supermanzo.jpgdi Francesco Borgonovo
[… il quale è una delle esuberanti menti che stanno dietro FaM – Frenulo a Mano, una delle riviste letterarie più notevoli del Web italiano]

Prendi, per esempio, un fatto. Si potrebbe affermare anche che i fatti non esistono. Cioè, non esistono come cose in sé, come eventi reali nel senso comune della parola.
Palazzi in fiamme, le nostre città bruciate di fronte agli occhi del mondo, mentre persone piangono e altre continuano a morire, senza neppure poter pensare prima. Morire come una scatola chiusa, lasciare per sempre non dette la quasi totalità delle cose che si vorrebbero comunicare, essere fraintesi per l’eternità. Tua moglie, forse, continuerà a pensare che l’hai tradita, che non l’amavi del tutto, prima che la tua immagine – che non è la tua immagine, è una proiezione che lei si è costruita di te dentro la sua testa – si spezzetti.
E intanto, tutto intorno, la sofferenza sboccia come fiori di campo, sui volti dei poliziotti, sulle labbra impietose dei giornalisti e tutto – tutto quello che importa del – mondo sa. Questa, signori, è la fenomenologia del fatto storico. Ciò che appare, esiste, ciò che non, No.

Nel frattempo, qualcosa di bianco, un goccio di dolce crema seminale, si libra nell’aria al di sopra della massa dei volti increduli dei nostri concittadini. Volteggia verso una meta insperata, un universo migliore, corre per costruire mondi futuri, per piantare la bandiera di una nuova civiltà.

Crea un mondo nuovo, che si chiama Actarus cinque. Il cinque viene scelto perché si tratta del quinto pianeta dove la vita è possibile. Gli abitanti della terra vi si trasferiscono in branco, quelli sopravvissuti, quelli ancora in buona salute non decomposti da centinaia di malattie che iniziano con la A.

– al che, l’autore si alza e consulta il vocabolario in cerca di malattie il cui nome inizi con la lettera A –

Artimia, ad esempio. Migliaia di persone morte per aritmia, il cui cuore imbizzarrisce nel giro di pochi minuti, si accasciano a terra stravolte dagli spasmi. Un’epidemia di Aritmia Assassina Atipica si diffonde per il globo, non risparmia quanti fino a quel giorno si sono alimentati male, hanno ecceduto con bacco, tabacco e venere ergo sono ridotti in cenere. Occhi cerulei di cadaveri al bordo delle strade, gente impazzita, la croce rossa che misura la pressione ad individui le cui arterie esplodono alla prima contrazione del marchingegno apposito.

Ma la vita su Actarus cinque sarà migliore, vedrete. Fidatevi del partito, fidatevi dei calcoli della nostra avanzatissima matematica spaziale. Folle, arche, ridde di esseri umani che poggiano i piedi su crateri incontaminati, bevono da fiumi vergini, arrostiscono capretti che non conoscevano la vista della morte se non per astrazione, dal viaggio che tutte le capre anziane intraprendono per istinto verso la valle del decesso. E allora, piano piano, col passare dei secoli, civiltà rifioriranno, grandi legni riprenderanno a solcare le acque, le astronavi verranno abbandonate e la sola cosa che conterà sarà la ricerca della felicità.

Tutto ciò, però, non succede. Il nuovo mondo si sgretola e scompare mano a mano che la stilla di sperma si leva al di sopra del manto di peli neri che copre il basso ventre e si infrange all’altezza dell’ombelico. Poi, precipita quasi sfrigolando verso il basso, seguendo le line scavate nella pancia. E con lei scompaiono le armate di Actarus cinque, i dolci biscotti delle nonne, le piogge finalmente non acide, il futuro dell’umanità.

Succede, talvolta, che qualcuno si masturbi, incurante di ciò che accade nell’universo, concentrato egoisticamente soltanto su quell’unico istante di piacere mentre all’esterno della sua mente, al di là del ritmico movimento della sua mano si consumano vite e si macinano guerre.

– a questo punto, l’autore si interrompe e prende a masturbarsi. Poi pensa tutti voi che state lì a guardare, che lo turbate nella sua più profonda intimità, che cercate di immaginare quanto possa essere lungo o corto il suo pene. Accorsi all’odore del sesso come mosche sulla merda. Allora smette –

Succede, dicevo, che taluni individui prendano a smanettarsi nei momenti focali dello sviluppo della civiltà. So di persone che mentre la statua di Saddam Hussein precipitava a terra, la gente esultava, i telegiornali parlavo di un nuovo muro di Berlino ormai caduto, la democrazia coglieva un dolce frutto di vittoria, erano intente ad accarezzarsi il pene turgido con lussurioso vigore.

