di Cesare Battisti

battistihumcolor.gifIl romanzo di Cesare Battisti L’orma rossa (Einaudi Vertigo, 1999) aveva a corredo una serie di dichiarazioni dell’autore raccolte da Valerio Evangelisti. Il testo fu pesantemente tagliato dall’editore, cui peraltro va dato atto di avere avuto il coraggio di pubblicare un romanzo oggettivamente “scomodo”. Riproponiamo ora le dichiarazioni di Cesare nella loro integralità.
Segnaliamo per inciso la crassa imbecillità di un recensore de
La Stampa-Tuttolibri (ne omettiamo il nome per compassione) che, scambiando il romanzo per un’autobiografia, scrisse di un Battisti che campava a carico della moglie, e altre amenità del genere, traendo simili notizie dalle vicende del protagonista immaginario della storia. Un po’ come attribuire ad Alessandro Manzoni la stessa biografia di Don Rodrigo. Tale idiota, per inciso, scrive ancora, e scrive cazzate.

Una narrativa che nasce dalla carne

Una decina di anni fa cominciai a buttare giù le prime linee di un romanzo. Allora non sapevo ancora dove andavo a parare, cercavo disperatamente una storia, un pretesto dal quale snodare un riesame esistenziale. Senza esserne cosciente, stavo scrivendo l’ultimo capitolo dei miei anni Settanta…


Nel mio primo romanzo, Travestito da uomo (…per non essere niente, era il titolo completo), Claudio, il protagonista, si dibatte per sopravvivere al purgatorio degli esiliati italiani a Parigi. Finirà per abbandonare definitivamente la scena nel solo modo possibile. Tolta di mezzo questa mina vagante, mi sono detto allora, potrei tentare di spingermi oltre, di risalire ancora un po’ il tempo per gettare uno sguardo a un passato meno recente. E un libro dopo l’altro, mi sono ritrovato improvvisamente sulla soglia degli anni Settanta.
La prima reazione è stata quella di tornare indietro di corsa, ma la macchina del tempo non funzionava più. Non mi restava altro che avventurarmi in quel deserto di menzogne dove brillavano le ossa di altri incauti. Non ci tenevo a fare la stessa fine, allora mi sono inventato una favola, un pretesto psicologico che mi liberasse dalla tara ideologica. Solo inseguendo la fantasia potevo ricostruirmi un passato ricco di dettagli tragico-umoristici; un passato che, se anche fosse appartenuto alla vita di un altro, non sarebbe stato meno reale del mio. In questo modo avevo pensato di avere il personaggio biografico ideale. Non dovevo fare altro che allineare narrativamente immagini reali, e inserirle nella storia per flash disordinati, purché profondamente nitidi e genuini, in modo da tessere il filo dei miei anni Settanta.
Il risultato si chiama L’ultimo sparo. Né autobiografia né fiction, ma una ricerca del reale in cui raramente si va nella direzione di quel che ci si aspetta. Perché nella vita vera le reazioni sono sempre insensate, assurde, talora raccapriccianti.
“Guarda, guarda… Impara a guardare!” E in quell’istante lo scrittore sparisce. Questa è l’unica conclusione che pretende L’ultimo sparo.

L’evasione e la fuga in Messico

Il 4 ottobre 1981 mi lasciavo alle spalle il carcere di Frosinone. Non a testa bassa né svuotato nello spirito, come avrebbero voluto i signori della repressione, ma con un’arma in pugno e il petto che mi scoppiava dalla gioia. Alcuni scrissero di un’azione militare perfetta: senza colpo ferire, un gruppo di compagni penetrò all’interno del carcere e lo occupò i tempo necessario per permettermi di varcare una decina di cancelli.
L’aspetto “militare” dello sforzo di migliaia di giovani, che in quegli anni osarono sfidare il potere più selvaggio e corrotto dell’Occidente, era l’unico linguaggio accessibile ai media e a tutti coloro che rifiutavano vigliaccamente di guardare in faccia la realtà. No! Sono stati l’amore e la solidarietà, lo spirito libero e generoso di quei meravigliosi anni Settanta che mi hanno strappato dalla prigione, non quattro pistole arrugginite.
Purtroppo non mi fu possibile gioire a lungo della ritrovata libertà. Qualche giorno dopo seppi degli infami rastrellamenti effettuati dai carabinieri. A nessun membro della mia famiglia, da una nipote di appena tredici anni a mio padre morente di tumore, fu risparmiato l’abituale trattamento riservato ai “terroristi”: arresti, ricatti, percosse, tortura e condanna nel caso di una sorella colpevole di avermi reso visita in carcere. Con il groppo in gola fuggii un’Italia disgraziata. In Francia non mi vollero, all’epoca accettavano solo i fuggiaschi che si erano sporcate le mani esclusivamente d’inchiostro. Le mie erano un immondezzaio, andai a lavarmele in Messico.
E fu un bagno d’ossigeno. In un paese così lontano dal grigiore degli anni Ottanta in Italia, dove la frattura sociale perdurava in un clima di sconfitta da un lato e nell’isteria individualista e megalomane dall’altro, incontrai un popolo straordinario.
Ridendosene delle morali e di certi valori come la coerenza, che laggiù è un lusso che non si permettono neanche i parolai professionisti, il Messico mi ha insegnato a guardare me stesso e il mondo da un angolo inaccessibile alla cultura dominante occidentale. Al Messico devo la nascita di mia figlia, la voglia impellente di scrivere e quel calore umano che la democrazia italiana aveva relegato nel profondo delle carceri speciali.

