gadamer.jpgdi Hans-Georg Gadamer

Plotino pronunciava dei “discorsi”; noi oggi parleremmo di “lezioni”, ma per me questo termine è una mostruosità linguistica: non penso che si possa fare filosofia per mezzo di una lectio, cioè leggendo ad alta voce un testo. È necessario, invece, rivolgersi direttamente a chi ascolta; e per far questo si deve evitare il ricorso a un testo scritto, precedentemente elaborato per un lettore anonimo. Ecco quale fu l’aspetto straordinario di Plotino: aveva questa capacità! Egli teneva discorsi piuttosto brevi (di circa mezz’ora) che hanno lasciato una profonda impronta umana e spirituale. Plotino era, come direbbe Max Weber, un “individuo carismatico”. La sua apparizione doveva possedere un magnetismo che catturava l’intera Corte imperiale.

plotino.gifPlotino era quello che si direbbe “un vero asceta”; la sua spiritualità giungeva a rasentare lo spiritualismo. Si racconta che una volta disse di vergognarsi di possedere un corpo. Che un Plato redivivus, un nuovo Platone del terzo secolo dopo Cristo, possa affermare questo di sé, dimostra l’enorme distanza e la grande trasformazione che lo separano dall’Atene piena di vita dell’età classica, che si spegne poi nell’atmosfera di decadenza della cultura pagana nell’epoca di Plotino. È già molto indicativo che un platonico del terzo secolo potesse riferirsi a se stesso con queste parole. Certo, anche Platone conosceva l’arte di sublimare le seduzioni e i tormenti propri di un’anima sconvolta. Nel Fedone, ad esempio, egli ha delineato il meraviglioso ritratto di Socrate morente, che fino all’ultimo istante, con l’assoluto dominio… di tutta la sua forte personalità, parla ai suoi amici della morte. Plotino era evidentemente il portavoce di un nuovo modo di pensare. Occasionalmente… nei suoi discorsi ricorre l’espressione “lassù”. Con questo “lassù” egli addita qualcosa di irraggiungibile, di invisibile per noi, che è tuttavia fondamentale. I suoi scritti conservano un tono lieve, non sono particolarmente difficili da leggere, poiché, pur contenendo osservazioni acute, sono sempre direttamente rivolti a coloro che stanno ascoltando.

LA FORZA POETICA DEL PENSIERO
È impossibile presentare tutti gli scritti di Plotino. Di quali oggetti si occupassero e in che modo venissero affrontati, può risultare soltanto da esempi. Ne sceglierò uno che, in una certa prospettiva, ritengo importante. Nella selezione che intendo operare, dovrò ricorrere a una traduzione moderna. Mi sarebbe impossibile lavorare con il testo greco, anche perché la sua prosa greca, in questo caso, non è certo facile.
È anche per questo che Plotino non ha esercitato un’influenza diretta sulla storia della filosofia. Fu solo con il Romanticismo tedesco che si produssero, per la prima volta, buone traduzioni tedesche di Plotino; naturalmente c’erano versioni latine preesistenti, ma queste sono andate perdute nella tradizione latina della Scolastica. Rimanevano però i testi greci, e proprio questi ultimi hanno cominciato a essere trasposti in tedesco in epoca romantica. Friedrich Creuzer, amico di Hegel, fu uno dei primi a tradurre Plotino. Hegel era diffidente nei confronti di Plotino; secondo questo “svevo caparbio” c’era un’atmosfera un po’ troppo poetica nelle meditazioni di Plotino. Gli preferiva il filosofo che alcuni secoli dopo ne sistematizzò il pensiero, Proclo, ravvisando in quest’ultimo l’effettiva eredità della filosofia greca. Su questo non possiamo concordare. Ciò che vale per Platone, vale anche per Plotino: entrambi, con la forza poetica della loro opera, sono spiriti senza tempo; entrambi, nonostante la distanza e la diversità del nostro mondo concettuale rispetto alla loro forma mentis, sono comunque in grado di parlarci con immediatezza.
In una piccola antologia da me curata, in cui ho incluso anche Plotino, ho voluto ritradurre uno scritto, un suo testo. Mi sono sforzato enormemente di restituire almeno in parte la maestria linguistica e l’incanto poetico di queste pagine. Rileggendole oggi, mi sgomenta un forte senso di estraneità. Vorrei ora esporre qualcosa di questo scritto, a titolo di esempio. Esso è intitolato Perì fìseos, perì theorìas kai tù enòs, “Sulla natura, la “theoria” (cioè la contemplazione o intuizione) e l’Uno”: sono tre temi riuniti insieme, che attraversano il pensiero di Plotino nel suo complesso. Chiarisco però subito come tradurrei oggi. Per quanto riguarda il termine natura, esso rimane intoccabile: “fìsis” è “fìsis”, e “natura” è “natura”; e questa versione è accolta in tutte le lingue, ormai è definitiva! Ma per quanto concerne la “theoria”, è proprio necessario conoscere il greco per sapere di che cosa si tratta. “Theoria” è… il prendere parte, come osservatori, a funzioni di culto; quindi, in sostanza, è un termine religioso: esso sta a indicare una sorta di partecipazione a qualcosa che avviene. Oggi modificherei il titolo come segue: “Sulla natura, sull’aprirsi alla contemplazione e sull’Uno”.

