I rifugiati politici italiani in Francia

di Vincenzo Ruggiero

da Vis-à-vis n.2, primavera 1994

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Questo articolo è stato concepito originariamente per un pubblico non italiano. L’enormità riguardante la situazione dei rifugiati politici in Francia, che è nota tra noi soprattutto tra i meno giovani militanti della sinistra, è infatti del tutto sconosciuta in altri paesi. L’intento di questo contributo era perciò di documentare una storia e denunciare una condizione di cui, vuoi tra accademici illuminati vuoi tra gruppi politici, pochi erano a conoscenza. Redatto in inglese, l’articolo era rivolto ai due suddetti gruppi di lettori, ed è già apparso in una rivista di sociologia critica del diritto che, sebbene in un numero ridotto di esemplari, circola nelle maggiori università del mondo (si tratta di Crime, Law and Social Change, Vol. 19, N. 1, 1993).

Alcune delle semplificazioni contenute nel testo si devono al tentativo dell’autore di descrivere a un pubblico internazionale il clima politico italiano degli anni ’70-’80. I lettori di anziana milizia politica troveranno perciò alcuni passaggi un pò scontati, mentre altri ravviseranno delle approssimazioni, a volte delle forzature. Altri semplicemente discorderanno da alcuni spunti analitici che sono il frutto esclusivo, ovviamente, delle esperienze e delle opinioni dei rifugiati politici contattati e di scrive.
Sono stato incoraggiato a tradurre questo articolo dalla redazione di Vis-à-vis, che mi ha assicurato circa l’opportunità della sua divulgazione. Mi è stato fatto notare, infatti, che anche il pubblico italiano più politicizzato, specialmente quello giovane, non è al corrente degli episodi che si narrano qui di seguito. Gli avvenimenti che hanno coinvolto la precedente, e la mia, generazione vengono avvertiti, mi è stato detto, come una eco lontana da chi fa politica oggi. D’altro canto, la storia dei rifugiati politici italiani, conosciuta da pochi e trasmessa solo oralmente, rischia di lasciare poca traccia se non fissata, seppure sommariamente, in uno scritto. Spero che questi incoraggiamenti e rassicurazioni, che ho trovato persuasivi, abbiano colto nel segno e che trovino riprova nell’interesse di chi legge.

PREMESSA

Gli anni ’70 in Italia sono stati più conflittuali che altrove. I movimenti sorti nel corso degli anni ’60, infatti, si sono mantenuti vitali per due decenni e, contrariamente a quanto verificatosi in altri paesi europei, il loro declino ha avuto inizio solo nei primi anni ’80. Questa anomalia di natura temporale riflette dei contenuti politici altrettanto anomali. Sebbene coinvolgesse gli attori sociali più disparati (operai, studenti, donne, insegnanti, medici, avvocati, giornalisti, detenuti, ecc.), il movimento riusciva ad eleggere per tutti delle strategie indipendenti e dei terreni extra-istituzionali di lotta. Le stesse forme del conflitto, molto spesso, trascendevano i rituali della contrattazione permanente. Le aspirazioni, in altre parole, non venivano negoziate, ma davano luogo a delle pratiche. Le definizioni “pratica dell’obiettivo” e “decreto operaio” riassumevano un atteggiamento e insieme un programma: una volta individuati dei bisogni collettivi e stabilite le modalità per soddisfarli, queste modalità andavano subito e autonomamente messe in campo e non negoziate.
Poco importava se, aggirando la negoziazione, le forme e i contenuti delle lotte venivano ufficialmente ritenuti illegali. La stessa illegalità, infatti, non veniva ritenuta illegittima, essendo proprio la costituzione di una nuova legalità e di una nuova moralità uno degli obiettivi di quelle lotte.
La formazione di numerosissimi gruppi armati, internamente ai movimenti della sinistra, non è in fondo che un’espressione di questa ricerca di nuove legalità e moralità, ricerca condotta con le sfumature diverse nella scelta degli obiettivi e degli strumenti e conformemente alle specifiche convinzioni politiche dei gruppi stessi. Per un lungo periodo, prima che avesse inizio una sorta di cacofonia di azioni militari, era persino possibile riscontrare una certa coerenza tra le convinzioni di un gruppo, la sua analisi politica e sociale e gli “obiettivi armati”, se non le modalità di operazione, con le quali l’obiettivo stesso veniva praticato.
La storia italiana di quegli anni non è stata ancora compiutamente ricostruita, né una tale ricostruzione rientra nei compiti di questo contributo. Di seguito, ci si limita ad analizzare uno degli esiti di quella stagione. Tra gli anni ’70 e la metà degli anni ’80, il sistema della giustizia criminale in Italia ha “raggiunto” oltre 20.000 rei politici. La cifra record dei detenuti politici della sinistra è stata di 4.000. Un paio di centinaia di militanti rimangono ancora detenuti. Molti, invece, non appena conseguita la libertà provvisoria, hanno preferito lasciare il paese e aspettare “a distanza di sicurezza” le fasi finali del processo che li riguardava.
Alcuni sono riusciti ad evadere, altri sono stati scarcerati per motivi di salute. Altri ancora sono fuggiti non appena hanno avvertito come imminente l’arresto. Uno ha lasciato il carcere in quanto eletto deputato del Parlamento.
Oltre 400 persone si sono raccolte a Parigi, luogo tradizionale dei rifugiati politici dove, ironicamente, già i comunisti e socialisti italiani di inizio secolo avevano trovato ospitalità durante il periodo fascista.
Le testimonianze che seguono sono il frutto di conversazioni e interviste non strutturate effettuate nell’arco di alcuni anni. Solo dopo ripetute visite a Parigi, infatti, il gruppo di rifugiati più frequentemente contattato ha avvertito la necessità di far scaturire da quelle conversazioni un capitolo scritto, seppur breve, della propria storia.
Da queste testimonianze emerge che l’esilio è una forma di pena, una punizione “impropria”, sulla quale poeti e romanzieri si sono spesso intrattenuti, ma che raramente è stata oggetto di analisi da parte vuoi di sociologi critici vuoi di militanti politici. Siamo qui di fronte a cittadini europei che chiedono asilo politico all’interno della cosiddetta fortezza Europa, avendo costoro valicato soltanto le frontiere interne di questa fortezza. Un fenomeno che si crede riguardare esclusivamente le vittime di una dittatura sud-americana o i transfughi altamente spettacolarizzati degli ex paesi comunisti, si verifica invece tra noi, nella democratica Europa unita.

