Detenzioni segrete, processi e inchieste segrete nella terra della libertà dopo l’11 settembre 2001
di Gabrielle Banks
[da Alternet]

guantanamots.jpgDurante i suoi sei mesi al Brooklyn Metropolitan Detention Center, Anser Mehmood ha passato 123 giorni in una cella di massima sicurezza, dove i carcerieri gli hanno sbattuto la faccia contro il muro e minacciato di ucciderlo.
Il suo crimine? Un visto turistico scaduto.
Quello di Mehmood è uno dei centinaia di casi che hanno creato sconcerto nella comunità internazionale dei diritti umani, riguardo la precipitosa retata di 1.200 immigrati musulmani e arabi, dopo gli attacchi dell’11 settembre. Il Metropolitan Detention Center (MDC) ha bloccato l’ingresso a osservatori di Amnesty International e altri gruppi. Comunque sia, un rapporto di Amnesty, datato marzo 2002 – basato sulla visita nelle prigioni di contea di Hudson e Passaic in New Jersey e sulle interviste con testimoni dei Centri di detenzione dell’INS (Immigration and Naturalization Service) in 26 stati – descrive un quadro di abusi che negano gli elementari principi di giustizia.

Con linguaggio chiaro e diplomatico, il rapporto descrive le incarcerazioni arbitrarie di centinaia di persone, alle quali è stato proibito l’incontro con i familiari e avvocati e sono spesso indagate in processi segreti.
L’INS si è rifiutata di fornire un’analisi stato per stato dei detenuti, rendendo impossibile chiarire il numero e l’identità di chi è detenuto nello stato del Colorado. “C’è un’investigazione in corso” ha detto la portavoce dell’ufficio di detenzione in Colorado, Nina Pruneda “non possiamo fornire nessun numero”. Questa settimana Pruneda non ha potuto spiegare la politica che le preclude ogni rilascio di informazioni, e ha rimandato ogni altra domanda o dubbio al portavoce dell’INS di Washington, irreperibile al tempo di questo articolo.

La retata del terrore
Gli istituti del New Jersey, rinchiudono la maggior parte dei detenuti INS caduti nella “retata del terrore”. Secondo l’ultimo dispaccio del Dipartimento di Giustizia, 325 detenuti sono ancora sotto custodia dell’INS – la maggior parte per violazioni del visto. Un solo detenuto, Zacarias Moussaoui (arrestato per la verità prima dell’11 settembre), è accusato di terrorismo.
Non a sorpresa, molti detenuti hanno abbandonato qualsiasi illusione avessero riguardo “la terra della libertà”.
“Rimuovete l’incanto della saggezza e della giustizia, vi sembreranno tutte parole senza senso se state in prigione per quattro o cinque mesi” ha detto Sohail Mohammed, che ha rappresentato circa 15 dei detenuti cosiddetti “di speciale interesse”. “Prima dell’11 settembre la gente ingaggiava un avvocato come me per prolungare la permanenza negli USA. Adesso lo fanno per andarsene al più presto. Non dovremmo trattenere dei detenuti in segreto, processarli in segreto, fare delle vere e proprie inchieste segrete. Sono cose da regimi repressivi”.
In tutti questi ultimi mesi, il Dipartimento di Giustizia si è rifiutato di fornire a giuristi e avvocati che difendono i diritti degli immigrati le informazioni basilari sulle persone recluse, neanche i loro nomi. La maggior parte dei detenuti sono incommunicado (nota), senza accesso a fascicoli legali validi, e i giuristi possono far visita a persone detenute solo se ne sanno i nomi.

