di Valerio Evangelisti

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Questa recensione all’antologia di Dashiell Hammett La città degli incubi, ed. Guanda, pp. 166, € 14,50, è apparsa nel dicembre 2001 su L’Indice dei libri del mese. Doveva essere compresa nella raccolta di saggi di Valerio Evangelisti Sotto gli occhi di tutti. Ritorno ad Alphaville (ed. L’Ancora del Mediterraneo) uscita in questi giorni, ma è stata scartata per le assonanze (non casuali) con certi passi di uno scritto su Jean-Patrick Manchette incluso nel volume.

Come molti sanno, al momento dell’uscita di Per un pugno di dollari Sergio Leone e il suo produttore dovettero affrontare una vertenza giudiziaria (risolta con un onorevole compromesso) intentata loro dai realizzatori giapponesi de La spada del samurai di Akira Kurosawa. In effetti, la pellicola di Leone era un remake non dichiarato di quest’ultima (nota in Italia anche col titolo La guardia del corpo). Giustizia però avrebbe voluto che Kurosawa fosse a sua volta condannato per plagio. Il suo film infatti non era altro che una trasposizione abusiva del romanzo di Dashiell Hammett Piombo e sangue, forse il capolavoro dello scrittore americano.

Non so se Leone lo sapesse, ma presumo di no, visto che non ha mai menzionato la circostanza. Ciò che è veramente paradossale è che Per un pugno di dollari aderisce al romanzo molto più della pellicola di Kurosawa. Non nella trama (identica), ma nella figura del protagonista. Lo “straniero senza nome” interpretato da Clint Eastwood si differenzia infatti notevolmente dal Toshiro Mifune in veste di samurai. Laconico, cinico, disincantato, parrebbe totalmente amorale e spinto quasi solo dal caso a schierarsi dalla parte giusta. Lo stesso atteggiamento che constatiamo in Continental Op, l'”eroe” che non è tale (senza per questo essere un antieroe) di molti racconti e di qualche romanzo di Dashiell Hammett.
L’editore Guanda sta opportunamente ripubblicando, o pubblicando per la prima volta, le opere del vero creatore del genere noir. Sono già usciti i romanzi più noti di Hammett, da Piombo e sangue (1929) al celeberrimo II falcone maltese (1930) all’anomalo L’uomo ombra (1932) – anomalo per il tono di commedia, ma in linea con la restante produzione dell’autore nell’assoluta perfezione dei dialoghi: solo La chiave di vetro (1931) gli è in questo senso superiore – e qualche antologia. Giunge ora in libreria questa bella raccolta, ottimamente tradotta da Giuseppe Strazzeri. Vi ritroviamo l’anonimo operatore dell’agenzia di investigazioni private Continental (una trasfigurazione della celebre Pinkerton, per la quale Hammett lavorò in gioventù), scettico e realista come sempre; nonché un nuovo personaggio, Steve Threefall, protagonista dello splendido racconto che dà il titolo al volume. Un giocatore di professione che incontriamo mentre, ubriaco, finisce contro un palo, litiga con un automobilista scriteriato, si fa disprezzare dalla ragazza che ha inteso mettere in salvo e finisce col farsi arrestare.
Tutto ciò in due paginette di una prosa sintetica e tersa, che con un’economia di vocaboli sorprendente definisce contesto, carattere dei personaggi della storia, sviluppo dell’azione e successive linee di evoluzione della vicenda. Una lezione di stile che si ripete poche pagine dopo, quando aspetti importanti della personalità di Threefall ci vengono fatti conoscere attraverso la descrizione, limitata a un solo paragrafo, del suo bastone da passeggio. Lasciandoci intuire pretese di eleganza, data la natura stessa dell’oggetto, ma anche propensione alla lotta (il bastone è più pesante del normale, e segnato da scorticature) al servizio di ideali che non possono essere malvagi (il pomo, intatto, rivela la pressione gentile di una mano delicata).
Il virtuosismo stilistico di Hammett si palesa già in questo pugno di righe. Il più raffinato dei suoi allievi, il francese Jean-Patrick Manchette, ha definito molti anni dopo “behaviourista” la forma narrativa adottata dall’americano: la psicologia dei personaggi, in obbedienza alla scuola comportamentale, viene definita non dai loro pensieri, ma dalle loro azioni. È un’intuizione suggestiva e giusta, però incompleta: Hammett descrive le persone non solo attraverso ciò che fanno, ma tramite l’analisi dell’esteriorità. Si tratti degli oggetti che manipolano, di ciò che li circonda, oppure della scabra osservazione dei loro lineamenti. Solo su questi ultimi è solito spendere qualche parola in più (come nel caso della ricorrenza della forma a “V” sul volto di Sam Spade, in Il falcone maltese], quando tutto il resto è descritto con una frase o due. Indice preciso degli intenti segreti dell’autore. Poi ci sarà chi giudicherà povero e banale questo tipo di prosa; ma l’intelligenza, ahimè, non è patrimonio comune di tutti i critici.
