalle finestre della scuola. Dei corvi svolazzavano attorno a un mucchio di panni sporchi e disordinati in fondo al cortile interno. Piuttosto strano: i padri della croce erano così puliti e meticolosi!
Ella aveva proseguito dentro il recinto, incuriosita. Poi s’era arrestata di colpo, proteggendo gli occhi di sua figlia. Braccia e teste dagli sguardi immoti si stagliavano contro lo sfondo scuro. Era fuggita, lasciando il cortile alla mercè dei corvi.
La sera altri gruppi armati avevano “ripulito” il quartiere. Lei non aveva neppure cercato di scoprire quale fazione stesse affermando col sangue il proprio concetto di giustizia. Si era salvata alle prime grida, con la piccola sui fianchi, scavalcando i corpi mutilati. L’oscurità aveva protetto la loro fuga. Un bidone della spazzatura le aveva accolte per la notte.
La mattina si era ricordata del vecchio tempio. Le era occorsa tutta la giornata per attraversare la città cercando di ripararsi dagli spari criminali dei cecchini. Giunta ai piedi della montagna, era iniziata un’altra notte di spari e di grida.

Ella si accinge a pregare la divinità, tutti gli antichi dèi. Ma da quando essi prestavano ascolto?
Da quando noi abbiamo prestato loro ascolto? risponde una voce dentro di lei. Sì, noi abbiamo dimenticato gli dèi per compiacere i potenti che ci offrivano il benessere. Abbiamo accettato i loro soldi, cambiato le nostre culture, costruito fabbriche e centrali per nutrirli e mantenerli.
Quelle fabbriche e centrali ora giacciono sabotate, incendiate, distrutte da una o l’altra delle fazioni rivali. Persino i raccolti avevano subìto le devastazioni di parassiti ignoti fino ad allora.
Con la forza della volontà, il suo popolo aveva compito il passo decisivo per liberarsi dall’influsso dei colonizzatori che infiacchivano progressivamente le loro forze. Le tornano in mente le elezioni, le prime nella storia del loro paese. Tutti fieri di esercitare i propri diritti democratici, erano andati a votare con le famiglie. Rivede la sua scheda scivolare nell’urna, e poi la lunga attesa dello spoglio finale. La gioia improvvisa che era esplosa per le strade, i giochi d’artificio, i balli e la musica.
Ma i potenti avevano bisbigliato i propri ordini all’orecchio di chi mangiava ai loro tavoli e beveva dai loro bicchieri. Era avvenuto un colpo di stato, con l’assassinio del presidente eletto, poi sostituito da un governo fantoccio.
Il suo popolo credeva di aver scelto la libertà, ma gli veniva imposta la morte. Tutte le linee erano state tagliate, i segnali radiotelevisivi interrotti, le strade bloccate, le frontiere chiuse. Si domandava se ci fosse ancora qualcuno nel mondo al corrente delle loro morti insensate, qualcuno in grado di udire le urla delle anime espulse dai loro corpi.
Chi, tra i potenti, aveva i mezzi per venire in loro soccorso, lasciava passare il tempo in vuoti discorsi. Sarebbero intervenuti, se mai avessero deciso di farlo, quando ormai non ci sarebbe stato più nessuno da salvare. Il governo fantoccio avrebbe dato la loro casa a degli sconosciuti, che a loro volta avrebbero dimenticato come quel focolare fosse appartenuto ad un’altra famiglia. Chi ci sarebbe stato a ricordarglielo?
Halimi e lei stessa non possedevano altro che vestiti a brandelli. I pochi denari sottratti ai banditi erano scivolati nelle tasche dei poliziotti che cingevano di blocco i settori della città, oppure erano spariti al mercato nero in cambio di qualcosa da mangiare. Le sue scarpe erano servite da moneta di scambio all’ultimo sbarramento di polizia.
Ella guarda il suo ultimo bene, un orologio dalla falsa marca straniera che a suo marito era costato una settimana di salario. Lui stesso ne portava uno simile. Sogna l’uomo che era stato tutto per lei, e che non aveva significato nulla per i banditi. L’avevano senz’altro ucciso, come i preti della croce. Rabbrividisce: forse, nella sua fuga smarrita attraverso l’oscurità, ha scavalcato il suo cadavere senza saperlo.
Halimi salta sul tappeto, di fronte al dio che la domina dall’alto. Per gioco ella siede improvvisamente di fronte a lui, imitando la sua posizione, con le gambette incrociate. La piccola ride, e parla alla divinità, consigliandola di rimanere saggiamente seduta, per non sfasciare il soffitto.
Poi le sue braccia fendono l’aria come se potesse sollevare il tappeto e farlo volare con la sola forza della sua volontà. Un istante di meraviglia si impadronisce di sua madre, di fronte alla capacità che hanno i piccoli di trasformare il mondo per mezzo del gioco…
I suoi occhi si riempiono di lacrime: che gli dei salvino almeno la sua bambina innocente! Innocente: una parola priva di senso per i macellai che hanno ucciso in sé ogni traccia di umanità. Non hanno più neppure la consapevolezza di commettere atti abominevoli. Ogni fazione impone il proprio ordine e semina la morte, asservita ai potenti senza saperlo.
Il dio cieco non risponde. Non è che una statua, creata per evocare le forze oscure che l’uomo non riesce a dominare. Creata per conquistare un lembo di terra ignota, per assicurare la continuità della vita in questo anelito di conservazione. Il dio non ha saputo impedire la guerra civile in cui il paese si sta inabissando.
Ora la giovane non è alla ricerca di una verità ultima, e neppure di una risposta razionale al perché di questo male innominabile, che mai nessuna preghiera è riuscita a fermare. Stanca e ferita nell’animo, sogna che il sorriso della divinità le apra le porte di un giardino segreto, un recinto protetto dove sua figlia possa cantare e ridere al sole.