Arresti segreti
Carlos Muñoz, che ha una borsa di studio post laurea alla scuola Bloomberg di Human Rights Watch, ha espresso stupore per la palese violazione dei diritti fondamentali. “È assurdo che in una democrazia ci possano essere arresti segreti e vengano impedite le visite di controllo nelle carceri. Desta sospetto il fatto che un gruppo sostenitore dei diritti umani, non possa visitare le prigioni. Io credo che il Dipartimento di Giustizia e l’INS facciano affidamento sul fatto che l’opinione pubblica è dalla loro parte”. Human Rights Watch ha rintracciato ed intervistato detenuti nel paese e rilascerà presto un rapporto dettagliato su quanto ha riscontrato.
Rachel Ward, co-autrice del rapporto di Amnesty, era leggermente più cauta a proposito del rifiuto delle visite da parte dei centri di detenzione. La sua risposta al diniego da parte del Metropolitan Detention Center di Brooklyn nei confronti di Amnesty e molti altri gruppi era di moderata accettazione. “Loro possono rifiutare la nostra richiesta” dice “siamo un’organizzazione non governativa. Ma ovviamente quando questo accade è motivo di preoccupazione. Permettere l’accesso a osservatori esterni, è importante per ever credibilità presso l’opinione pubblica.”
Nei primi mesi dopo gli attacchi dell’11 settembre, avvocati delle comunità e gruppi per i diritti civili erano cauti nel criticare pubblicamente i segreti governativi attorno alla detenzione in larga scala di musulmani. Il Dipartimento di Giustizia aveva assunto una posizione apparentemente equilibrata – a quel tempo – sul fatto che il rilascio di informazioni sui detenuti, avrebbe messo in pericolo la sicurezza del paese.
Quindi, con un memoriale di vasta portata, il 21 Settembre 2001, il Giudice capo dell’Immigrazione Michael Creppy, ordinò a tutti i giudici dell’immigrazione di sbarrare l’accesso alla stampa, al pubblico, ai familiari, sui casi ritenuti dal Procuratore Generale “di speciale interesse” per l’FBI. (L’AP ha riportato il dato secondo cui ad Aprile 2002 l’INS aveva già condotto almeno 700 procedimenti segreti di questo tipo). Il procuratore generale John Ashcroft ha fatto seguito lanciando un fermo avvertimento ai media e al partito dei curiosi, nel mese di Novembre, durante una conferenza stampa (citata da Hanna Rosin in un articolo sul Washington Post): “Quando gli USA sono in guerra, io non condividerò maggiori informazioni con i nostri nemici. Se così non fosse potremmo pure trasmettere la lista di detenuti direttamente alle rete di al Qaeda di Osama Bin Laden .”

Nessun sospetto terrorista
L’USA Patriot Act, approvato nell’ottobre 2001, ha dato al governo la possibilità di identificare individui come sospetti terroristi e imprigionarli fino a sette giorni senza imputazione. Viste tutte le detenzioni prolungate in maniera indefinita, crea perplessità che il Dipartimento di Giustizia non abbia identificato neanche una sola di queste detenzioni a lungo termine come di persona sospetta terrorista nei termini previsti dal Patriot Act.
Invece, il DOJ sta adoperando un’oscura legge ad interim dell’amministrazione Bush, per trattenere i detenuti un tempo indefinito. La legge prolunga il periodo di tempo di detenzione per un non-statunitense, da parte dell’INS, senza essere formalmente imputato, da 24 a 48 ore “o in caso di emergenza o altre straordinarie circostanze, l’INS può addizionare un ragionevole periodo di tempo per formulare l’accusa”.
Nel caso di un saudita, il “ragionevole” periodo di tempo, è diventato di 119 giorni, senza alla fine essere accusato di nessun reato specifico.
Quando alla fine è diventato chiaro che il 99% dei detenuti di “speciale interesse”, non avevano fatto nulla se non rimanere negli USA oltre i termini concessi dal visto o aver falsificato i dati personali per ottenere un impiego, gli avvocati si sono messi in moto. A Dicembre, sedici gruppi di diritti civili, hanno compilato un Atto della Libertà di Informazione (FOIA, Freedom of Information Act), una azione legale contro il Dipartimento di Giustizia, chiedendo informazioni sui detenuti. Inoltre il New Jersey American Civil Liberties Union (ACLU) ha vinto una causa contro la politica del governo di far condurre udienze segrete per le centinaia di detenuti dell’11 settembre. Il Dipartimento di Giustizia- che ora si trova a dover fronteggiare cinque cause separate sulla costituzionalità delle udienze a porte chiuse dei detenuti speciali – ha chiesto a una corte d’appello di prolungare la scadenza entro la quale rilasciare i nomi.