L’INCANTO DEL PURO SCATURIRE
“Aprirsi alla contemplazione”: vorrei fare un paio di esempi per spiegare che cosa debba risultare da questa traduzione, ammesso che sia corretta. Il termine tedesco che adopero – “Aufgehen” – è quanto mai adatto alla natura: quando viene la primavera e tutto sboccia e si schiude – Aufgehen! – ecco, che cos’è la natura: questo dischiudersi e aprirsi, oppure il levare del sole (ancora: Aufgehen!). Con questa parola descriviamo qualcosa di diametralmente opposto rispetto alla scienza della natura e alle moderne discipline scientifiche. Voglio dire che Plotino, con la sua analisi della natura, intesa come “Aufgehen”, pensa allo “schiudersi in sé e per sé”: una formulazione che non ha niente a che vedere con le scienze naturali: egli ha in mente la natura nel suo puro scaturire, non quella che viene indagata dalla scienza in tutti i suoi fenomeni e in tutte le sue leggi. Questo sprofondare nella fìsis, nello “schiudersi”, diviene per Plotino il modello per l’esperienza dell’essere in generale, diventa un archetipo metafisico. Il termine “Aufgehen” è usato anche in altre espressioni, ad esempio per intendere l’aprirsi degli occhi: “Mi si sono aperti gli occhi”, vale a dire “adesso comincio a vedere, quello che già sempre avrei potuto vedere!”. Pertanto, l’uso di questa espressione si accompagna a un notevole potenziamento della facoltà di osservare: lo schiudersi della natura ritorna nella “natura naturata”, concepita da un seguace di Plotino, Scoto Eriugena, uno dei grandi autori del Medioevo. Il suo senso risulta arricchito considerando altresì il ruolo dell’osservatore (non colui che assiste passivamente a uno spettacolo teatrale,… bensì lo spettatore del teatro greco, che è membro di una comunità di culto.…). L’assistere a uno spettacolo è appunto: “aprirsi alla contemplazione”. Insomma, non c’è più frattura alcuna fra me, spettatore, e il palcoscenico sul quale Edipo si dispera per il suo tragico errore o Antigone va incontro alla morte… per la ragion di Stato e per amore del fratello. Queste cose, che ci affascinano e ci incantano, stanno a significare che noi siamo assorbiti – Aufgehen – in tutto ciò, senza che rimanga alcun residuo delle nostre ansie, dei nostri progetti di oggi e di domani: siamo rapiti dal nuovo presente. In effetti, Plotino parla dello Aufgehen anche in quest’ultimo senso, che trova il proprio compimento nel “risolversi nell’Uno”, nel divino.
Plotino ha raccontato di aver vissuto due volte, nella sua vita, questo istante in cui era così interamente assorbito nell’Uno divino, da poter riconoscere se stesso solo dopo essere tornato indietro da questa unione.