Il suo sogno a occhi aperti è interrotto da un rumore proveniente dall’esterno. Stivali sulla pietra squadrata all’entrata del tempio, risate volgari, cinghie e cinturoni passati intorno ai fianchi e alle spalle. Di certo soldati che hanno dimenticato qualcosa. Non si prendono nemmeno la briga di nascondere la propria connivenza con i banditi. La donna si chiede di sfuggita cosa diranno ai vicini, quando rientreranno alle loro case.
Halimi gioca nel giardino immaginario, le sue dita sfregano la superficie del tappeto come per coglierne i fiori dai petali scoloriti. Sua madre l’accoglie a sua volta tra le braccia, guardandosi intorno. Non c’è nessun varco da cui fuggire, alcun passaggio segreto scavato nel muro di calcare dietro l’antico dio del raccolto.
Gli uomini crederanno di trovare dell’oro, ma non troveranno nient’altro che due donne su un vecchio tappeto… No! Che gli dèi la puniscano pure, se vogliono, ma che non puniscano Halimi!
Pensa di uscire dal tempio, di porgere loro sua figlia, supplicandoli di risparmiarle la vita. Ma troppi sorrisi di bimbi sono stati già annientati. Correndo per le strade, la madre ha visto i piccoli corpi strappati alla vita come erba cattiva.
I passi si fanno più vicini. Salgono i gradini dell’ingresso.
Ella mette sua figlia al centro del tappeto, nella grande losanga di un blu profondo come il cielo al crepuscolo.
— Siediti, tesoro, e chiudi gli occhi. Il tappeto adesso prenderà il volo.
— Noi non cadremo, vero, mamma? chiede Halimi eccitata, sedendosi di fronte al dio e appoggiando la schiena al ventre di sua madre.
Imprecazioni e rumore metallico: le hanno individuate. Dalla loro posizione, i soldati che le hanno prese di mira vedono solo una schiena rigida, che nella penombra si staglia contro le gambe incrociate della statua.
La giovane madre solleva lo sguardo verso il viso severo e calmo del dio cieco, perché ciò che vede sia un’ultima immagine di pace.
— No, piccolina, sussurra, stringendola tra le braccia. Sentirai un forte sparo, e poi il dio farà volare il tappeto. Volerà così alto e lontano che si vedrà tutta la Terra. E saremo con papà.