L’approdo in Francia

Nel ’90 sono dovuto tornare in Francia per ragioni familiari, ma anche perché restava il solo paese al mondo a tollerare la presenza dei fuggiaschi italiani. Il ritorno alla ville lumière per me fu un trauma. Difficile riabituarsi a un intrico di norme sociali che, in nome dell’ordine democratico, ti succhia la vita. Con affitti da capogiro, senza documenti e quindi senza lavoro, insomma nella miseria totale e con una famiglia da mantenere. Come se non bastasse, nello stesso giorno mi informarono che durante l’esilio messicano era morto mio padre e avevo subito una condanna all’ergastolo. Al momento non realizzai, mi sembrava talmente troppo che non riuscii a versare una lacrima.
In seguito, l’avvocato mi fece pervenire una valigia di atti processuali. Dopo averne letto qualche pagina, fu tanto il disgusto per quell’ammasso di menzogne che decisi di buttare tutto nella spazzatura. Nell’illusione di liberarmi definitivamente di una storia che non mi apparteneva più, che era stata disonestamente rivista e corretta, mi misi a scrivere come un forsennato.
Nel ’92 uscì il mio primo libro, poi il secondo e così via. Gli editori e il pubblico francese si interessarono progressivamente a uno stile che la stampa definiva di volta in volta viscerale, crudo, picaresco. Intanto continuavo a remare come un pazzo in un mare di stenti. Ma da un paio d’anni le cose sono migliorate, nel senso che ora riesco a vivere dei miei romanzi.

I conti col PCI

L’ombra rossa è un altro passo a ritroso, un ulteriore tentativo di capire cosa mi / ci era successo negli anni Settanta, che pure avevo vissuto da protagonista. Venendo da una famiglia religiosamente comunista mi sentivo autorizzato a rovistare tra i panni sporchi del PCI. Inoltre, in quel periodo mantenevo una corrispondenza ricca di informazioni storiche con un illustre membro del partito silurato insieme a Pietro Secchia.
Al PCI rimprovero l’ambiguità calcolata, la lingua biforcuta con cui da un lato alimentava i sogni di tutti gli sfruttati, spesso mandandoli al massacro, e dall’altro si riproduceva come partito di potere intento a spartirsi la torta con la Democrazia Cristiana. Del PCI detesto l’anima stalinista, complottista e persecutrice che già durante la seconda guerra mondiale giocò un ruolo di primo piano nella vigliacca distribuzione politica dei popoli europei.
Più tardi, durante la tragedia degli anni Settanta, credendosi ormai a un passo dall’Olimpo, tutte le maschere caddero e il PCI si rivelò per quello che era in realtà. Basterebbe ricordare le numerose espulsioni degli iscritti al partito che si rifiutavano di etichettare il movimento contestatario come una devianza di destra; gli sgherri di Lama all’assalto dell’università di Roma, spranga alla mano; le autoblindo del sindaco di Bologna; le pattuglie armate contro i comitati autonomi dell’Alfa e della Fiat; la brillante idea di Giuliano Ferrara, allora consigliere comunale a Torino, di lanciare un censimento porta a porta con lo scopo di promuovere la delazione verso ogni comportamento in odore di sovversione. E via di questo passo, fino alla copertura di assassinii, di torture, di decine di migliaia di licenziamenti, dell’arresto di oltre diecimila compagni.
Mi è difficile non credere che, se negli anni Settanta il PCI avesse accettato il dialogo con il Movimento, si sarebbe potuto evitare un massacro. Invece hanno fatto come i fascisti, si sono schierati con i cattolici dando il via alla caccia alle streghe. Del resto, dopo il ’43, non si contano i quadri del Fascio riciclatisi nel cosiddetto partito dei lavoratori. In comune avevano il concetto del lavoro: per gli uni rappresentava il fulcro della liberazione (in URSS gli stakhanovisti lavoravano senza stipendio), per gli altri un’espressione del rafforzamento della razza.

Un’amnistia improbabile

Seconda Repubblica, voltare la pagina degli orrori, risanamento sociale, giustizia, e chi più ne ha più ne metta. Parole che solo un paese con un governo politico forte può permettersi di concretizzare. Vista da lontano, questa povera Italia con i suoi governucci tecnici o di transizione, che sono una manna per la satira politica internazionale, al massimo riesce a rattoppare qualche vecchio buco, se i soliti clan glielo permettono, beninteso. Per le soluzioni, quelle limpide, ci vuole il coraggio di uscire allo scoperto, ma dov’è? Forse nella pagina dei commenti de “La Repubblica”, dove uno sprovveduto, se non malintenzionato, Franco Coppola (*), per scongiurare un’eventuale amnistia, pasticcia tra terrorismo e lotta armata, tra stragi di Stato e rivolta sociale, tra Ustica o la Uno Bianca, cito testualmente, e il Partito armato. E se si mettessero sullo stesso piano anche Mussolini e Togliatti, che avrebbero da ridire questi buffi angeli vendicatori?

(*) F. Coppola, I carnefici e le vittime, “La Repubblica”, 16 febbraio 1999.

Share