LA FONTE INESAURIBILE DELL’UNO
Di fatto, le trattazioni di Plotino non erano lezioni in senso stretto, ma “esposizioni”. Vorrei aggiungere che anche le nostre lezioni dovrebbero essere “esposizioni”, nel senso letterale del termine: dovrebbero “esporre” qualcosa davanti all’ascoltatore, ed “esporre” lui stesso allo sforzo di vedere. È tutt’altra cosa rispetto alla lectio.
In quello scritto, Plotino ha anche parlato dei tre “stadi”: la natura, l’anima e lo spirito. Non si tratta però di un sistema filosofico. Lo è diventato soltanto in seguito, in parte già con Proclo, e poi, seguendo il destino della filosofia, nell’età moderna. Si tratta, in realtà, di un cammino ascensionale di apertura, che si risolve nell’Uno. Quando la natura si apre, vediamo effettivamente realizzarsi qualcosa che è stato lungamente atteso. Chi conosce il Meridione e ha presente i primi temporali autunnali, quando all’improvviso tutto rinverdisce; chi ha fatto analoghe esperienze di ciò che la natura può offrire, ben comprende che cosa sia quella natura creatrice, che, aprendosi, si specchia in se stessa. In questi casi parliamo di “contemplazione”, ma bisogna intendere bene l’uso di questo termine: non è un semplice contemplare, nel senso di “stare a guardare”, o “dirigere lo sguardo verso qualcosa”. No! Non è così che si specchia la natura; è piuttosto come se i fiori o i frutti fossero interamente assorbiti proprio nella cornice di ciò che sono.… Ovviamente la natura possiede, in questo senso, una incredibile presenza; e ciò mi induce a ricorrere, ancora una volta, a un termine tedesco. Plotino fa uso infatti di immagini, spesso anche molto eloquenti, e una delle sue similitudini più belle è quella della sorgente. Che cos’è, in realtà, una sorgente, una fonte? È acqua che sgorga in continuazione e che alla fine riempie tutti i fiumi e i mari, senza mai venir meno. Questo è il grande mistero: è “dappertutto”. Ho prestato particolare attenzione, meditando su Plotino, al significato della parola tedesca “überall”, “dappertutto”. “Über” (sopra), “all” (tutto); che vuol dire? Più di tutto? Meno di tutto? Al di sopra di tutto? Ciò che è sommo? Oppure ciò che, essendo “sopra tutto”, è anche dappertutto? Ecco il senso della metafora della sorgente: l’acqua – che è dovunque – è l’acqua della fonte. L’espressione tecnica, creata nella traduzione latina per rendere questa idea, è “emanazione”; Plotino viene chiamato “il filosofo dell’emanazione”, poiché l’intero teatro del mondo, che egli “espone” – appunto – davanti agli occhi dello spettatore, questo scaturire di tutte le cose da un’unica sorgente, si spiega proprio così; e infine, dalla molteplicità di tutto ciò che accade, esso ci riunifica, ci assorbe interamente in ciò che “è”. Così si realizza il secondo stadio, dalla natura all’anima.
L’anima non dev’essere intesa come la nostra chiusa interiorità, a suggerire già un concetto cristiano di anima: è pur sempre la nozione greca di anima, cioè la fonte della vita, presente in ogni essere vivente. Anche questa è una sorgente.