UNA ANOMALIA GIURIDICA

La condizione dei rifugiati italiani in Francia presenta un paradossale dilemma giuridico. Relativamente ad asilo politico ed estradizione, il trattato in forza tra i due paesi viene siglato nel 1979, quando una serie di paesi europei adotta una strategia comune di lotta al “terrorismo”. Ma sebbene il trattato introduca delle sostanziali limitazioni al diritto d’asilo, alcuni importanti elementi delle legislazioni dei singoli paesi europei non vengono completamente cancellati.
Secondo la costituzione italiana e francese, ad esempio, l’estradizione non può essere concessa qualora la persona venga accusata di aver commesso reati politici. Questo principio si basa sull’assunto secondo cui, nei diversi paesi, esistono notevoli differenze nel valutare quali siano i limiti giuridicamente accettabili entro i quali l’attività politica può essere legittimamente svolta. A questo proposito, la costituzione italiana indica che tra due paesi che non condividono la stessa nozione di legittimità politica, una “cooperazione repressiva” non può aver luogo.
D’altra parte, la stessa costituzione italiana indica che i reati commessi con l’intento di sovvertire i principi della libertà e della democrazia non vanno ritenuti reati politici. Controverso è anche l’art. 26 della nostra costituzione, che così recita: l’estradizione va considerata possedere natura politica anche quando, pur se concessa per reati comuni, mira in realtà alla persecuzione politica di un individuo.
Infine, è principio internazionale condiviso che, una volta negata l’estradizione, abbia inizio una procedura che assicuri l’asilo politico a “chi viene impedito l’effettivo esercizio delle libertà democratiche nel proprio paese” (art. 10 della costituzione italiana).
Ignorando questi principi fondamentali, le autorità italiane hanno richiesto l’estradizione dei rifugiati non appena divulgatasi la notizia della loro presenza a Parigi. Tuttavia, le scelte a loro disposizione erano piuttosto limitate. Tra le formule più ovvie che potevano accompagnare le richieste di estradizione vi era, ad esempio, l’asserzione che i rifugiati avevano agito con lo scopo di sovvertire i principi di libertà e democrazia sui quali è basata la repubblica italiana. È questa un’affermazione piuttosto difficile da corroborare, anche perché più adatta a descrivere gruppi e militanti della destra. La sua originaria formulazione, tra l’altro, risale all’era post-bellica, quando tale norma costituzionale mirava ad impedire il risorgere del fascismo nel paese. Poteva perciò esser utilizzata, al massimo, nel richiedere l’estradizione di rifugiati neo-fascisti. Al contrario, molti degli esuli italiani in Francia avevano un passato di anti-fascismo, in alcuni casi anche violento, circostanza che impediva alle autorità francesi di accettare le richieste di estradizione da parte di quelle italiane. Imputare a dei marxisti, libertari ortodossi o critici che siano, una condotta di stampo tipicamente fascista veniva interpretato dalle autorità francesi come una contorsione politica davvero implausibile.
Altra scelta a disposizione delle autorità italiane consisteva nel reclamare la natura non politica dei reati commessi dai rifugiati. Ma anche questa strada si dimostrava impervia in quanto molti esuli erano imputati in processi collettivi con altri membri di questa o quella organizzazione. Tali processi, per altro, erano conosciuti vuoi dai media vuoi dai magistrati che li istruivano col nome delle stesse organizzazioni politiche che fungevano da imputati. Ora, dimostrare che gruppi quali le Brigate Rosse o i Proletari Armati per il Comunismo non fossero altro che associazioni di delinquenti comuni richiedeva un bizantinismo giuridico più spiccato di quanto anche i più fantasiosi magistrati non posseggano. Per questo motivo, quando tra le imputazioni a carico dei rifugiati figuravano reati quali la detenzione di arma o il furto d’auto, le autorità francesi attribuivano anche a questi reati una connotazione politica che la loro controparte italiana attentamente ometteva. Di nuovo, l’estradizione veniva negata in quanto questi reati venivano ritenuti “reati mezzo”, o preliminari, propedeutici, intesi a perseguire dei fini, in ultima analisi, politici.
Ulteriore, seppure lontana, possibilità consisteva nell’imputare i rifugiati di strage. Il codice penale italiano contempla questo reato, definendolo, più o meno, come assassinio o massacro intenzionale e indiscriminato. È improbabile che questa imputazione, quando rivolta a militanti della sinistra, metta in moto la procedura di estradizione. È conoscenza comune infatti che la strage è reato tipico della destra, o degli stessi apparati dello stato. Per di più, nel richiedere l’estradizione per l’assassinio di un manager della Cloracne (responsabile del disastro di Seveso), o di un maresciallo delle guardie di custodia (responsabile di tortura ai danni dei detenuti), le autorità italiane potevano difficilmente utilizzare l’aggettivo “indiscriminato” che conferisce plausibilità all’imputazione di strage.
La procedura di estradizione può aver luogo solo quando il reato commesso nel paese richiedente sia considerato tale anche nel paese cui viene inoltrata la richiesta. Il codice penale italiano definisce questo il principio della “doppia perseguibilità” o la “considerazione bilaterale di un comportamento come reato”. Anche su questo punto i magistrati italiani hanno incontrato non poche difficoltà. Reati quali “associazione sovversiva” o “partecipazione e costituzione di banda armata”, coniati in epoca fascista con l’intenzione di criminalizzare la sinistra (e riesumati dopo la Resistenza per criminalizzare i gruppi di destra) non hanno alcun significato giuridico in Francia. Di nuovo, l’estradizione veniva negata in quanto la cultura extragiuridica di un paese, sulla quale si basavano le stesse definizioni giuridiche, non corrispondeva alla cultura extra- giuridica dell’altro. Quando imputazioni vaghe quali associazione sovversiva o banda armata si dimostravano insufficienti alla concessione dell’estradizione, le autorità italiane ricorrevano a un’altra contorsione giuridica. Ad esempio, se un’organizzazione era ritenuta responsabile di uno specifico reato, tutti coloro che erano imputati di far parte di quella specifica organizzazione venivano ritenuti responsabili di quello specifico reato. Questa logica transitiva rendeva superflua la ricerca delle prove tecniche riguardanti le responsabilità individuali. Alcuni potevano perciò essere accusati di un reato sulla base della semplice contiguità fisica, o dell’assonanza politica, con coloro che erano accusati di quel reato. Questo procedimento logico veniva ritenuto dalle autorità francesi al pari di un sillogismo, e di nuovo l’estradizione veniva negata. La magistratura italiana, che utilizzava la formula della “corresponsabilità morale” nei procedimenti che si svolgevano in Italia, credeva di poter usare la stessa formula nelle richieste di estradizione. La cosa era inaccettabile in Francia.
Il rifiuto di concedere l’estradizione ha causato inizialmente un serio imbarazzo. Occorre considerare, infatti, che l’estradizione viene comunemente rifiutata quando vi è ragione di credere che gli imputati, restituiti al proprio paese, verranno perseguitati e discriminati sulla base della loro razza, religione, sesso, nazionalità o convincimento politico (Art.698 del Codice italiano di Procedura Penale). I giudici italiani non potevano subire una simile umiliazione, almeno non pubblicamente. D’altra parte, anche le autorità francesi si trovavano in una situazione imbarazzante, in quanto, una volta rigettata la richiesta di estradizione, avrebbero di logica dovuto concedere ai rifugiati italiani l’asilo politico. Vediamo come sia i francesi che gli italiani hanno cercato simultaneamente di nascondere l’umiliazione e l’imbarazzo rispettivi.