Il mistero Hammett – perché mistero c’è – si colloca al di là della sua vertiginosa abilità stilistica, e tocca la sua stessa biografia. Abbiamo uno scrittore che sappiamo essere stato un convinto militante comunista (dopo la Pinkerton, ovviamente: l’agenzia, più che nelle inchieste criminali, era specializzata nelle attività antisindacali) e che tuttavia non ha mai scritto un romanzo o un racconto “comunisti” in vita sua.
Da nessuna parte dei suoi scritti troviamo attacchi al capitalismo, o denunce che vadano al di là di una semplice messa in stato d’accusa di singoli episodi di corruzione. È stato gioco facile fare di Hammett, con l’occhio rivolto allo stile ma non ai contenuti, un rozzo precursore di Hemingway, come se le finalità dei due autori fossero le stesse. Il giallista Bill Pronzini ha anche potuto fare di Hammett il protagonista di un intelligente romanzo poliziesco, senza mai menzionarne le scelte di campo ideologiche; omissione ripetuta da Wim Wenders, che dal romanzo ha tratto un film (Hammett: indagine a Chinatown) altrettanto intelligente, e altrettanto asettico.
Dove ritroviamo, dunque, il Dashiell Hammett comunista? Semplice: nel suo stesso stile, e nel behaviourismo che lo informa.
Abbiamo in scena (nei romanzi migliori e nella maggior parte dei racconti) investigatori che sembrano avere una nozione confusa della distinzione tra bene e male, cinici e talora disperati. I loro moventi, le loro scelte di campo, ci sono rivelati da semplici indizi: non solo oggetti e comportamenti corporei, ma moti fugaci di tenerezza, momenti sporadici di indignazione. O la stessa pertinacia con cui cercano la verità, contrastante con la disillusione di cui si ammantano.
Però i casi che hanno tra le mani sembrano alludere a una realtà più ampia e complicata di quella che riescono a percepire. Non si tratta del solito delitto isolato e bizzarro, idoneo alle capacità induttive di uno Sherlock Holmes o di un Nero Wolfe. Si tratta invece, per lo più, di una criminalità che ha assunto dimensione sociale, o di una società che si è fatta criminale essa stessa (mi richiamo ancora a Manchette). Il detective schizoide e geniale, a fronte di ciò, non serve a nulla (nemmeno il Marlowe di Raymond Chandler, che, malgrado l’invocata discendenza da Hammett, con questi non c’entra niente). Serve Continental Op.
L’indagatore anonimo, che quasi scompare davanti agli eventi. L’osservatore amaro, la cui personalità è rintracciabile solo per via indiziaria. L’uomo che guarda quasi di nascosto, e si lascia coinvolgere solo quando vi è costretto. Il personaggio con cui il lettore, se non affetto da disastrose patologie psichiche, più fatica a identificarsi. Il fatto è che un protagonista del genere, praticamente invisibile come l’assassino troppo normale di un celebre racconto di Chesterton, lascia che sia chi legge a porsi le domande che lui non si pone. La soluzione del caso, al di là delle specifiche risposte, è collegata a una società profondamente malata. Sì, ma qual è la malattia? Lo scrittore mediocre impiegherebbe pagine intere a spiegarlo per filo e per segno. Pianterebbe in mezzo al testo un predicozzo d’occasione. Pontificherebbe.
Hammett è troppo grande per ricorrere a simili mezzucci. Allude. Turba. Spinge al ragionamento. Perché tutto sembra menzogna? Cosa c’è che non va, al fondo? Lui non lo dice, e Continental Op nemmeno. Come non lo diceva il cavaliere senza nome di Sergio Leone, al momento di mettere piede in un villaggio messicano retto da due grandi famiglie divise solo da questioni di denaro. Salvo provocare in maniera quasi asettica, usando il denaro quale leva, il loro reciproco massacro, e lo schiudersi di una speranza per le vittime.
Hammett va letto così. Comunista capace di affrontare ogni sorta di angheria, in nome del proprio ideale ha scelto una letteratura non delle certezze contrapposte a certezze, ma dell’ambiguità necessaria a indurre il lettore a fare in prima persona le proprie analisi e a scegliere senza condizionamenti, una volta individuato il problema, da che parte stare. Il tutto servito da uno stile semplice solo in apparenza, ma in realtà calibrato fin nelle virgole.
Sono personalmente convinto che alla narrativa che si vuole vera e duratura non servano orpelli, o festoni barocchi posti a decorazione del nulla. Servono complessità dei temi e sobrietà del linguaggio, come nel grande cinema dei Ford, degli Hitchcock e dei Leone. In questo senso, Dashiell Hammett era e resterà un maestro.

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