IL TACITO PENSIERO DELLA NATURA
Plotino ricorre anche a un’altra immagine: dice che il mondo è come un enorme albero. L’albero trae nutrimento dal terreno, dalle radici. La vita, dunque, è qui. No, no! La vita è nel tronco, nei rami,… in tutta la chioma frondosa che ricade da quest’albero gigantesco. Questo è l'”ovunque” dell’essere. Ma proprio questo “Uno”, che si rivela nel suo fondamento, è estremamente difficile da esprimere; alle volte, però, Plotino ricorre a formulazioni che siamo in grado di rendere anche in termini attuali e che ci toccano da vicino. Egli scrive di questa “visione”, da cui veniamo assorbiti, quando ci abbandoniamo alla contemplazione dell’Uno: ne parla come di “pensieri”, ed è inevitabile che la traduzione debba ricorrere a questi concetti. Però troviamo anche l’espressione “tacito pensiero della natura”… Viene da chiedersi se non sia già Rousseau, o magari Petrarca: la prima scoperta della voce “che parla con silenzio”. Vi risuona insomma qualcosa di tutto ciò: la tacita segretezza del “genio vegetativo” della natura – se posso usare questa espressione. Questa “quiete” – una delle espressioni predilette di Plotino – si manifesta in tutto ciò che muta e che scorre; e qui si avverte tutta l’eredità platonica nella filosofia di Plotino.
A questo proposito, devo tornare brevemente a Platone. Un punto fermo, su cui non è necessario aggiungere altro, è che con Platone viene posta la domanda socratica sulla vita virtuosa, e quindi anche, in un certo senso, sull’anima e sullo spirito… Ma i mezzi con i quali un Greco di quest’epoca poteva esprimersi sul mistero della chiarezza, della perspicacia del pensiero e della coscienza, erano ovviamente gli stessi che gli provenivano dall’osservazione della natura nel suo dischiudersi, cioè il movimento e la quiete. Ma movimento e quiete si identificano in Platone – anzi coincidono – con il pensiero della diversità e della medesimezza. “Identità e differenza”, questi termini tecnici della logica, che tanto timore incutono, sono al tempo stesso la quintessenza di quiete e movimento; e proprio questo è il segreto della nostra esistenza spirituale: l’identità con noi stessi, nonostante questo flusso di immagini e di pensieri che ci attraversano, nei quali riconosciamo però sempre i nostri pensieri e i nostri concetti, in quanto è per opera nostra, e all’interno di noi stessi, che questo fluire si raccoglie infine in un sapere unitario. Anche questo è un segno della dottrina platonica. Improvvisamente, nel testo plotiniano, viene nominato “l’auriga”. Tutti ricordano quel meraviglioso racconto del Fedro, nel quale Socrate, come per mitico incanto, nel pieno di un afoso meriggio, passeggiando sulle rive dell’Ilisso presso Atene, parla dell’ascesa al divino, della salita degli dèi che sul loro carro procedono verso la sommità del cielo, per contemplare le verità del mondo, mentre gli uomini, sul loro carro e con i loro aurighi, cercano di seguire gli dèi, ma senza riuscirci, poiché i cavalli sono ribelli e l’auriga è costretto a ricondurre il carro sulla terra. Ebbene, l’auriga è un simbolo platonico, mentre il “tacito pensiero” è forse una metafora autonoma dello stesso Plotino.

L’ESTASI DELLA CONTEMPLAZIONE
Se ora affermiamo che l’anima è questo fondamento, che investe di sé ogni cosa, e che unifica tutto il “vivente”, come mai, allora, ci chiediamo, quando qualcosa ci duole, non ci limitiamo a esclamare “fa male”, bensì “mi fa male”, è “a me che questa ferita al dito procura dolore!” Ecco, questo è il punto di raccordo fra il semplice percepire e il provare sulla propria pelle, che vale anche per tutte le impressioni, le offese e i dispiaceri della vita.
Torniamo così, ancora una volta, a quella che la filosofia greca (come abbiamo visto) individua, a partire da Parmenide, come la forma suprema di consapevolezza: il nùs. Questo concetto peculiare può essere tradotto con “spirito” o “ragione”. Per i Tedeschi è meglio “spirito”, un termine che richiama quell'”essere ovunque” di cui si è detto. Già in altra occasione ho avuto modo di osservare che l’evidenza matematica, con la quale comprendiamo una dimostrazione, accende in noi una luce: questa non proviene da noi stessi, bensì è ciò che ci consente di vedere chiaro. Lo stesso accade nella descrizione plotiniana dell’ascesa oltre l’anima, che raggiunge lo spirito, inteso come consapevolezza di ciò che è. In Plotino ci sono molti esempi e metafore che illuminano questa realtà.
Plotino descrive ripetutamente le modalità della nostra conoscenza, cioè di quella reminiscenza che ha luogo nell’ascesa del pensiero. L’Uno è ovunque. È proprio per questo che lo ritroviamo in ogni cosa, … è il terreno che tutto alimenta. Con ciò, l’assorbimento assume forme sempre più elevate, finché ci risolviamo a tal punto in ciò che ci ricolma, da perdere la stessa cognizione e sensazione di noi stessi. Le esperienze più importanti dell’esistenza umana avranno sempre il carattere dell'”estasi”, cioè di uno “stare fuori di sé”. Tutto ciò che turba o che incoraggia la nostra esistenza fisica e i moti del nostro animo, si sublima per Plotino in un’estasi suprema, in attimi di vera felicità, come la chiamavano i Greci. Noi stessi sappiamo bene di che cosa si tratta, quando ad esempio contempliamo il bello, quando cioè l’Uno si offre in una forma, la cui visione ci assorbe interamente: accade in questo momento anche a me, che ho appena potuto ammirare, qui al Museo Nazionale di Napoli,… gli affreschi pompeiani recentemente esposti. Il nostro intimo è assorbito nella contemplazione: non è più se stesso, eppure è proprio in esso che ciò accade. Questo è un esempio di ciò che ciascuno di noi ha ricevuto in eredità dal neoplatonismo, da Plotino. Il giovane Hegel ha descritto questa esperienza in maniera stupenda – lui che fu, peraltro, un poeta mediocre! La sua lirica Eleusis è una composizione scolastica abbastanza scadente, ma quando descrive come viene assorbito dalla contemplazione del sorgere del sole, affermando “io non sono più io”, riprende proprio l’intuizione plotiniana dell’aldilà, che la storia universale del cristianesimo avrebbe poi riscritto a lettere d’oro.