Chiamare le ambasciate straniere
Quando le richieste di informazioni hanno iniziato a essere insistenti, il neo-direttore dell’ACLU, Anthony Romero, ha messo in atto una tattica ingegnosa. Ha capito che, sebbene l’INS non aveva nessun obbligo di rilasciare all’interno degli USA informazioni su nessuno dei nomi , l’agenzia è obbligata a fornire informazioni alle ambasciate e consolati stranieri. Così, l’ACLU ha iniziato a contattare i consolati dei paesi che verosimilmente avevano propri cittadini detenuti, esortando i diplomatici a prendere contatto col Dipartimento di Giustizia per informazioni (la maggior parte dei detenuti è nativa di stati come Pakistan, Egitto, Turchia, Yemen, Tunisia, Arabia Saudita, Marocco e Giordania).
La opinionista Jennifer Van Bergen ha sottolineato l’ironia di tale decreto burocratico, in un articolo per Truthout.com: “Se motivi inerenti alla sicurezza nazionale esimono il governo degli Stati Uniti dal rilasciare alcuna informazione ai propri avvocati e cittadini, come è possibile che gli sia consentito rivelare tali notizie a nazioni come ad esempio il Pakistan?”
Diverse battaglie si stanno combattendo per fare una breccia intorno alla segretezza del governo su queste detenzioni. Il processo contro il il religioso musulmano Rabih Haddad a Detroit si è svolto in un clima di tale segretezza, riferisce l’inglese Indipendent, che “allo stesso Haddad è stato impedito di partecipare; è stato costretto a guardare tutto su un video dalla sua cella, senza diritto di partecipazione.” Un grande risalto di pubblicità e l’appoggio di diversi personaggi come John Conyers, un rappresentante democratico, e altre figure di spicco, hanno fatto la differenza per Haddad.
Ad aprile il giudice del distretto degli Stati Uniti Nancy Edumnds ha dichiarato incostituzionale il memoriale Creppy. Aprire il caso di Haddad, ha inoltre affermato, non avrebbe causato danni irreparabili alla sicurezza del paese. Questa decisione potrebbe rappresentare un precedente per i casi dell’11 settembre. Comunque il Dipartimento di Giustizia è ricorso in appello per diverse cause, in tutto il paese per proteggersi contro la perdita di informazioni.
In una memoria difensiva per mantenere la segretezza su un caso nel New Jersey a inizio maggio, il procuratore Michael Lindeman ha detto, parlando alla corte federale: “Questa è la più importante inchiesta per la sicurezza nazionale della storia degli USA. Dettagli che voi ed io potremmo ritenere innocui, [permetterebbero ad investigatori stranieri] di mettere insieme un quadro [di dove si sta indirizzando “l’inchiesta sul terrore negli USA]”.
Il giudice dell’immigrazione Sandra Nicholls, il cui ufficio è vicino a Ground Zero a Manhattam, è di diversa opinione. Lei guarda tutti i giorni in quel fosso ed ha le stesse preoccupazioni degli altri americani, ma da quando le settimane sono diventate mesi, non crede più che le persone detenute dall’INS siano effettivamente sottoposte a regolare processo. Dopo aver rappresentato diversi clienti per l’11 settembre alle udienze dell’INS, è giunta alla conclusione che le detenzioni di “speciale interesse” creano solo un falso senso di sicurezza per gli americani in cerca di risoluzioni.
Le ultime disposizioni nel caso del New Jersey, indicano che il Dipartimento di Giustizia può perdere terreno in tema di segretezza. Il 29 maggio, il giudice distrettuale degli Stati Uniti John W. Bissel ha rifiutato l’argomento della “sicurezza nazionale” per tenere segrete le udienze nei casi di “speciale interesse”.

I maldestri tentativi di spiegare gli errori da parte dell’INS
Mentre il Dipartimento di Giustizia si sforza di nascondere tutte le informazioni sui detenuti, l’INS continua a commettere gaffe pubblicamente, minando la reputazione del Dipartimento di Giustizia (seppur in buona fede). Mentre centinaia di detenuti ancora languono senza nome, il Commissario James W. Ziglar a marzo ha tentato di spiegare in maniera maldestra, come l’INS si sia comportato riguardo al rilascio del visto a Mohammed Atta e Marwan Al Shehhi, i dirottatori che hanno pilotato gli aerei contro le Torri Gemelle l’11 settembre.
L’ uscita dello scorso mese da parte dell’INS , ha riguardato l’aver fornito per sbaglio la lista dei detenuti top secret al General Accounting Office dopo che il senatore democratico Russ Feingold e il membro del Congresso Conyers, ne avevano fatto richiesta. “Stiamo combattendo tutte queste battaglie in tribunale per non renderla pubblica” ha rivelato una fonte interna al Dipartimento di Giustizia al New York Daily News “[Ziglar] sarà rimosso dal comando dell’INS per questo.”
Già abbastanza tempo prima dell’11 settembre, durante il Martin Luther King Day 2001, Il gruppo DRUM (Desis Rising Up and Moving) e diversi altri gruppi delle comunità di New York e New Jersey, promossero una campagna dal nome “Stop alle scomparse”, per richiamare alle proprie responsabilità l’INS. Da allora il DRUM ha compilato una lista di più di 100 persone scomparse, associate alla retata dell’11 settembre. “Riceviamo ancora numerose segnalazioni di casi di abusi e pessime condizioni di vita” afferma l’organizzatore del DRUM Monami Maulik.
Il Drum spera di localizzare un maggior numero i scomparsi, attraverso il corso volontario “Know Your Rights” che l’ACLU e l’American Friends Service Commitee offrono nei servizi penitenziari. “È più difficile organizzarsi nelle comunità di immigrati” parla ancora Maulik “la maggior parte delle persone con cui lavoriamo sono stottopagati e al nero, inquadrati da un ben preciso tipo di lavoro.” La documentazione in mano al DRUM, indica che il recente raid dell’INS ha coinvolto immigrati che lavoravano nei ristoranti, negozi, stazioni di benzina, e compagnie di Taxi. “Stanno lavorando per far tacere il dissenso politico, degli immigrati e delle altre comunità non allineate, per una guerra all’estero.”