Ecco allora che scrosci di sperma piovono su tappeti di carta igienica, su elastici delle mutande ignari e unticci, vengano risucchiati nel gorgo di docce di palestre, case bifamiliari, alberghi…Un intero popolo di autoerotisti che distrugge universi ancora in divenire, che mozza il respiro sul nascere a tanti giovani promettenti, che fonde intere culture tutte da costruire nel crogiuolo della propria nefandezza.

Vergogna.

Però, la masturbazione è la prova. Se possiamo masturbarci incuranti degli avvenimenti, significa che questi avvenimenti non esistono. Voglio vedervi a farvi una sega di fronte al volto butterato di una vedova afgana sfigurata dal napalm. La mano vi si ferma a mezzasta, non scorre più sulle rotaie del desiderio, e il pene – si, proprio – ritorna piccolo e sgonfio, si accorge della sua inutilità al resto del mondo e si scompone, si piange addosso. Esiste solo ciò che possiamo vedere, tutto quello che ci è mostrato.

Ma ci viene mostrato da chi, poi? E’ ora di smetterla con questi berciamenti sul sistema, sul grande fratello, sul che si sta male al mondo e i capitalisti/comunisti cattivi ci controllano. Il sistema non esiste, non è mai esistito. Esistono uomini e le loro menti che controllano il flusso della vita agendo come un propulsore a passioni. Il disagio della civiltà muove tutti, ci spiamo da soli, ci denunciamo da soli. Alcuni, i più coraggiosi, compiono da soli la propria esecuzione.

Marino Sezzi crede di fare la spia. Lavora nei servizi segreti italiani. Sta seduto tutto il giorno in una biblioteca e legge tutti i giornali, li controlla, scorre i pezzi uno per uno. Da qualche tempo, il suo compito è quello di leggere gli articoli degli opinionisti di origine mediorientale: controlla che nel testo non si nascondano messaggi in codice, cifre segrete che potrebbero attivare qualche terrorista dormiente, un kamikaze che entra in funzione a distanza di anni, che sa quello che deve fare, morire cioè, ma non sa quando verrà il suo turno.
Marino Sezzi si chiede come mai questi qui, questi orientalisti, non li ammazza nessuno. Come mai questi arabi travestiti da porta a porta non li sparano mai. Muoiono professori universitari – italiani – soldati – italiani – giornalisti – italiani – ma questi non muoiono mai. E sono tutti dei rinnegati, hanno abbandonato la loro sponda, quella di Maometto, per mangiare maiale sulle coste avversarie, per vendersi al nemico occidentale. Però non muoiono, a farli fuori non ci ha ancora pensato nessuno.
Forse fanno finta. Fingono di stare dalla nostra parte, ma in realtà sono degli infiltrati.
Marino Sezzi segna tutto quello che gli sembra strano, ogni incongruenza del linguaggio, ogni distorsione dei fatti realmente avvenuti – perché i servizi segreti lo sanno come sono avvenuti sul serio i fatti – e manda tutto al superiore.

E intanto, nel suo covo scavato da qualche parte in quella fogna che è l’Afghanistan, che puzza di morte lontano un chilometro, che anche ai militari americani gli veniva da vomitare solo a pensarci o magari in Arabia Saudita, coccolato da qualche reuccio, vezzeggiato da meravigliose odalische, Osama Bin Laden si masturba.

Udite udite, il principe del terrore, l’uomo più pericoloso del mondo si fa una sega. E come si deve anche. Si siede sul water e pensa. Non usa giornalini, non guarda film. Pensa alla sue – quante sono? – undici mogli, le pensa nude, spoglie di ogni pudore al suo cospetto. E muove la mano su e giù, senza interruzione, rallentando solo un po’ il ritmo verso la fine.

E pensare che c’era una volta una principessa che raccontava favole. Ne raccontava una ogni notte, ad un re malvagio che non voleva lasciarla libera, ma desiderava ucciderla dopo avere avuto dei rapporti sessuali con lei.
Forse però era una serva e allora tutto cambia. Tutto diventa più basso, più becero. Tutto si insaporisce di dita consunte, di mani che puzzano di cenere (perché il bucato allora si faceva con la cenere), mani che infastidiscono al contatto con la pelle della schiena. Il re si sarebbe sicuramente infuriato per questa indelicatezza e non le avrebbe risparmiato la vita. Ma deve aver visto, il grande sultano, le mani della giovane e deve avere pensato che forse era meglio farsi raccontare qualche storia.
Intanto, però, quando si ritirava nel bagno regale, anche lui si faceva una sega.
Anzi, è più probabile che qualcuno gliela facesse, perché le mani regali non sta bene si macchino di certi vizi.

