di Paolo Chiocchetti

20 Marzo 2004. Un anno dopo l’inizio della guerra in Iraq, un anno e qualche settimana dopo le oceaniche manifestazioni del 15 febbraio 2003, che spinsero il New York Times a definirlo “la seconda superpotenza mondiale”, il movimento per la pace è tornato a riempire le piazze di mezzo mondo.

Per condannare una guerra “ingiusta, immorale, e illegale”; per denunciare le bugie e le manipolazioni su cui Bush, Blair e i loro alleati hanno costruito la giustificazione ad intervenire; per testimoniare come la maggioranza dei cittadini del mondo, nonostante l’incessante martellamento dei media, continui ad opporsi; per chiedere infine il ritiro immediato delle truppe di occupazione, il passaggio dei poteri al popolo iracheno e un piano di ricostruzione e sviluppo che inizi a risanare le devastazioni provocate da tre guerre (Iraq-Iran 1980-88, Golfo I 1990-91, Golfo II 2003), dalla feroce dittatura di Saddam (1979-2003) e da dodici anni di bombardamenti e di genocida embargo delle Nazioni Unite (1991-2003, 1 milione di morti stimati).

E’ ormai chiaro che le tesi del movimento per la pace sono state confermate dagli avvenimenti successivi: questa è una guerra del capitale, per il petrolio, le commesse e la bilancia di potenza geopolitica; i governi della coalizione hanno consapevolmente ingannato le proprie opinioni pubbliche (pur senza convincerle) sul tema delle armi di distruzione di massa e sui legami tra Saddam e l’islamismo radicale; la guerra non ha ridotto, ma magnificato la virulenza e il sostegno al terrorismo islamista; i fucili occidentali non hanno portato in Iraq democrazia e libertà ma lo hanno sprofondato sotto il giogo di un’occupazione straniera priva di consenso e controllo, che si stringe attorno ai pozzi petroliferi e tenta di sopravvivere minando l’unità nazionale e fomentando le divisioni etnico-religiose.
Chi può ormai affermare seriamente che l’occupazione abbia fini “umanitari”, quando disoccupazione, miseria e assenza di servizi essenziali imperversano nella totale indifferenza dei guerrafondai? Chi può dire che sia volta ad “esportare la democrazia”, quando tutto il potere è concentrato nelle mani delle truppe d’occupazione e del loro governo iracheno fantoccio, dedito ad ogni sorta di soprusi, e non ci sono segnali di libere elezioni prima del 2005? Chi può sostenere che, se non altro, garantisce l’ordine e la sicurezza personale, quando il controllo del territorio è nelle mani delle milizie di partito, e le attività principali degli occupanti sono abusare i cittadini, reprimere i cortei di protesta e suscitare attacchi armati?

Di fronte a questi dati di fatto, il dibattito politico e mediatico italiano ha un sapore assolutamente surreale. A destra, si è ormai abbandonata ogni pretesa alla verosimiglianza puntando tutto sullo spauracchio emotivo della parola terrorismo, sfoderata contro tutti e a giustificazione di tutto. Nell’Ulivo, incapace di votare contro il finanziamento della missione italiana in Iraq, Fassino monta ad arte un polverone sulle legittime contestazioni ricevute dal corteo ed occupa per giorni le prime pagine dei giornali. E perfino a Sinistra, prende fiato un dibattito astratto e asfittico sui massimi sistemi della Non-Violenza e del Pacifismo Integrale, dove gridare “Assassino” ad un segretario di partito diventa un atto orribile, mentre aver deciso e sostenuto i bombardamenti contro la Serbia nel 1999 è una questione di opinioni personali. [continua]

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