UN LIMBO SEGRETO

Alcuni rifugiati hanno lasciato l’Italia come forma precauzionale immediatamente dopo l’arresto di qualche loro compagno. Alcuni, già ricercati dalla polizia, hanno fatto uso di documenti contraffatti. Uno di loro ha preso il treno Milano-Parigi insieme alla moglie e alla figlia. Indossando parrucca e baffi finti, alla frontiera è stato trattato amabilmente. Un altro è scappato in motoscafo. Con l’aiuto di amici benestanti, ha organizzato una breve crociera che dalla riviera ligure lo ha condotto sulla costa francese. Un altro ancora ha attraversato la frontiera sugli sci. Infine, qualcun altro se l’è fatta a piedi.
In maggioranza, i rifugiati italiani hanno reso immediatamente pubblica la loro presenza in territorio francese in quanto hanno costituito un’associazione di difesa legale. Alcuni giuristi e avvocati francesi hanno aderito all’associazione e offerto prestazioni spesso gratuite. Le immediate pressioni esercitate dalle autorità italiane, che pur dubitavano che l’estradizione sarebbe stata concessa, hanno condotto all’arresto di molti dei rifugiati. Costoro, di regola, detenevano documenti falsi, reato che in Francia viene punito con una pena di sei mesi. I magistrati italiani hanno dovuto pensare che, se non estradati, a molti esuli poteva almeno essere inflitto un “assaggio” di carcere in Francia. Ma per i rifugiati, ovviamente, sei mesi in un istituto francese diventavano accettabili se paragonati alle lunghe pene da scontare in istituti italiani.
La procedura per l’estradizione, osservata più in dettaglio, prevede due stadi distinti. Dopo il verdetto della corte (nel caso francese della Chambre D’Accusation), la decisione finale perché una persona venga estradata va assunta in via ufficiale dal governo. In molti casi, a fronte del parere favorevole espresso dai tribunali, il governo francese ha il più delle volte capovolto o ignorato questo parere. Nella maggioranza dei casi, insomma, l’ingiunzione ufficiale non è mai stata redatta. Lentamente, ha preso forma una sorta di accordo informale tra l’associazione dei rifugiati italiani e il ministero della giustizia francese. L’illuminato dicastero di Mitterrand ha dato a intendere che gli italiani non sarebbero stati estradati se avessero tenuto un “basso profilo” politico. Per evitare imbarazzi ufficiali, però, non sarebbe stato loro concesso l’asilo politico, in quanto la concessione di quest’ultimo avrebbe significato un’aperta condanna del regime e della legislazione del paese vicino. Per molti degli esuli, comunque, questa vaghezza di status non si è mai dimostrata ideale. In qualsiasi momento, infatti, il governo poteva ufficializzare l’estradizione, specie se insoddisfatto del “comportamento” di questo o quel rifugiato.
Nella testimonianza che segue si ha prova degli effetti imprevedibili causati da quella che viene interpretata da molti come una spada di Damocle:

“Alcuni rifugiati si sono allontanati da Parigi, in modo da avvicinarsi alla frontiera italiana e rendere più agevole la visita di loro parenti o amici. Bene, sono stati seguiti dalla polizia e arrestati. Nelle zone meno centrali della Francia, la polizia ti arresta e ti consegna immediatamente ai colleghi al di là delle Alpi. Tutta la procedura legale viene insomma sospesa”.

Un episodio bizzarro si è verificato in occasione della visita di Ronald Reagan a Parigi. I più noti rifugiati italiani, ma anche molti baschi, irlandesi e latino-americani, sono stati prelevati dalle loro abitazioni alcuni giorni prima dell’arrivo di Reagan. Uno degli involontari protagonisti di questo episodio ricorda:

“Non mi rendevo conto di cosa stava succedendo. Un mattino, di buon ora, si sono presentati tre agenti in borghese, ed io ho pensato: ecco, è finita. Come per altri, la corte aveva dato parere favorevole alla mia estradizione, ma il governo non aveva ancora dato l’avallo ufficiale. Mi hanno portato alla stazione, dove ho trovato amici ed esuli di altri paesi pronti a partire. In realtà, ci hanno portati in una cittadina a ridosso della frontiera spagnola, da dove si godeva la vista dei Pirenei. Ospitati in albergo, siamo stati tenuti lontani da Parigi lo stretto necessario perché la visita di Reagan non venisse disturbata. Temevano, non si sa mai, che stessimo per organizzare qualcosa. E’ stata in fondo una breve e piacevole vacanza”.