Condizioni estremamente dure
Anser Mehmood è ora uno dei querelanti in un’azione legale contro John Ashcroft, il direttore dell’FBI Robert Mueller, il Commissario dell’INS Ziglar e contro i custodi e le guardie del Metropolitan Detention Center. La petizione per i diritti civili, presentata dal Centro per i Diritti Costituzionali, afferma che i detenuti musulmani sono stati soggetti ad “assurde ed eccessivamente dure condizioni”. La stampa internazionale ad aprile ha riportato che gli avvocati che si occupano di immigrazione, prevedono che approssimativamente 100 detenuti (ed ex detenuti), presenteranno una simile petizione.
Non è dato sapere quanti dei detenuti originariamente provengano dal Colorado. Comunque almeno un iraniano detenuto al Wackenhut di Denver, è stato colpito da quello che si potrebbe dire un colpo apoplettico in condizioni di totale isolamento. Non ha ricevuto nessuna cura per tre mesi nonostante i sintomi. E Muhammed Butt, un pakistano detenuto per violazione del visto, è morto di un attacco di cuore al centro correzionale della contea di Hudson nel New Jersey. Secondo un’indagine di Anne-Marie Cusac di The Progressive, il compagno di cella di Butt ha detto agli osservatori di Human Rights Watch che Butt aveva richiesto cure mediche diverse volte nei dieci giorni prima della sua morte. Ha colpito sulla porta della cella inutilmente il giorno che è morto.
Sfortunatamente, l’indagine del Dipartimento di Giustizia nei confronti di un numero crescente di violazioni dei diritti umani nelle detenzioni dell’INS, ha causato rappresaglie da parte delle guardie carcerarie. Il 24 Maggio, il Washington Post ha riportato che immediatamente dopo le interviste del Dipartimento di Giustizia, le guardie del Metropolitan Detention Center hanno aumentato gli abusi e le minacce contro i detenuti. Questi ultimi, hanno organizzato uno sciopero della fame per protestare contro la nuova ondata di soprusi.

L’11 settembre sui libri di storia
Da un punto di vista così vicino come quello attuale è difficile accertare le ripercussioni storiche delle detenzioni dell’11 settembre. Al di là di qualsiasi rimedio possa essere posto dalle corti dei tribunali, molti credono che il danno sia ormai già stato fatto. “Sicuramente, nel XXI secolo l’America e l’INS avrebbero potuto fare qualcosa di meglio che dire se sei arabo, sei sospettato. Queste pratiche sono controproducenti e creano il gelo con l’intera comunità araba americana e americana musulmana” ha scritto il rappresentate del congresso Conyers in un comunicato stampa.
Sohail Mohammed aggiunge “Con cinquanta anni di ritardo abbiamo capito che avevamo compiuto un errore contro i giapponesi-americani e su quella stessa linea tra 50 anni diremo le stesse cose a proposito degli americani-musulmani. Dovremmo promuovere lo stato di diritto, più che quello del non-diritto. Una volta analizzati i singoli casi, i detenuti devono essere trattenuti o liberati, non rinchiusi senza alcuna imputazione. Ciò mina seriamente il processo democratico la cui causa sposiamo in giro per il mondo.”

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Nota:
Incommunicado: è una catalogazione delle persone arrestate dalla polizia per le quali si dispone l’azzeramento totale dei contatti con l’esterno, senza possibilità di avvertire o incontrare nessun avvocato o conoscente.

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