C’è nell’angolo della parete un gigantesca cimice che osserva e sta zitta. Non si può osservare se non si sta zitti. Fare molta attenzione alle espressioni del volto, alle modificazioni d’inclinazione delle labbra. La cimice osserva e sta zitta. Ma annota tutto. Sa che prima o poi avverrà qualcosa e può darsi che sia qualcosa di brutto, qualcosa che la spappolerà al terreno, facendola in mille pezzi, anzi in mille spicchi sbavezzati e imbrattati di muco, mentre nell’aria si sparge un vomitevole tanfo cimicioso.
Per questo è importante prestare attenzione, essere sicura di non aver perso neppure un indizio durante la giornata. Eppure qualcosa sfugge sempre. La fine è inevitabile e vicina.
Siate accorti come cimici, vi dico.

Allo stesso modo, c’è Gregor Samsa che si sveglia una mattina nel suo letto, ma non è diventato uno scarafaggio. Si guarda, cerca di capire cosa sia successo. Però non è un insetto, è solo lui, un insignificante commesso viaggiatore. Non si da pace, si siede al tavolo, piange, prega il suo creatore di ridargli una natura che sia almeno aracnide, ma quello non ascolta. La vita prosegue costante, immutata, secondo una sottile linea di basso. Ecco, bella situazione kafkiana, eh, Samsa? Bel momento del cazzo, commesso viaggiatore di merda. Non ti è successo nulla, vai avanti per la tua strada altri venti, trent’anni. Poi crepi, senza che nessuno si sia accorto di te, senza che nessuno ricordi il tuo nome, senza che una donna ti abbia scopato mettendoci non dico amore – sarebbe troppo anche per un altro, non credi? – ma almeno interesse, un briciolo di erotismo.
Povero Gregor, distrutto.
Forse anche lui, adesso, entra nel bagno e si fa una sega, si masturba, lentamente, senza pensare chi sono cosa faccio nella vita dove vado e i soldi dove li prendo. Forse è così, ma non so, non lo vedo.

Per un attimo, questo pensiero attraversa la mente di tutti. Si fa largo una sottile insicurezza, un dubbio leggero. Che cosa sto facendo? Chi sono? E’ una domanda di esistenza, di visibilità. Come ci chiede acqua, il nostro corpo chiede esposizione, desidera essere mostrato. Per natura siamo esibizionisti, ci cibiamo dello sguardo altrui e ne godiamo.

Detto questo, Alcibiade passeggia per le strade polverose del Pireo. Sente l’odore del mare, denso, provenire da sinistra. Sulla destra, alcune baracche dove i pescatori si rifugiano a bere vino speziato la sera prima di accasciarsi sulle brande sudice. Rimane fuori fino a notte inoltrata, vagando per i meandri del porto, lasciando dietro di sé un forte alone di nobiltà, un sentimento che si gonfia al suo solo passaggio, una fitta nel cuore dei popolani che non potranno mai avere altro contatto con lui che non sia legato a qualche forma di soddisfacimento di suoi bisogni.
Ma, intorno, brulica la vita. E sa che deve partire, viaggiare e mettersi in pericolo per raggiungere terre lontane dove lo aspetta la morte, la sua o quella dei suoi nemici. Ma. In ogni caso è sempre morte.
In un impeto d’ira, recide i genitali delle statue di Eros, lunghi cazzi che svettano in mezzo alla strada, falli imponenti monito a tutti i greci. Che tengano le loro donne al sicuro da dei eccitati e desiderosi di farsi le più belle fighe mortali. Un’ oppressione costante, inaccettabile.
Poi si guarda intorno e rinfodera la spada. Le guardie lo raggiungono e si stupiscono di riconoscere in lui l’autore di tanto massacro. Lo guardano bene, non ci credono. Avrebbero preferito non vederlo e dare la colpa a qualche marinaio ubriaco, che sarebbe poi stato giustiziato o sbattuto in una cella lercia.

Ma è successo, il colpevole è effettivamente lui.

Ci dispiace – si rammaricano.

E allora rimanete sicuri nelle vostre case, abbeveratevi ai vostri televisori, in attesa che compaia la vita in diretta.