In altri casi, le autorità francesi si sono rese responsabili di illegalità più gravi. Una decina di rifugiati, ad esempio, sono stati prelevati e accompagnati alla frontiera spagnola. Consegnati alla polizia di confine, sono stati condotti in carceri spagnole in attesa che le autorità italiane inoltrassero le richieste di estradizione. Il governo spagnolo, a sua volta, ha prontamente accettato le richieste ed estradato quel gruppo di italiani. In questa maniera, la reputazione della Francia come paese tradizionalmente generoso nei confronti degli esuli politici di tutto il mondo è rimasta ufficialmente intatta.
Un altro gruppo di rifugiati è stato letteralmente messo su un aereo con un biglietto di sola andata. Destinazione: un qualche paese africano. Le autorità francesi presentavano come particolarmente generosa questa pratica, in quanto, rassicuravano, non esiste trattato che regoli l’estradizione tra i paesi africani e l’Italia. Ad alcuni questa opzione è stata, con grande clemenza, offerta in anticipo per venir essere considerata. Altri sono stati semplicemente portati all’aeroporto senza che venisse loro comunicata la destinazione.
Come già notato, la condizione dei rifugiati italiani a Parigi costituisce una anomalia giuridica. Non viene loro concesso l’asilo politico, sebbene la loro presenza venga informalmente tollerata. Non vengono estradati, eppure il loro interlocutore, che è un’autorità astratta e irraggiungibile, può prendere una decisione improvvisa a proposito, circostanza che consente di esercitare un costante ricatto su di loro.
Impigliati in un apparato burocratico, non ne conoscono la logica e sono a loro oscure le procedure decisionali. Il modello di giustizia che i rifugiati si trovano di fronte è insomma di tipo “carismatico”, modello che è adottato sia dal loro paese d’origine che dal paese che li ospita. La legge, per loro, non possiede le caratteristiche di calcolabilità e prevedibilità razionale che dovrebbero esserle proprie. È piuttosto una legge dai toni magici, quei toni che Max Weber attribuiva ai modelli arcaici di giustizia. La loro condizione è legata alle convinzioni di un giudice italiano che li ha indotti a fuggire. D’altro canto, l’incertezza del loro status attuale è legata all’indecisione di un giudice francese che, per motivi extra- giuridici, non può concedere loro l’asilo politico. È questa una cosiddetta “giustizia di Kadi”, per cui le controversie vengono risolte da un’autorità oracolare internamente ad una sfera di arbitrio: le decisioni assumono le sembianze dei dicta profetici. Nel caso dei rifugiati, si tratta di dicta politici travestiti da decisioni giuridiche, decisioni che non hanno però alcun valore normativo, essendo soggette a improvvise mutazioni.
Imprevedibilità e vaghezza di status sono di per sè parte della punizione inflitta ai rifugiati politici italiani. Negando loro un interlocutore, un avversario con cui battersi o negoziare, li si priva anche di identità politica. Vige una sorte di sospensione della pena nei loro confronti, sospensione che riguarda simultaneamente la loro esistenza di individui e di cittadini. Alcuni episodi, sparsi nel tempo, confermano periodicamente la precarietà della loro condizione. Sembrano messaggi deliberati: uno di loro viene arrestato, un altro pedinato, un altro minacciato da persone non identificabili: questi episodi creano ansia permanente e dissuadono dal condurre attività politica. Il fatto che siano privi di diritti è comprovato dalla circostanza per cui non saprebbero a chi rivolgersi se volessero rivendicare dei diritti. La deprivazione politica di cui sono oggetto li colloca in un limbo, una nicchia segreta che è impervia all’informazione ufficiale. Aprire questa nicchia significherebbe produrre imbarazzo politico ingestibile da parte vuoi della Francia che dell’Italia.

SCONFITTA POLITICA COME EMARGINAZIONE

La generazione politicamente attiva negli anni ’60 e ’70 sembra consapevole della propria sconfitta. Agli sconfitti viene negata un’identità collettiva e viene perciò simultaneamente negata la possibilità di riprodursi politicamente. Gli italiani esiliati a Parigi assaporano inoltre un supplemento di sconfitta, in quanto si scoprono privi di un locus, geografico e sociale, nel quale la riproduzione politica può avere luogo. Parlo qui di una civitas, un luogo concepito come universo pubblico. Per definizione, la civitas ha carattere collettivo, non ci appartiene come individui. Ciononostante, ne abbiamo bisogno in quanto individui più di quanto la civitas abbia bisogno di noi; la sua esistenza procede egregiamente anche in nostra assenza: è questa una delle tragedie dell’esilio politico. Il paese che garantisce integrità fisica ai rifugiati, allo stesso tempo, proibisce loro di giocare un qualche ruolo nella sua vita politica. I comportamenti e gli atti dei rifugiati vengono perciò privati di significato sociale. L’esilio, in questo frangente, riduce l’individuo a un “corpo”, perseguitato da un paese e condizionalmente protetto da un altro.
Per i rifugiati politici italiani tutto questo si traduce anche in emarginazione sociale, materiale. In altre parole, la deprivazione politica impedisce loro anche una decorosa riproduzione materiale. Ma come vedremo di seguito, questa circostanza non riguarda tutti i rifugiati, essendo in opera un processo selettivo di cui si cercherà di tracciare il profilo.
Molti esuli a Parigi avevano un lavoro in Italia. O meglio, usavano il proprio lavoro come puro strumento di sopravvivenza, dedicando la maggioranza del tempo alla loro vera attività: l’attività politica. L’esilio forzato, a questo proposito, si traduce per molti in una punizione insopportabile, in quanto comporta la completa ristrutturazione del proprio tempo. I rifugiati, ad esempio, sono costretti a privilegiare il tempo produttivo nel senso ufficiale del temine, a cercare un lavoro, a rincorrere una qualche forma di reddito. Poco tempo rimane per il loro lavoro non pagato, segnatamente quello che attiene alla riproduzione politica. È immaginabile poi a quale tipo di lavoro possa accedere uno straniero a Parigi. T.S. (tutte le iniziali sono fittizie), ad esempio, che in Italia era un impiegato nel servizio postale, spiega:

“Non è che io non voglia lavare i piatti in un ristorante, ma non voglio farlo per dieci ore al giorno pagato una miseria. Ho lottato tutta la vita contro lo sfruttamento, e guarda ora come sono ridotto; non avevo idea che nella “civile” Europa esistessero condizioni di questo genere. Siamo trattati come animali dai quali ci si aspetta gratitudine per un piatto di minestra. Dove lavoro sono ossessionati dal cibo, come se le soddisfazioni personali si misurassero in calorie e proteine. È una vita ridotta al minimo: siamo dei tubi digerenti. Non ho tempo di far niente, ma la cosa viene vista come normale dai miei colleghi di lavoro. Mi dicono: ma cosa vuoi di più, lavori, mangi, e hai un tetto dove stare al riparo”.

