di Daniela Bandini

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Marco Philopat, La Banda Bellini, ShaKe, seconda edizione, 2003, pp. 191, €12,00.

La Banda Bellini è uno dei pochissimi esempi di come si possa e si debba scrivere un libro sugli anni ’70 senza scadere nella triste e logora figura del reduce: sia esso nostalgico, disilluso o pentito. Anni vissuti in piena e orgogliosa militanza, attraversando nei fatti la storia che ha capovolto gli orizzonti del sistema. Il protagonista, Andrea Bellini, è il personaggio che i fascisti cercheranno di fare fuori proprio all’inizio del primo capitolo, ed è lo stesso che, nell’ultimo capitolo, si salverà scaraventando giù dalla finestra contro la macchina dei suoi persecutori diverse bottiglie di acqua frizzante (all’epoca tutte rigorosamente di vetro).


L’infanzia di Andrea è segnata dalla figura di un padre che ha fatto la resistenza, e che non riesce a piegarsi ai dettami di un PCI imborghesito e poco stimolante, riempiendo la testa a lui e ai suoi due fratelli (la futura banda Bellini) di lotte e sparatorie, di repubblichini e di traditori. La madre, che materialmente li tirerà su, è una pratica e zelante sarta, che vuole vedere i propri figli studiare, e studiare in quei licei della Milano bene dove appunto andavano solo i ragazzi della Milano bene, dove il fatto di essere vestiti in maniera diversa (e lo si riconosceva lontano un miglio un abito firmato da uno no, allora…) voleva dire la morte sociale, l’emarginazione, la messa al bando. Potevi al massimo riscuotere la simpatia di qualche insegnante politicizzato, che cominciava allora a fare capolino tra un corpo docente selezionato e assunto in base alla graduatoria dalla lista degli iscritti della Dc, dell’MSI o della Curia locale, su richiesta o favore di qualche politico.
La cosiddetta “ribellione giovanile” nasce davvero come necessità fisica, di respiro, di cambiare la faccia e i connotati di quartieri e zone della città dove andare in giro “diversi” significava essere come minimo infastiditi, di cambiare l’impronta di una scuola fascista e succube del potere, fino a capovolgere i rapporti di forza.
Si comincerà proprio dal quartiere, e dall’esultanza di essere più di loro, di essere tra quelli che non devono più scappare e che vedono gli altri, finalmente, darsela a gambe. Emergono in primo piano i ray-ban, simbolo dell’altra gioventù, quella da combattere, quella che rappresenta il tuo nemico, il nemico dei tuoi compagni, della tua gente. E infatti i ray-ban diventano il simbolo, il trofeo da riportare al tuo gruppo, ai tuoi compagni, per dire: “un altro di meno!”
L’Italia degli anni ’70, e il libro la descrive bene, è un’Italia che fa i conti con dei rappresentanti della politica locale e dello Stato, degli apparati giudiziari e repressivi, fortemente radicati a destra. Certe cose le rivedremo ancora, con lo stesso ribrezzo, nei fatti di Genova e Napoli, dove i comportamenti tenuti dalla polizia sembrano essere gli stessi dei corpi scelti di Pinochet, talmente forte trasuda la carica ideologica fascista e il disprezzo per le differenze.
Sono gli anni della “manifestazione antifascista a Piazza della Loggia (otto morti, più di cento feriti). La celere, che uccide: Giannino Zibecchi che viene investito brutalmente… Noi siamo asserragliati dietro le barricate quando arriva Manina — il capo militare della squadra speciale del Caf (Comitati antifascisti) piangente — è lui che ci dà la notizia — improvvisamente si calma tutto — usciamo allo scoperto — i blindati e le camionette sono spariti — i lacrimogeni sparsi si stanno spegnendo — prima dell’arrivo dell’ambulanza tutti abbiamo visto fuoriuscire lentamente dal cranio — il cervello di Zibecchi che scivolava sull’asfalto… Storditi, in silenzio…”
Sono questi ragazzi del servizio d’ordine (ogni gruppo ne creerà uno proprio) ai quali si affideranno Dario Fo e Franca Rame dopo lo stupro di gruppo subito da quest’ultima a bordo di una camionetta delle “forze dell’ordine”. Tanti ne uccide la polizia, i fascisti, tanti ne ucciderà l’eroina, lo sballo a oltranza, il terrorismo… Tanti ne ucciderà soprattutto la repressione, e una sinistra istituzionale ottusa che guarda con fastidio la nascita e la crescita sociale di movimenti che vogliono continuare la lotta contro il fascismo – ripeto, radicatissimo in tutte le strutture fondamentali del paese. Una sinistra che mal sopporta la determinazione culturale di andare oltre i suoi limiti, una sinistra che farà di tutto, con la criminalizzazione dei movimenti, affinché tutto finisca. E finirà, ma non senza colpo ferire…
Ci si renderà conto, forse troppo tardi, che ciò che è stato tolto a quelle persone è stato tolto a tutte le conquiste di quegli anni e di quelli a venire. I diritti degli operai, ma non solo, dei proletari in senso generale, ecco l’autentica rivoluzione di quel tempo. Non solo terminologica. Gente della periferia, come la descrive bene Philopat, che comincia ad avere un ruolo nella storia. L’emarginato che trova il suo spazio, lo sballato, tutte persone che finalmente modellano una realtà che non chiede loro il conto. E in tutte queste vicende c’è la Banda Bellini, eroi senza volerlo di un’epoca che non smette, alla lettura storica, di confermare le ragioni di ogni singola lotta, di ogni singola utopia pensata, scritta, inscenata, urlata durante il suo corso.

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