L’undici settembre è la più grande sega mai fatta nella storia dell’umanità. Due palazzi si ergono nella città più vibrante del mondo. Sono due falli in piena regola, due bei cazzoni che sbucano dalla terra. Non sono pisellini di bambini, brufoletti da adolescente imberbe. Sono sacche gonfie di sangue che ribolle, uccelli svettanti nell’olimpo della fertilità.
Ed ecco che viene somministrata loro una bella scossa.

Passano alcuni secondi.

Un’altra scossa, ancora più forte.

Allora esplodono, tutto il contenuto fuoriesce, una schiuma bianca, poi più scura sgorga dall’interno. Un boato fulminante, un’esplosione bestiale, inconsulta, accompagnata da grida e gemiti.

L’atto dura pochi secondi.

Quindi i due bestioni, sfiancati, sfiniti, si accasciano. Rimpiccioliscono e divengono polvere, svuotati.

L’intera scena sotto gli occhi di miriadi di telespettatori. Il più grande atto estetico di sempre, una enorme pugnetta. Osama Bin ci ha voluto ringraziare e noi non lo abbiamo capito, in cambio gli diamo la caccia.

– ad un tratto viene introdotto un personaggio nuovo, un presentatore di quelli di una volta. Parla lentamente, sottolineando ogni verbo con sorrisi profondi e sinceri, perché una volta si sorrideva davvero, una volta le cose erano vere, i sentimenti c’erano ancora. Una volta le cose esistevano. Di ciò l’autore un po’ si dispiace-

Così l’evento viene descritto.

Vola. La navicella bianca vola ancora, schizza nel cielo, non importa da dove sia partita. L’importante è che esista. L’importante è che si libri, che si condensi, che esploda al limite del sospiro, sulla soglia della stanchezza, della paglia dopo e mi giro dall’altra parte. Mille mani toccano mille cazzi contemporaneamente, mille mani di uomo su cazzi di uomo e intanto mille oggetti di forme differenti, frutta, ortaggi, plastica, bottiglie, wurstel, coni gelato entrano ed escono da vagine lubrificate all’occorrenza e tutto sembra parlare di sesso, tutto è pace, amore, in un amplesso casto, una dichiarazione d’amore verso se stessi.
In questo momento, non esiste altro.
Nulla, nessuna forma di vita se non l’essere umano in sé.

E allora che i popoli si rivoltino, perché uno spettro gira per l’Europa.
Uno spettro di carne, sangue e sperma.
I terroristi palestinesi, non si fanno le seghe. Le Br, non se ne fanno abbastanza. E vogliono che tutti seguano il loro esempio.

-Li vedo già, sai Sam.
– Cosa, vedi già ?- e trangugia un altro sorso di Four Roses.
– Tutti loro, finalmente quest’immagine fottuta mi è chiara davanti agli occhi.
– Cosa vedi allora, si può sapere cazzo?
– Sono in fila, tutti. Tutti in cazzo di righe umane e hanno l’uccello di fuori, per dio.
– No, cazzo, l’uccello di fuori!
– Sì, e marciano ordinati e muovono le gambe e le mani su e giù al ritmo di tamburi e urlano, cazzo se urlano.
– E cosa ? Che cazzo urlano?
– Non li senti anche tu, che urlano? Siegh Heil! Siegh Heil!
– Già, Siegh Heil! Siegh Heil! Ma non erano comunisti?
– Si, ma all’estremo il passo è breve.

Poi.

Tutto finisce, in un turbine di spruzzi, mentre un’enorme fontana bianchiccia emerge dal profondo della terra. E mentre sale, gli esseri umani si rendono conto. I pompieri appoggiano i picconi, i poliziotti si levano la fuliggine dalla faccia e lasciano i cadaveri sotto le macerie. Le prime voci cominciano a levarsi. Affanculo Nelson Mandela. Si, che si fotta pure Madre Teresa, Gandhi e Rabin, tutte le teste di cazzo falsopacifisti del mondo. I superstiti, molto pochi, vengono finiti a badilate. Poco lontano, dietro una colonna rimasta in piedi per miracolo, un gruppo di motociclisti nazisti si incula superman. L’orgoglio della civiltà occidentale è finalmente piegato.

Il terrore ha vinto.

Ma lassù, nel cielo, volteggia ancora una particella bianca. Se ti fosse vicina, potresti berla, toccarla, spalmarla sul pane, farti fecondare, persino. Ce la fai a vederla, là, fra le stelle?

Spera di sì. Perché è la tua ultima – la vostra ultima – speranza.

Share