Per molti, la barriera della lingua ostacola l’accesso a un lavoro accettabile. È questa però una barriera di natura spesso artificiale, eretta dai datori di lavoro a mo’ di discriminazione nei confronti degli stranieri e di ricatto nei confronti di coloro che tra questi sono così “fortunati” da trovare un impiego. Non è raro, tra l’altro, che la polizia informi il “generoso” datore di lavoro sul passato e l’identità di chi è stato inavvertitamente assunto: un ricercato per terrorismo. Alcuni rifugiati, infatti, vengono improvvisamente licenziati senza apparente motivo, dopo strane allusioni riguardanti il loro passato da parte dei datori o dei compagni di lavoro. In questi casi, condannati alla “normalità” di un lavoro, agli esuli non vengono garantite le condizioni di questa pur detestabile normalità. In altri casi, gli esuli rifiutano le condizioni di lavoro o innescano un conflitto che li porta al licenziamento. E.P. è stato assunto in un ospedale in qualità di analista di laboratorio. In Italia svolgeva un lavoro simile, ma nella nuova condizione:

“Si davano tutti un gran da fare a darmi degli ordini. C’erano un senso della gerarchia e un clima di disciplina che non ho mai visto in nessun altro posto di lavoro. Eravamo anche soggetti a delle sottili umiliazioni quotidiane, fatte di piccoli ricatti e dispettucci un po’ infantili. Avevano tutti paura di lamentarsi e di dare risposta alle vessazioni. Mi sono licenziato dopo due mesi. Ricordo che in Italia comportamenti di questo tipo non sarebbero stati tollerati. Pensa al clima negli ospedali italiani: si sarebbe indetto subito uno sciopero, i capireparto avrebbero avuto paura di noi, non noi di loro”.

Gli esempi di seguito danno conto dell’emarginazione materiale di molti rifugiati a Parigi. Una trentina di loro insegna italiano per qualche ora alla settimana in istituti privati: possono essere licenziati in qualsiasi momento. Chi in Italia lavorava nella pubblicistica, ora si adatta occasionalmente a correggere bozze. Alcuni sono venditori ambulanti, altri muratori o imbianchini, lavori ad alto rischio per via delle condizioni di illegalità in cui vengono reclutati. Verso la fine degli anni ’80, una trentina di loro, esausti di queste condizioni, ha deciso di lasciare Parigi e tornare in Italia e accettare la condanna loro inflitta. A loro modo di vedere, le condizioni di detenzione cui spontaneamente si sottoponevano erano preferibili alle condizioni di lavoro che erano costretti ad accettare: bizzarra contraddizione del principio della “minor eleggibilità del carcere”. Avendo negoziato il ritorno in Italia, è stata loro garantita una qualche alternativa alla custodia dopo un certo periodo in carcere. Queste negoziazioni sono state condotte direttamente con direttori di istituti di pena, con magistrati di sorveglianza, o a volte con la mediazione di cappellani carcerari. Altri (un centinaio), preoccupati del mutevole clima politico francese, hanno deciso di trasferirsi altrove: in altri paesi mediterranei, in Sudamerica o in America Centrale.
Tra quelli rimasti a Parigi, molti sono disoccupati, e sopravvivono grazie alla rete informale di solidarietà che è ancora funzionante, o vengono “mantenuti” da parenti e amici residenti in Italia. Alcuni si sono ammalati, e sarebbe interessante verificare se la malattia da cui sono colpiti si debba alle condizioni stesse dell’esilio. Alcuni sembrano percorrere la via dell’alcolismo, altri trascorrono periodi intermittenti in ospedale psichiatrico. Un gruppo, qualche anno addietro, ha cercato di risolvere i problemi di reddito con l’estorsione ai danni delle famiglie dei”pentiti”, loro compagni di una volta che li avevano denunciati. Chiedevano una sorta di risarcimento da parte dei “traditori” per essere stati ridotti in quelle condizioni. Un numero non identificabile, sebbene limitato, fa ricorso ad attività illecite: compra-vendita di oggetti di poco chiara provenienza, o piccole rapine.
Altri sono diventati tossicodipendenti, e due di costoro hanno deciso di lasciare Parigi e trovare sistemazione in regioni del mondo dove le droghe circolano con maggiore facilità. In Tailandia, dove il loro livello di vita si è rivelato inferiore a quello sperato, si sono accaniti in una reciproca ostilità ruotante attorno a soldi e droghe: ci è scappato il morto. La stampa italiana ha erroneamente trattato l’episodio alla stregua di un atto di guerra tra trafficanti internazionali in concorrenza.
M.G. ha lasciato Parigi a metà degli anni ’80, e in un paese dell’America centrale, dove si è stabilito, ha collaborato a riviste della sinistra. Non molto tempo fa ha deciso di far ritorno in Francia, dove risiede sua figlia. Nessun problema all’aeroporto di Parigi, dove sembra non venire identificato. Viene in realtà seguito da un gruppo di agenti in borghese per qualche giorno. Alla fine, gli agenti decidono di intervenire, sebbene privi di uno specifico mandato di cattura. Si ritiene che M.G. possa essere armato, ragione o pretesto che induce i poliziotti a massacrarlo con i calci della pistola prima che lui si renda conto di quanto stia per accadere. Sopravvive, e dopo i sei mesi canonici di carcere per possesso di documenti falsi, è ora a Parigi libero e senza una lira.
Simbolicamente, l’esilio forzato equivale a spingere l’individuo al suicidio. Un suicidio politico legato allo smarrimento del senso di collettività. Evocando toni durkheimiani P.N. osserva:

“In tempo di guerra i suicidi quasi scompaiono: l’identificazione con una causa comune produce una spinta vitale verso il conseguimento di obiettivi collettivi. Per la maggioranza di noi era questa la situazione in Italia. Ma qui, tutte quelle norme di tipo etico e ideale hanno cominciato a crollare. Alcuni sono messi in condizione di commettere una sorta di suicidio. Si lasciano andare, diventano apatici. Altri si distruggono con l’alcool o semplicemente rinunciano a pensare o a condurre un’esistenza critica. È questo uno dei risultati dell’esilio: un incoraggiamento al suicidio”.

