da il Riformista (17.3.04)

battistilibero.giflogo_m.gifCesare Battisti non è solo un caso giudiziario, chiuso con mezzi politici, che molti vorrebbero riaprire, ma anche un caso letterario dalle molte sfaccettature. C’è chi considera la sua attività di scrittore di noir di successo una sorta di riscatto dalla presunta colpevolezza (o meglio presunta innocenza). Per altri, tra cui il gruppo della rivista Carmillaonline di Valerio Evangelisti, il caso Battisti, in quanto autore di un’intensa e non conciliante ricostruzione degli anni di piombo, dimostra le potenzialità critiche e antagoniste della narrativa di genere (come il noir, appunto) rispetto alla letteratura alta, accusata, lei sì, poverina, di latitare. Teoria culturale condivisa in parte da Severino Cesari, curatore della collana Stile libero Einaudi, dove tanta letteratura di genere si pubblica (Lucarelli, Evangelisti e lo stesso Battisti fu pubblicato nella collana sorella Vertigo): «La scrittura è molto simile a una preghiera», dice in merito al caso Battisti, «e in questo senso può benissimo avere a che fare con un processo di liberazione, riscatto nel momento in cui è letteratura onesta, nel rapporto etico con il lettore. Non limitandosi a fare memorialistica, che è sporca, che si affida solo all’identificazione, tra l’io scrittore e il soggetto penale. La lettura noir che riguarda l’Italia, volge all’analisi e alla critica sociale lo studio della “metà oscura” dell’animo di cui parla Stephen King».
Per altri, invece, tra cui Wu Ming, il collettivo di scrittori pubblicato anche da Einaudi, la letteratura di genere non è in sé antagonista: quella di Cesare Battisti, comunque, sì e ha colmato un vuoto. Letterario, s’intende.

Su www.wumingfoundation.com hanno scritto articoli in difesa di Battisti, ripresi poi da Carmillaonline, e per il Riformista (che ha erroneamente attribuito a un loro membro, Wu Ming 1, pubblicato su Carmilla, un articolo redazionale di quest’ultima) hanno disseppellito ancora una volta l’ascia e sfrondato la questione: «Noi non facciamo letteratura “di genere” propriamente intesa, certo, ne leggiamo tanta, e ve n’è di “progressista” e “conservatrice”, di “antagonista” e di “conformista”, di “reazionaria” e di “rivoluzionaria”. Questo, in larga parte, prescinde dalla posizione politica degli autori: James Ellroy ed Edward Bunker, entrambi provenienti dal noir e dall’hard boiled, sono piuttosto di destra, ma il loro modo di raccontare la ristrutturazione di Los Angeles e i conflitti lungo le barriere di classe e di razza è tutt’altro che conformista e consolatorio. Al contrario, molti giallisti italiani sono genericamente di sinistra ma scrivono cose canoniche, che rispettano i confini del genere senza forzarne alcuna regola, pullulanti di poliziotti buoni e finali rassicuranti. Narrare è per definizione un atto sociale, uno dei più antichi, nasce insieme al linguaggio umano, poco dopo la conquista della posizione eretta. La letteratura “di genere”, o che utilizza i generi, non si preoccupa della “bella pagina” (tara delle italiche lettere) e privilegia il narrare, le storie, quindi può volgere lo sguardo sul sociale più di quanto faccia una letteratura “alta” (“letteraria”, “artistica”, “d’autore”). La “letteratura di genere” non può accontentarsi dell’intimismo, deve per forza interessarsi della collettività. L’ultimo sparo e Travestito da uomo sono libri che hanno riempito uno spazio vuoto, raccontano la lotta armata dal punto di vista di chi l’ha fatta anziché di chi l’ha repressa. E’ uno sguardo che può far capire alcune cose. Tuttavia, non è certo per questo che ci siamo mobilitati contro l’estradizione di Battisti».

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