Alcuni mesi, o anni, più tardi, non fa differenza.
Il tempo passa: sono state distrutte altre città, altri popoli sono stati ridotti al silenzio, dispersi, o disciolti in una massa informe e indistinta. Altri sorrisi di bimbo sono stati annientati con le armi o i lavori forzati, migliaia di mani e di piedi sfiancati prima del tempo per ingrossare i fiumi di profitto che scendono verso i paesi dominanti.
In uno di questi paesi, forse nel più potente, un esponente dell’alta finanza presenta ai suoi invitati di riguardo il trofeo appeso al muro del suo salone.
— E’ un pezzo straordinario, mormora una dama con l’occhialino.
Dispiegato in tutta la sua lunghezza, poiché tale è l’altezza del soffitto da cui pendono i lampadari pregiati, un vecchio tappeto offre allo sguardo degli invitati i suoi arabeschi e i suoi giardini cintati. I suoi colori, ravvivati da esperti artigiani, gli conferiscono una seconda giovinezza, come ai tempi passati delle feste del raccolto.
Le volute bluastre di fumo di sigaretta hanno sostituito quelle d’incenso, perché in fondo anche questa del grande salone è una festa religiosa. Una cerimonia di potere cui partecipa un centinaio di commensali, una prateria ondeggiante di capi di stato e teste coronate, personalità di primo piano e visi rifatti.
Un cameriere ingrigito, silenzioso e ingobbito si muove tra gli invitati distribuendo rinfreschi come un sacerdote, bibite leggere o fortemente alcoliche, acque minerali frizzanti e bevande dietetiche. Non manca niente per calmare la sete dei nuovi dèi.
Alcuni giovani adepti cominciano a servire gli stuzzichini, ma il padrone di casa li redarguisce: è troppo presto!
— Questo tappeto è stato ritrovato quasi intatto nelle rovine di un tempio crollato sulle teste di alcuni soldati, durante la guerra civile, egli spiega. Siamo riusciti a togliere le macchie di sangue e i pezzetti d’osso che vi erano rimasti incrostati. L’ho fatto trasportare fin qui da un aereo della mia compagnia.
— Un tappeto volante! ridacchia volgare una divetta ossigenata.
— Fortunatamente, adesso questi spiacevoli eventi sono soltanto storia antica, riprende l’ospite.
Egli aveva ampiamente finanziato il ritorno dell’ordine nel paese d’origine. Adesso i nuovi colonizzatori sono adeguatamente inseriti nei territori annessi.
Un antiquario indietreggia per avere un quadro d’insieme più soddisfacente.
— Questi motivi decorativi sono canonici nei tappeti orientali, afferma. Ciò che è veramente inusuale sono le due figure centrali.
Indica il centro del tappeto, la losanga blu che circonda le due immagini.
— I colori vivaci dei vestiti contrastano con il resto del tappeto. E la raffinatezza dei dettagli, quegli occhi espressivi, fino ai disegni sullo scialle della donna…
— Si direbbero madre e figlia! lo interrompe un attore divorziato quattro volte.
— Sono sedute a gambe incrociate, e la bambina dà le spalle alla madre, continua l’antiquario. Ma il loro profilo spezza la simmetria del tappeto.
— E’ possibile che un artigiano abbia aggiunto queste figure in un secondo tempo? interviene un dinamico dirigente dal completo rigonfio di accessori informatici.
— Ah no, protesta il padrone di casa, contrariato. Ho fatto analizzare le fibre dai migliori laboratori, e datano tutte al dodicesimo secolo! Tutte! Non avrei pagato trentotto milioni per della paccottiglia!
Un’ex indossatrice troppo truccata scoppia improvvisamente a ridere a braccetto di un sessantenne imbolsito.
— Guardate là, al polso della donna! Non si direbbe un orologio?
Tutti si avvicinano al tappeto, affascinati, persino il cameriere, che si dimentica di servire lo champagne. Nella calca gli sfugge quasi di mano il vassoio, e i bicchieri di cristallo tintinnano.
Il padrone di casa scoppia in una risata forzata.
— E’ un semplice braccialetto! Un’illusione ottica!
Cercando di riprendere il controllo della cerimonia , fa segno al silenzioso domestico di aprire le vaste porte del sancta sanctorum, dove si terrà la festa. Egli esegue, con gesti di una lentezza rituale che il suo padrone gli apprezza. In tutti questi anni di servizio, non l’ha mai sentito proferire parola.
Il cameriere spinge i battenti, formando una croce nera che la luce scintillante della sala dei banchetti dilata sul pavimento del grande salone, fino a raggiungere il tappeto sospeso.
Un istante di pura bellezza blocca al suolo gli invitati. Le grandi porte-finestre si aprono su una vasta distesa d’erba, un tappeto di smeraldo che rosseggia verso l’orizzonte, scomparendo nella gloria del sole che tramonta.
L’attimo passa come la fiamma di una candela estinta da un soffio. Gli invitati si dirigono verso la tavola imbandita di offerte, parlano di altre cose. Il vecchio tappeto si è già cancellato dai loro ricordi.
Dietro di loro, il silenzioso cameriere richiude dolcemente i grandi battenti. Fa il giro del salone, raccogliendo accuratamente coppe e bicchieri. Lui stesso li risciacqua in cucina: i giovani adepti sono partiti per il weekend.
Svuota i fondi di bottiglia e i boccali, anche quelli rimasti intatti. Li lava nell’acquaio, spingendo indietro sul polso il vecchio orologio che si ostina a portare, una paccottiglia sfasciata come lui, ormai da tanto tempo.
Poi, attende.
Come ha atteso in silenzio nel camion, nella sala di tortura, in prigione, nella fossa ricolma di corpi mutilati, nella giungla, nel campo di prigionia. E’ rimasto muto: tutto ciò che ha amato è scomparso.
Quando le risate e le bestemmie si saranno spente, quando la calma sarà scesa sulla dimora, tornerà un’ultima volta in quella stanza per contemplare il tappeto che gli ricorda tanto la sua casa.
Nel cuore della notte, gli sembrerà di udire due voci che bisbigliano tra loro.

(Trad. di Francesca Valentini)

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