L’esilio si presenta insomma come estrema accentuazione della sconfitta, come supplemento di punizione di cui si è oggetto proprio in quanto si è stati sconfitti. Alcuni rifugiati sembrano letteralmente aver perso il senno: vagano per le strade rifiutando di accettare la loro nuova condizione. Con ingenuità, alcuni cercano di capitalizzare sulla condizione di rifugiati, ostentando il loro status e usandolo ai fini di ricavarne vantaggi e credibilità. Uno di costoro avverte come un suo diritto, lui rivoluzionario, l’ospitalità di chi, piccolo borghese, gli mette da tempo la casa a disposizione. C.D. racconta:

“Alcuni miei vecchi amici credono che il tempo si sia fermato quando loro sono arrivati a Parigi. Il fatto è che la loro esistenza è tutta nel passato. Parlano sempre degli anni ’70 e delle loro imprese, presentando un’immagine di sè di sedicenti guerriglieri dalla vita avventurosa. Sembrano un po’ quegli anziani partigiani che non la smettono mai di parlare della Resistenza. Vengono tollerati come personaggi un po’ buffi, o come degli scocciatori che si finge di ascoltare ma su cui non si fa affidamento”.

Alcuni girano il mondo credendo che la polizia sia sulle loro tracce, ma è questa solo una proiezione dell’immagine che hanno di se stessi. In realtà, sono stati semplicemente dimenticati: sono soldati dispersi che non hanno mai fatto ritorno dal fronte.

UNA SOAVE INQUISIZIONE

Come si è accennato, non tutti gli esuli italiani sono economicamente e politicamente emarginati. La condanna al silenzio politico scaturisce solo dal mancato diniego del passato. Alcuni, al contrario, hanno preso distanza dalle proprie pratiche ed idee precedenti. A Parigi come a Canossa? Una sottomissione di natura confessionale in cambio dell’integrità fisica?
A coloro ai quali è stata offerta una nuova civitas viene imposto di farne un uso appropriato. In un certo senso, le autorità italiane sono riuscite ad esportare in Francia le procedure e il clima di restaurazione imperanti nel loro paese. In questo modo, la restaurazione ha finito per colpire anche coloro che dal paese hanno preferito fuggire. Ma per analizzare queste procedure e questo clima occorre muovere un passo a ritroso.
Le migliaia di attivisti politici processati in Italia hanno dovuto fronteggiare un sistema della giustizia in cui molti commentatori hanno ravvisato una forma, seppure soave, di Santa Inquisizione. Le cosiddette leggi di emergenza, infatti, avevano introdotto nella legislazione delle categorie di tipo chiesastico e delle nozioni che sono connaturali a un’autorità sacrale e alla sua celebrazione. Le leggi in materia di terrorismo venivano da alcuni paragonate al Decreto Pontificio del 1181, il cui nocciolo si sostanziava nella cosiddetta “sola suspicio”, vale a dire nell’idea che il sospetto da solo potesse dar luogo a una punizione preventiva. Ma il sospetto, nell’opinione di molti giuristi, non apparteneva alla vantata tradizione dei principi illuministici. Piuttosto, era parte di un concetto di verità e di fede assolute. Il sospetto veniva anche interpretato come uno stato patologico della mente, o come un’ossessione religiosa. E in effetti, in tribunale ci si preoccupava più di affermare una verità assoluta che non di stabilire la verità giudiziaria. I reati come fatto materiale tendevano a dissolversi, mentre le precise responsabilità giudiziarie perdevano ogni valore di fronte alle convinzioni politiche. Erano solo queste ultime il vero oggetto del procedimento giudiziario. La personalità degli imputati era insomma più importante, ai fini della condanna, che non le azioni da loro compiute. Un esempio: l’autocritica degli arrestati doveva suonare come abiura, da declamare pubblicamente e non da maturare nell’intimità. Possibilmente la si doveva divulgare in aula, spettacolare e celebratoria. L’autorità insomma faceva di tutto per recitare forme moderne di autodafé
Tra le categorie emerse negli anni dell’emergenza, “dissociazione” e “pentimento” si distinguono per aver lasciato tracce vistose nella attuale legislazione. La prima comporta la presa di distanza da parte dell’imputato vuoi dagli specifici atti compiuti vuoi dalla comunità politica nella quale quegli atti sono giunti a maturazione. Dissociarsi comporta un’azione positiva pubblica, un’azione che sia riproducibile in virtù della propria insita potenza promozionale. Il pentimento, a sua volta, comporta una cooperazione concreta, e inizialmente segreta, con le agenzie ufficiali dello stato. Al pentito si richiede di rivelare nomi e indirizzi di complici o presunti tali, di assegnare responsabilità specifiche a individui e organizzazioni. Il pentimento, in altri termini, possiede una distinta natura militare: alcuni soldati semplicemente passano dalla parte del nemico. Ma paradossalmente, il danno sociale prodotto dai pentiti è circoscritto, limitandosi a smantellare una organizzazione clandestina e a penalizzare i membri che la costituiscono. La dissociazione invece è misura di più ampio respiro sociale, in quanto crea un precedente ideologico, produce disaffezione e scoraggiamento non nelle file di una specifica organizzazione, ma internamente ai movimenti sociali in generale. La dissociazione si rivolge perciò a un numero elevatissimo di individui, ed è potenzialmente più insidiosa in quanto trascende la semplice sconfitta militare. Il pentimento adotta il linguaggio dell’esercito, mentre la dissociazione attinge dal vocabolario comunicativo della società civile.
Coloro che si sono distanziati dal proprio passato hanno avuto, il più delle volte, la possibilità di riprendere o iniziare una professione. La loro “autocritica” assume rilevanza non in quanto maturata nell’intimo delle convinzioni personali, ma in quanto si presta ad essere riprodotta e trasmessa al altri individui e gruppi. Ai dissociati si chiede di agire da testimoni di una sconfitta generazionale, di promuovere una memoria di sconfitta che non si esaurisca nel tempo passato e presente, ma che conservi un impatto significativo anche relativamente al futuro. È un fatto che, per coloro che sono stati coinvolti in processi politici, dissociazione ha anche significato reinserimento e spesso lavoro. Molti altri hanno dovuto emigrare. Tra i primi, lo status pubblico di dissociati si è sostanziato in messaggi e appelli chiari, inequivocabili, lanciati dalle pagine dei giornali o dagli schermi televisivi.
Vi è da aggiungere che, tra gli effetti della legislazione si annoverano la liberazione di coloro che, pur responsabili di omicidi, operano chiamate di correità, e l’accanimento punitivo contro chi, non responsabile di reati di sangue, rifiuta di rilasciare dichiarazioni dissociative pubbliche.
Come si è già fatto notare, questa cultura e queste procedure hanno attraversato il confine italiano, finendo per informare anche le procedure delle autorità francesi nei confronti dei rifugiati. Anche in Francia, perciò, l’avvio di una carriera rispettabile è subordinata a qualche forma di “declamatio”, di professione di fede, che rassicuri l’autorità circa le proprie idee e progetti. Questa “declamatio”, anche qui è di natura attiva e coinvolge non solo chi ne è artefice: nel dichiarare la propria innocenza e i propri buoni propositi per il futuro, si finisce spesso per indicare la colpevolezza o di denunciare la bellicosità dei propositi di altri. I rifugiati che coltivano ambizioni accademiche, ad esempio, sono costretti ad annullare il proprio attivismo passato tramite un contro-attivismo di natura e contenuto opposto. O.S. fa notare, ad esempio, che gli esuli che oggi lavorano in istituzioni accademiche francesi, sono tutti dissociati. La loro reputazione di leader politici e teorici, insieme all’assunto che la persecuzione di cui sono oggetto si debba solo alle loro idee, li rende molto graditi nella cerchia degli intellettuali parigini. Come conseguenza paradossale:

“Quelli che hanno scelto la strada della dissociazione e del pentimento oggi siedono comodamente in poltrone accademiche e da lì continuano a pontificare. Ci danno lezione su rivoluzioni fallite, rivoluzioni future, nuovi movimenti sociali e così via. Quelli che non si sono mai dissociati o pentiti, e non avevano risorse individuali da spendere, sono allo sbando”.

CONDANNATI AL MERCATO

Il fatto che la soave inquisizione abbia attraversato il confine non è dovuto ad accordi segreti tra Italia e Francia. È l’esilio stesso che può incoraggiare dissociazione e pentimento.
Le organizzazioni politiche italiane degli anni ’70 erano composte da individui provenienti da diverse classi sociali. Ma le differenze di status tra i membri delle stesse organizzazioni venivano (frettolosamente?) dimenticate. A Parigi, le stesse persone una volta impegnate nella comune attività politica sono ridotte a fare affidamento sulle proprie risorse economiche o professionali. Superate o rimosse, le differenze di status riemergono. Secondo T.B., quando i principi del mercato e della pura realizzazione individuale vengono rapidamente interiorizzati, sono inevitabili dei processi di intima conversione. Così argomenta:

“L’esilio è per definizione carenza di opportunità e mancanza di sostegno. È isolamento in tutti i sensi. Quando sono arrivato a Parigi, ho trovato una situazione di “robinsonismo”, la nostra isola di naufraghi essendo questa grande metropoli col suo mercato del lavoro sovraffollato. Come Crusoe, molti hanno pensato di potersi salvare solo grazie alle proprie risorse personali, vale a dire, titolo di studio, specializzazione, amici influenti. La nostra sconfitta si può leggere anche in questo: il trionfo dell’individualismo e la scomparsa di un punto di riferimento collettivo. Molti rifugiati rifiutano persino di parlare del passato, e la carriera intrapresa qui comporta la rottura con altri che hanno il loro stesso passato. Mi sento un po’ come nel romanzo “Il signore delle mosche”, dove un gruppo di bambini, presumibilmente in condizioni di eguaglianza nella loro vita quotidiana, fanno naufragio su un’isola sconosciuta. Qui, mettono in piedi la peggiore delle società, con gerarchie di ferro e autoritarismo brutale. Si deve forse pensare che anche nella loro vita di tutti i giorni quei bambini non erano poi così “uguali”, ma che solo una sorta di artificio li faceva sembrare tali”.

L’esilio comporta il ritorno delle clientele, dei patronati o, nella migliore delle ipotesi, delle reti amicali e familiari che, sole, sono in grado di garantire riproduzione. R.P. osserva:

“Durante gli anni ’70, il lavoro che uno faceva aveva poca importanza. Nella mia organizzazione, a dire la verità, io non sapevo nemmeno come i miei compagni si guadagnassero da vivere. Senza essere troppo nostalgici, le cose molto spesso si dividevano, non perchè si praticasse una forma primitiva di comunismo, ma perché in quel frangente politico la nostra identità non dipendeva dal lavoro ufficiale che uno svolgeva. Qui invece siamo costretti a venderci sul mercato. Così, quelli che stanno bene sono coloro che hanno una specializzazione che viene loro riconosciuta, che in passato hanno avuto modo e tempo di accumulare esperienze e abilità utilizzabili nel mercato del lavoro ufficiale. D’altra parte, trovi qui della gente che letteralmente non sa fare niente, sa fare solo politica, avendolo fatto per tutta la vita”.

Gruppi di status e circoli occupazionali sostituiscono tra i rifugiati quelli che erano i raggruppamenti politici e ideologici del passato. Coloro che si sono deliberatamente assentati dal mercato si trovano ora ad affrontare un clima estremamente competitivo, le cui regole non conoscono o trovano difficile accettare. A Parigi, perciò, ha avuto luogo una selezione secondo la quale solo alcuni si trovano a proprio agio: possono ora disporre delle proprie abilità e del proprio capitale umano, e come conseguenza, la loro posizione nel mercato tende a differenziarsi. Insomma, le restaurate condizioni di mercato hanno reintrodotto delle divisioni che molti ritenevano superate.
Come già ricordato, alcuni rifugiati che in Italia svolgevano attività accademica non hanno trovato difficile continuare la stessa attività in Francia. Ma questa circostanza non è legata a un semplice e doveroso riconoscimento della loro professione. In alcuni casi, continuare la propria professione ha significato ristrutturare la propria identità fino a farla coincidere esclusivamente con la professione medesima. Tra i rifugiati c’è chi lamenta:

“Se vuoi un posto all’università devi dimostrare di essere affidabile, ma devi anche dimostrare che il tuo unico obiettivo è di essere un buon professore. Inoltre, non devi limitarti ad assumere un ruolo passivo, ma devi essere un propagatore attivo di quella che si chiama una buona deontologia professionale. Ad esempio, può essere di una certa utilità denigrare pubblicamente altri professori che sono “distratti” dalla politica; devi denunciare chi ha rapporti con “gruppi pericolosi”; insomma devi infangare altri in modo da promuovere te stesso. Solo in questo modo puoi presentarti al mondo accademico come un intellettuale puro, al di sopra delle fazioni”.

