ingiustizia.jpgFabio Canavesi è in carcere ormai da quasi 5 anni. Era stato arrestato con l’accusa di aver partecipato alla tragica rapina di via Imbonati nel 1999 a Milano dove era rimasto ucciso un agente di polizia. Assolto da questa accusa e da quella vicenda, Canavesi si era visto tuttavia condannare a 27 anni di carcere per una diversa rapina.
Una pena, in ogni caso decisamente sproporzionata, comminata a seguito della condanna suffragata solo dalla parola di un “pentito”, che ha ricevuto in cambio soldi, programma di protezione e scarcerazione. La ricostruzione del “pentito” è contraddetta da dati fattuali e altre testimonianze ben più attendibili, quali quella delle guardie giurate vittime della rapina.

Riepiloghiamo i fatti
All’alba del 14 maggio 1999, in Via Imbonati a Milano, un gruppo nutrito di rapinatori tenta l’assalto a un furgone portavalori. Intervengono alcune volanti della polizia, comincia una sparatoria. Alla fine del conflitto a fuoco resta gravemente ferito l’agente Vincenzo Raiola, che morirà poco dopo.
II fatto desta notevole scalpore sia per il tragico esito dell’evento sia per le modalità “anomale” della rapina: l’uso di armi da guerra e di schemi operativi di tipo militare sembrano indicare, fin dalle primissime battute, una pista di stampo terroristico. La vicenda, anche grazie a immagini amatoriali girate in diretta, ebbe grande risalto nei telegiornali di quei giorni.
Il 13 agosto del 1999, agenti del nucleo antirapina di Milano e della Digos di Bergamo traggono in arresto Fabio Canavesi.
L’accusa: essere uno degli uomini di Via Imbonati.
I precedenti di Fabio (l’aver militato negli anni 70 nella sinistra extraparlamentare e aver poi scontato anni di carcere per l’attività dell’organizzazione Prima Linea) ne fanno, assieme al nome, il tassello mancante di un’indagine scaturita da una pista “speciale”: la ricerca di un commando paramilitare.
Una conversazione provvidenziale e provvidenzialmente intercettata narra per sommi capi le gesta dei “pazzi di Via Imbonati”: naturalmente non mancano i nomi, tra i quali “l’insospettabile Fabio”. E’ la quadratura del cerchio, altri arrestati hanno nella loro biografia la partecipazione a fatti eversivi e conoscono Fabio in quanto suoi antichi compagni di sventure processuali.
L’importanza di chiamarsi Fabio! Il nostro verrà prontamente riconosciuto (riconoscimento molto discutibile e privo dei più elementari dati identificativi!) dal “pentito” del caso che lo accuserà di aver partecipato con lui medesimo ad altre gravi rapine, con sparatorie e feriti.
Due mesi d’isolamento, oltre ogni limite legale. «Ma le cose si aggiusteranno, le accuse sono così infondate: lavoro, famiglia, gli amici, …che altro? Cosa vogliono da me? Di nuovo il passato?», dice Fabio.
Il processo. «Ora si chiarirà tutto: certo sono passati due anni, ma vedrò in faccia chi mi accusa, lo vedranno anche i giudici, tutti lo vedranno e potranno finalmente distinguere. Credo a questa possibilità, ci credo come uno che in passato ha avuto ragioni di conflitto con i giudici e con le istituzioni, ma ora quel conflitto non c’è più. Quei tempi sono passati e di anni ne avevo venti, adesso sono quaranta!».
Fabio viene assolto per i fatti di Via Imbonati ma, sulla base delle sole parole del “pentito” di quella inchiesta viene condannato per altre azioni attribuite alla “banda” alla pena di 26 anni di reclusione. Una pena la cui entità non è molto distante da quella richiesta dal Pubblico Ministero (che aveva domandato l’ergastolo), ma per un reato, l’omicidio, e un fatto, la rapina di via Imbonati, ben più pesanti e per i quali Fabio invece viene assolto.
L’originale impianto accusatorio prevedeva l’organicità di Fabio a un gruppo di rapinatori: se ne fa parte, non può che aver partecipato al crimine di Via Imbonati. La sentenza risponde che nulla prova il suo coinvolgimento in quell’episodio, ma che ci sono sufficienti motivi per una condanna relativamente ad altre imprese criminose.
Ma le prove in realtà non ci sono, tutto il processo è costruito su dei “pentiti” niente affatto disinteressati. Paradosso vuole che, prima ancora della verifica dibattimentale, essi siano stati ritenuti credibili, cosicché qualcuno non è mai stato arrestato e uno, quello che accusa Fabio, viene inserito subito nel programma di protezione. Il loro contributo è assolutamente privo di riscontri e, dove questi fanno capolino, è per smentirli.
I testimoni a favore vengono trattati piú o meno come complici, o comunque non meritevoli d’attenzione, come avviene, del resto, alle stesse parti lese quando contraddicono il racconto e i particolari forniti dal “pentito”.
A Fabio non resta che sperare nel processo d’Appello, stringe i denti, non vuole ancora farne un caso. Però il tempo passa e non sempre è galantuomo: la Corte di Appello si limita a convalidare la sentenza di primo grado: un bel timbro sonoro e gli anni di condanna per Fabio diventano addirittura 27.
La Cassazione conferma la sentenza. Sono passati cinque anni. Cinque anni di galera che Fabio ha trascorso in sezioni ad alta sicurezza. Cinque anni che si aggiungono a quelli che Fabio aveva in precedenza scontato per le attività di Prima Linea. In quel caso, la pena era da lui stata accettata, oltre che scontata, perché corrispondeva a una storia cui aveva partecipato e che sentiva come propria. Non così ora, e da 5 anni a questa parte, dove Fabio si trova a essere separato da sua moglie e dalla sua giovane figlia, per storie che non lo riguardano e che non riconosce.
Quello di Fabio Canavesi non sarà forse un caso eccellente, esemplare però sì.
Come tanti suoi coetanei, più di vent’anni fa voleva cambiare il mondo. Un percorso denso di errori e ingenuità: l’adesione alla lotta armata e poi il carcere. Sempre in onestà e coerenza ne uscì, senza accuse verso altri ma nella consapevolezza che quella era stata una via sbagliata e senza sbocco.
Non dimenticò mai la solidarietà verso i detenuti: durante la carcerazione diventò, anzi, una sorta di loro ambasciatore nei confronti delle istituzioni. La sua biografia è limpida. Mai lo si è potuto sospettare di un interesse personale ed egoistico.
Dopo cinque anni, noi, amici e conoscenti di Fabio, abbiamo deciso di costituirci in Comitato, il cui unico scopo è quello di chiedere che il processo venga riaperto. Vogliamo sollecitare l’attenzione pubblica su un caso ormai archiviato dalla cronaca come un episodio di (stra)ordinaria criminalità.
Non crediamo si tratti di una smisurata persecuzione, ma, più semplicemente, di un ordinario pregiudizio, in ragione del suo passato. Un pregiudizio di cui Fabio e la sua famiglia stanno pagando un prezzo esorbitante e ingiusto.

COMITATO GIUSTIZIA PER FABIO
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