L’ELEVAZIONE DELL’ANIMA
Rivolgendo lo sguardo al pensiero di Plotino, vi si scorge comunque qualcosa di quella nascente concezione dell’aldilà di cui il cristianesimo ha fatto dono, con la sua promessa e il suo messaggio, al mondo antico ormai avviato verso il tramonto. Qualcosa di questa atmosfera escatologica appare qui in veste davvero peculiare, non già nella forma del culto, bensì come concentrazione dell’anima e forza spirituale del pensiero. È assente, però, la pretesa che queste realtà umane riescano, da sole, a risolvere il mistero della nostra esistenza, della morte e dell’aldilà. Una tale tendenza era invece diffusa in molti esponenti della filosofia di quel tempo: a proposito di questi fenomeni del mondo tardo-antico si parla della cosiddetta “gnosi”. C’era uno gnosticismo ebraico, come oggi sappiamo, c’era una gnosi greca e una gnosi cristiana. Si tratta di correnti e dottrine che pretendevano di rendere accessibili i misteri religiosi grazie alla forza del pensiero e del concetto. Questo è il grande pericolo in cui si muove sempre la filosofia. Nemmeno Hegel si è salvato da questo genere di critica: è stato detto, infatti, che il suo superamento del mondo della rappresentazione (quello cioè della sfera religiosa) per raggiungere il concetto e il sapere assoluto, altro non è che una gnosi. Ritengo che, nel caso di Hegel, questo giudizio non sia del tutto corretto: egli non ha affermato che la forma del concetto sia separabile dall’altra forma, quella della rappresentazione, affidata al cristianesimo dalla Rivelazione divina. Lo stesso rimprovero potrebbe essere rivolto a Plotino, ravvisando in lui una via della ricerca, che ci condurrebbe infine alla contemplazione dell’Uno. Ma non è affatto così: noi non potremo mai disporre di quest’Uno a nostro piacimento; lo stesso Plotino è riuscito solo due volte, nella sua vita, come racconta, a raggiungere in quest’attimo di pienezza la dimenticanza di sé. Poi, però, comincia una nuova separazione da se stessi: la conoscenza. Io sono qui, distinto dagli altri; la natura è altro da me, e l’intero cammino riprende così da capo. Pertanto, l’ascesa dell’anima non è l’iniziazione a un mistero, bensì un’esperienza che ciascuno può fare, con la forza del proprio pensiero, ma anche aprendosi a quel mistero che domina la nostra vita.