IL PASSATO SI RIVELA ORRIDO

Nelle osservazioni di uno dei rifugiati italiani, l’esilio è come una finestra che si apre sull’abisso: vengono le vertigini a guardarci dentro. Un altro paragona la situazione dei rifugiati a quella di sopravvissuti di un naufragio, laddove la disperazione può spingere al cannibalismo. Ma questa situazione non si limita a produrre sentimenti estremi relativamente al solo presente, relativamente cioè a una situazione che è di per sè estrema. L’esilio, secondo I.L., rivela “il normale processo di costituzione della soggettività”. Il suo effetto è peggiore del prodotto di una situazione estrema. L’esilio rivela non come si e’ oggi, ma come si era in passato. il passato, allora, diventa orrido altrettanto quanto il presente.
Narcisismo, competitività, panico di status appaiono improvvisamente a rivelare di essere sempre stati tra noi. E.G. fa notare che l’esilio è un rivelatore molto vivido degli errori previamente commessi, quando il movimento rivoluzionario era in ascesa. Le questioni riguardanti la responsabilità personale, ad esempio, non venivano mai davvero affrontate nella sinistra. I problemi etici erano assenti dall’orizzonte dei militanti politici, i quali tendevano a mimetizzare la propria individualità all’interno della vaghezza molto accogliente del “collettivo”. I processi di rivoluzione intima riguardanti l’individuo venivano rimandati a un futuro indeterminato, a un’epoca di epifania politica improbabile quanto indefinita.
Un altro rifugiato spiega:

“Eravamo convinti di far parte di una comunità morale i cui valori erano opposti alla moralità ufficiale e a quella dello stato. Il nostro era invece una forma di “familismo”, simile in un certo senso al familismo tradizionale delle società segrete e dei gruppi chiusi. La nostra moralità ci legittimava in tutto quello che facevamo, e giustificavamo ogni comportamento individuale facendo appello a una collettività di cui non dubitavamo il sostegno. Un sostegno però che a volte era reale a volte solo immaginario. E tuttavia, si riusciva a trovare un punto di equilibrio, un artificio ideologico che ci consentiva di evitare ogni senso di colpa. Qualsiasi cosa si facesse veniva interpretata come una necessità e non come l’esito di una scelta personale. Noi non ne avevamo colpa, la colpa essendo sempre dell’imperialismo”.

La negazione della responsabilità, la condanna di chi condanna, l’appello ad una più alta lealtà, sono categorie che echeggiano altrettante tecniche di neutralizzazione molto celebri in discipline quali la sociologia della devianza. Ma nei comportamenti extra-legali di natura politica queste tecniche non fungono da rassicurazione per l’individuo, mirano piuttosto a cementare una collettività, seppure talvolta artificialmente, attraverso l’esercizio di un contro-potere. Quest’ultimo, nell’Italia degli anni ’70, veniva interpretato come depositario di una più alta moralità rispetto allo stato. Come ricorda P.F.:

“La certezza di avere ragione ci proveniva da quella che ci appariva come una grande coerenza morale. Rinunciare alla vita privata e agli interessi personali, trascurare gli aspetti dell’individualità, ci sembravano una garanzia e una prova inconfutabile del nostro altruismo. Se si faceva una rapina, ad esempio, i soldi non andavano ad aumentare il reddito di chi la faceva, ma servivano a finanziare l’organizzazione. Questi meccanismi di auto-giustificazione sono stati dilatati al punto da coprire ogni tipo di comportamento. Così anche episodi orribili venivano a volte accettati con compiacimento, in nome di interessi collettivi astratti”.

Ai rifugiati non viene solo negato un presente, viene anche negato un passato. Quest’ultimo non viene cancellato ma appare in una luce diversa. Gli individui e i loro atti ne vengono sfigurati, mentre la personalità dei primi e la logica dei secondi rivelano tratti inaspettati. G.L. afferma di essere stato shockato da come persone da lui credute straordinarie si siano invece rivelate scandalosamente ordinarie:

“Molti di quelli che si sono rifugiati qui hanno ucciso, lo sappiamo tutti. Lo scandalo è che, una volta neutralizzato il senso di colpa, e una volta pentitisi, hanno cominciato a mostrare una serie di valori con i quali anche i reazionari di vecchio stampo si sentirebbero a disagio. Mia nonna è più progressista di loro”.

La punizione insita nell’esilio, insomma, produce effetti anche sul passato di chi la recepisce. E contrariamente alla distopia orwelliana, il passato non scompare, ma torna più vivido e spaventoso. Forse quelle persone sono sempre state “scandalosamente ordinarie” come si rivelano essere adesso. La punizione inflitta con l’esilio sembra suggerire che non c’è via di scampo, e che il sistema “clona” i suoi oppositori: coloro che si presentano come antagonisti, in realtà, posseggono lo stesso repertorio di valori contro i quali sembrano combattere. Secondo D.S., ad esempio, il tipo di carrierismo di alcuni rifugiati è simile al carrierismo che si avvertiva anche negli anni più conflittuali. C’era una lunga lista d’attesa per entrare nelle Brigate rosse, ha detto, come oggi c’è una lista d’attesa per avere un impiego di prestigio dopo essersi pentiti.
Questa continuità nell’atteggiamento intimo degli individui, nonostante i drastici cambiamenti presunti, ha trovato espressione letteraria in Camus. Il Rinnegato è un sanguigno missionario che si impegna a convertire un popolo notoriamente crudele. In effetti sarà lui a venir convertito da questo. Quando, dopo un periodo di convivenza col suo nuovo popolo, gli arriva notizia che un altro missionario ha assunto il suo impegno precedente, si arma di tutto punto e lo uccide in un’imboscata. In questa simmetria di comportamenti, in realtà non è mai cambiato.

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