di Tommaso De Lorenzis
[versione estesa della recensione uscita su L’Unità il 25.4.04]

librocasobattistismall.gifTommaso De LorenzisL’agilità di questo libro, che dell’instant book ha solo l’urgenza della composizione, cozza in modo lampante con la greve densità di temi affrontati senza remore né riverenze di sorta.
Occorre chiarire come il caso Battisti non sia il caso di Cesare Battisti, autore noir di fama internazionale, un tempo militante dei Proletari armati per il comunismo, condannato in contumacia da un tribunale della Repubblica, e più tardi riparato in Francia. Il caso Battisti è l’ultimo capitolo di una storia trentennale che passa sotto il nome di «emergenza» e racconta quel processo di costante ri-definizione del Nemico Pubblico, attraverso il quale determinati apparati dello Stato hanno attuato un arretramento sistematico delle garanzie costituzionali. Non a caso, l’eloquente sottotitolo – L’emergenza infinita e i fantasmi del passato – chiarisce, oltre le pressanti necessità della mobilitazione, le intenzioni di demistificazione, lo sforzo di ricostruzione e la proposta di soluzione politica che hanno ispirato la redazione della rivista Carmilla nel selezionare contributi redatti da numerosi intellettuali e scrittori.

La richiesta di estradizione per il condannato Battisti ha schiuso il vaso di Pandora delle nefandezze italiche. E dal fondo torbido sono riemerse, per l’appunto, le inquietanti presenze del passato: le grossolane menzogne di sempre, i processi da Inquisizione istruiti da magistrati che all’onere della prova preferivano le ben più comode dichiarazioni di personaggi come Pietro Mutti o Carlo Fioroni, e la cinica isteria persecutoria dell’attuale Governo, angosciato, in tempi di vertiginoso calo del consenso, dalla necessità di portare qualche risultato a casa. Bene, e allora, in una drammatica pantomima, il «risultato» dovrebbe assumere le sembianze di un uomo che da più di vent’anni ha interrotto ogni rapporto con le pratiche di una stagione definitivamente conclusa; il «portare» diventerebbe un paio di manette e un volo Parigi-Roma sotto scorta; la «casa» avrebbe i solidi muri delle patrie galere. Dopo l’11 settembre, ogni governo è legittimamente a caccia di terroristi, veri o presunti, in una riduzione della politica a becero uso della forza. Poliziesca o militare poco importa.
Ma a rendere inaccettabile la richiesta di estradizione bastano – come ricorda Valerio Evangelisti – tre elementari ragioni che non hanno nulla a che fare con la presunta colpevolezza della persona. Primo: l’assurdità che uno Stato sottragga a un rifugiato il diritto d’asilo concesso per ben tredici anni. Secondo: l’inammissibilità che la Francia consegni un prigioniero alla giustizia di un Paese che prevede la condanna in contumacia escludendo il rifacimento del processo. Terzo: le recenti affermazioni di autorevoli membri del gruppo di lavoro, preposto nel 1984 alla definizione della «dottrina Mitterrand», che hanno ribadito come dalle istruttorie italiane trasparissero gravi lacune sul piano delle garanzie per l’imputato, un evidente accanimento ideologico e una volontà di condanna a ogni costo. Queste semplici argomentazioni dovrebbero far tacere i garantisti intermittenti che siedono sui banchi della destra e chiudere una volta per tutte certe mulattiere giudiziarie su cui da troppo tempo si inerpicano taluni esponenti della sinistra.
Ma, al di là di una documentazione informata, Il caso Battisti rappresenta una vera e propria eccezione culturale, in un Paese dove l’ombra corvina dell’Intellettuale e il peso delle sue crisi di coscienza circa l’Impegno e l’agire-nel-mondo sconfinano frequentemente in riflessioni oziose, allontanando gli interessati dall’unica vera soluzione del problema: ovvero dal fare stesso. Ed è proprio un’energia concreta ad animare quest’opera di controinformazione, in cui gli intellettuali si rendono utili tecnici di un sapere pratico, puntuali artigiani della ricerca, della testimonianza, del disvelamento, e le parole vanno perdendo l’aura vaga delle domande senza risposta per farsi utensili. A volte taglienti.
Gli esempi di una virtuosa tensione operativa grondano a iosa da un libro che, messe da parte le generiche dichiarazioni engagé e le dispute più o meno lambiccate, preferisce estrarre dalla cronaca il succo amaro della Storia e impiegare il sapere come mezzo di modificazione della realtà. E operativa è la ricostruzione della legislazione emergenziale sviluppata da Wu Ming 1 in relazione all’edificazione del nesso perverso che lega, oggi come ieri, la categoria di «terrorismo» a quella di «guerra preventiva», mentre molteplici e accorati inviti per una soluzione politica degli «anni di piombo» pervadono il testo come un refrain inascoltato ma non per questo gridato con minor forza. Il caldo resoconto dello scrittore Serge Quadruppani da una manifestazione parigina a favore di Battisti è una lezione di cronaca appassionata; e le lucide riflessioni del saggista Girolamo De Michele, a proposito di una critica del diritto e della «pena», sempre più lontana dall’ipotetica funzione riabilitativa, indicano spazi precisi per campagne ulteriori. Ancora una volta, siamo nella condizione di misurare tutta la generosità di un’intelligenza diffusa, capace di comporre una raccolta di materiali in grado di sfiorare una consistente varietà di livelli argomentativi. Una collettività a cui si aggiunge l’empatia e la complicità delle migliaia di persone che hanno sottoscritto gli appelli a favore di Battisti.
Anche la scelta di ospitare alcuni significativi reprint, tratti da riviste del tempo o da opere ineguagliabili, come L’orda d’oro di Nanni Balestrini e Primo Moroni, dà corpo e peso al tentativo di fedele restituzione di un periodo che, a causa della lente deformata dei salotti catodici, del solito linciaggio orchestrato dai quotidiani del gruppo Riffeser, delle sottili strategie di disinformazione applicate dalla grande stampa, rimane avvolto dalle fitte nebbie dell’accanimento ideologico. Non soltanto si fabbrica il «mostro Battisti», ma si sfregia la Storia, tacendo su quella violenta involuzione democratica che ha cancellato un’intera area di ribellione sociale.
Procedendo nella lettura, in un allusivo gioco di corsi e ricorsi esplicitamente ricercato dagli autori, è possibile assistere agli ambigui rituali celebrati dal Terrorismo secondo accorte tecniche di comunicazione, che versano sull’opinione pubblica un calderone bollente di ansia. In tal modo, l’Allarme, reso concreto da stragi orrende, viene astutamente coltivato e alimentato nei mille rivoli della fobia sociale. La paura scivola subdola, si conserva informe e la sua evanescenza produce, in chiave preventiva, improponibili equazioni sovversive e conseguenti violazioni degli assetti democratici. Lo stesso movimento «no global», dopo aver saputo eludere con formule originali la questione del rapporto violenza/non-violenza, è rimasto impantanato nelle secche di un dibattito che ha imposto prese di distanza troppo simili a funamboliche evoluzioni. Ma – è cosa nota – la Storia tende a ripetersi. E più di una volta.
Il caso Battisti è una chiave utile per la comprensione della torbida continuità che, attraverso le epoche, connette con impeccabile rigore le differenti modalità di esercizio del Controllo.
E così, sullo schermo dell’emergenza infinita, i fantasmi del passato incontrano le nuove mostruose ombre del presente, finendo per confondersi…

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