LA GNOSI E LA GRAZIA
A ben guardare, quello che io descrivo come un’elevazione dell’anima, nella quale l’uomo si raccoglie tutto nella sua interiorità, per essere interamente assorbito, infine, nella contemplazione, non è un’ascesa che conduca a un sapere. Si tratta piuttosto di una disposizione ad accogliere, alla quale poi il cristianesimo ha dato il nome di “fede”, indicando in essa un dono della Grazia. Il concetto cristiano di Grazia va tenuto sempre ben distinto dalla gnosi. Alle volte si usa impropriamente il termine “gnosticismo”, solo perché si percepisce un certo linguaggio gnostico. E quest’ultimo può nascere dalla consapevolezza della nostra impotenza di fronte a quanto ci viene offerto dal messaggio cristiano. Ritengo, personalmente, che questo sia il caso di Hegel, come pure di quanti mettono un così forte accento sull’Uno, di cui non si può dire niente altro se non che è l’Uno; ciò vale anche per la meditazione di Heidegger intorno alla metafisica cristiana. Secondo me è gnostico uno che voglia affermare di essere in qualche modo in possesso dei misteri della religione e del divino. Ma finché si tratta solo di uno sforzo di ascesi, è più giusto parlare di un’apertura al dono della Grazia.

IL VALORE DELLA FILOSOFIA
La situazione mondiale è critica. Anche in Europa, e più ancora in alcuni Paesi sottosviluppati, si assiste a un’inquietante tendenza al pessimismo da parte dei giovani, che vorrebbero vedere nel proprio futuro una vita migliore e più ricca, e pensano che tutto ciò sia possibile soprattutto grazie allo sviluppo dell’economia, della scienza e della tecnologia. Essi cominciano però a rendersi conto dei problemi cui si va incontro, sotto tutti gli aspetti, anche nei Paesi altamente industrializzati. E se qualcuno sostiene che si dovrebbe guardare di più alla filosofia, con la quale, un tempo, l’Occidente avviò il proprio cammino spirituale, i giovani chiedono sbalorditi: “Chi mai si interessa di filosofia?” Secondo me, ci si renderà conto, un po’ alla volta, che questo modo di vedere è il sintomo di una pericolosa unilateralità nel nostro modo di affrontare il mondo. È una falsità: nessuno crede, infatti, che la tecnica abbia ormai risolto il problema della morte, o magari il problema della fame nel mondo, o che sarà capace di mettere fine ai conflitti razziali – cosicché avremmo risolto tutto! Questa fede nel progresso è controversa. Le religioni, dal canto loro, laddove possono contare su una lunga consuetudine di culto e di insegnamento, possiedono ancora oggi un forte impatto sociale. Però la situazione è tale, che esse non sono più in grado, da sole, di orientare verso un certo stile di vita un mondo dominato dalla scienza, dalla ricerca e da tutte le possibili speranze di progresso che la scienza e la tecnica diffondono negli animi.
Alla domanda sul valore che può avere oggi la filosofia, devo rispondere affermando che non si immagina nemmeno quante siano le persone che si occupano a tempo pieno di filosofia, anche fra i giovani. Secondo me, non accadrà mai che negli anni dell’adolescenza un giovane non venga in qualche modo toccato da domande filosofiche. Certe volte, già nella prima pubertà si affaccia la questione della morte; anzi, persino nei bambini. Insomma, è una assurdità ritenere che la filosofia sia esclusivo appannaggio di persone particolarmente colte, che parlano in modo del tutto incomprensibile. I problemi filosofici, così come quelli religiosi, sono problemi umani.
Ma le religioni non raggiungono tutti gli uomini, sebbene tentino di fornire a ciascuno risposte su molte cose. In questo senso la tradizione cristiana, che perdura già da molto tempo, mi sembra ci abbia dato molto. Ancora oggi, a mio avviso, la tradizione e il patrimonio culturale, artistico e scientifico alimentano indirettamente – ovunque – questo bisogno dell’uomo di trovare una risposta ai propri interrogativi. Il filosofo di professione (il cosiddetto professore di filosofia) è un’istituzione magari obsoleta. È in effetti molto difficile muoversi in tali questioni: anche un giovane – o un anziano che in ospedale lentamente muore di una malattia incurabile – sono messi di fronte a questo bisogno di trovare risposta alle domande sul destino del mondo e sul futuro dell’esistenza umana. E poi i figli, le generazioni che verranno, l’amicizia: sono problemi con cui tutti sono chiamati a confrontarsi, i vecchi come i giovani.
Francamente, io penso che sia frivolo ottimismo ritenere che ciò che interessa agli uomini siano solo le scoperte più recenti nel campo… degli aerei, delle automobili o dei frigoriferi. La verità è tutt’altra. In realtà, agli uomini stanno a cuore quelle questioni che riguardano tutti, e alle quali non si trova alcun rimedio diretto. Fino ad ora la grandezza della nostra storia occidentale (ma anche di tutte le altre grandi culture) è stata questa: aver trasmesso una lunga tradizione di conoscenza al fine di affrontare i problemi vitali per l’uomo, quest’incredibile prodigio nel dominio della natura (un essere che vuol sapere ciò che non si può sapere). Questo è filosofia! Non possiamo concepirla come una sorta di completamento della formazione, bensì come stimolo a coltivare il bisogno di imparare a riflettere meglio sulle tematiche concernenti la nostra vita, quella dei nostri amici, della comunità, insomma tutte le domande che continuamente ci poniamo davanti a Dio e agli uomini. Così potremo adempiere nel modo migliore a quei compiti che l’agire umano ci impone.

A mio avviso, la filosofia necessiterà di un lungo processo educativo per mostrare all’umanità nuove vie di coesistenza. Queste dovranno consistere nella “solidarietà”. Quello che ci può davvero salvare dall’autodistruzione è la solidarietà di fronte al fatto che ci troviamo tutti nella stessa barca. Pensiamo, ad esempio, alla questione ecologica: nessuno può immaginare di risolvere un simile problema all’interno dei confini di una sola area culturale o di uno Stato. È un problema globale. Lo stesso si può affermare a proposito della guerra. Un conflitto fra grandi potenze (oggi, sulla Terra,) equivale a un suicidio di massa, e alla distruzione dell’intero pianeta. Tutto questo ci è noto, e di fronte a cose del genere non ci resta che dire: la situazione richiede, nella lunga durata, la coscienza della solidarietà, la sola che sia in grado di farci assumere misure razionali, tali da proteggere il progresso delle nostre conoscenze dalle peggiori minacce che incombono sull’umanità. Per questo io sono convinto che la filosofia, oggi, debba assumersi un compito più impegnativo che mai, proprio perché lo smisurato sviluppo delle potenzialità umane non è più guidato da grandi istanze spirituali.

Se ho ragione nell’affermare che la situazione mondiale ha bisogno più che mai del pensiero, del pensiero filosofico, e che soprattutto la gioventù esprima questa necessità con grande vigore, allora occorre che in ogni Paese si attivino queste energie. Noi, in Europa, avvertiamo l’impronta della nostra tradizione. In tal senso ritengo che l’Europa abbia un ruolo particolarmente importante, nel momento in cui la filosofia sta conoscendo una sorta di diffusione globale, quasi come la tecnica e la scienza. Ma per far sì che tutto ciò concresca da un sapere fecondo, è necessario rivitalizzare continuamente la nostra storia.
Trovandomi nel Mezzogiorno d’Italia, io avverto le forze vitali della terra del sud; sento che qui c’erano i pitagorici. Ho voluto visitare la Sicilia, per vedere i luoghi (Siracusa, ad esempio) dove Platone si recò più volte, per mettere in pratica quelle dottrine che aveva tratto dall’esperienza della democrazia greca, e farne un centro storico mondiale; Siracusa era infatti, a quel tempo, il grande baluardo contro Cartagine. Senza le rilevanti forze politiche della Sicilia, la stessa storia di Roma non sarebbe stata quella che fu. Ecco, sono dell’idea che vi sarà una globalizzazione; ma la via da intraprendere non può essere quella di mettersi magari a studiare per un paio d’anni il cinese per far propria la tradizione cinese. No! I costumi e le lingue sono potenze che traggono la loro forza da molte generazioni; e noi dobbiamo prestare ascolto alla tradizione all’interno della quale siamo nati e nella quale viviamo.

[da LA STORIA DELLA FILOSOFIA RACCONTATA DA HANS-GEORG GADAMER]