di Alessandro Leogrande
[Autore del bellissimo reportage/inchiesta/supernoir Le male vite, A.L. è una delle menti pensanti de Lo straniero, il periodico diretto da Goffredo Fofi, sul quale questo intervento è stato pubblicato]

berlusconigasparri.jpgIl berlusconismo sopravviverà al governo Berlusconi. Il culto della personalità come pratica della politica, il corporativismo indecente, il disprezzo delle regole e la sfrenata voglia di condonare ogni possibile infrazione, lo sventramento del paese in onore del suo popolo bottegaio e vacanziero, il convivere (beatamente, senza alcuna predisposizione alla tragedia) con la mafia, la massoneria e gli zombie della P2, l’americanismo come vademecum delle relazioni internazionali…

Potremmo continuare, elencare i vizi e i mali del costume pubblico italiano non è mai stata cosa difficile, almeno, diciamo, da sei secoli a questa parte. Non è difficile farlo neanche dopo le doppie o triple mutazioni genetiche e antropologiche che hanno segnato la società negli ultimi trent’anni. Basta guardare il paese reale, le cento provincie, i nuovi padroni e i nuovi servi, un po’ di televisione e di cronache locali. La domanda è un’altra: è davvero possibile pensare che una spallata di Palazzo, peraltro tutta interna alla nuova destra, possa — oplà — coincidere con la fine del berlusconismo, variante aggiornata del continuismo italiano? Con la fine del berlusconismo quale concezione eversiva e largamente condivisa dell’assalto alla Costituzione?
Oggi non c’è più alcuna differenza tra il Palazzo e la società reale: i rappresentanti più retrivi e rapaci della seconda hanno occupato le stanze del primo. Non c’è più mediazione politica nelle forme in cui veniva offerta dai boss democristiani o dal craxismo. Gli spiriti animali sono direttamente lì, negli organi dello Stato, nei cento enti e nelle tante amministrazioni locali. Hanno portato la loro cultura e il loro costume e hanno prodotto per osmosi una nuova cultura e un nuovo costume della gestione privata della cosa pubblica. Non che prima si stesse meglio, non che prima l’Italia fosse un paese senza vizi, stragi, corruzioni, non che prima non ci fosse un potere clerico-fascista con i suoi rappresentanti, atti a muoversi come “atroci, ridicoli, pupazzeschi, idoli mortuari”. Ma la differenza è proprio qui: con il berlusconismo, i nuovi modi di produzione, i meccanismi pubblicitari, l’accaparramento finanziario dei neoricchi, le pretese della lobby dei loro avvocati sono diventati di per sé la Pubblica Amministrazione.
Al di là dei dissidi quotidiani, il tentativo sostanziale (perdente? vincente?) dei Fini & Follini, spalleggiati dai D’Alema & Fassino, è quello di ritornare alla politica, di reintrodurre l’“autonomia del politico” contro l’“autonomia del premier” e della sua corte. Ma il blocco sociale che ha sostenuto la Casa delle Libertà da che parte sta? Quali regole vuole, in quali modi si riconosce? Purtroppo, bisogna dar ragione all’ex-pupillo di Amendola, Giuliano Ferrara: Berlusconi ha introdotto un nuovo modo di far politica che ha messo radici e con cui tutti devono fare i conti. Non è un marziano, e oggi è ancora il miglior rappresentate di una parte consistente della società che in lui si riconosce. Che un pessimo comunicatore sia ritenuto il Grande Comunicatore ne è la conferma: trova orecchie ben sintonizzate per i propri sproloqui. Quando queste orecchie se ne disinnamorano, è perché Berlusconi non è all’altezza del berlusconismo. Da questo dato, oggi in Italia, deve prendere le mosse ogni critica della politica.
Il berlusconismo ha selezionato una nuova classe dirigente che non ha occupato solo Montecitorio e buona parte dei ministeri, ma una miriade di amministrazioni comunali e regionali. Regioni nevralgiche (Lombardia, Veneto, Puglia, Sicilia…) e sei delle dieci città più popolose della penisola sono oggi governate dal Polo. In particolare, sono le giunte guidate da Forza Italia e dalla Lega, al Nord come al Sud, ad aver inaugurato un nuovo modo di gestire e amministrare tale da far impallidire i modus operandi tangentisti degli anni ottanta. Chi è troppo ossessionato dalle dichiarazioni del premier, dalle sue vicende giudiziarie e dal conflitto d’interesse, difficilmente riesce a cogliere che il presente dell’Italia e l’assetto dei suoi poteri è tutto nei rapporti che si stanno instaurando tra centro e periferie, tra Stato e Regioni. Il governo può forse perdere consensi nei sondaggi, ma il suo costume ha solide basi in tutte le istituzioni “periferiche”, nelle quali spesso in settori determinanti (ambiente, sanità, scuola eccetera) le mire più estremiste del governo sono state superate da un pezzo. E chi, soprattutto a sinistra, passa le giornate a fissare le contraddizioni tra le quattro forze politiche del Polo, dimentica quel minimo comun denominatore che tutte le accomuna e che diventa tanto più evidente quanto più ci si allontana dalle dinamiche parlamentari. Piccoli Silvio crescono…
Il guaio è che in tutto questo manca la sinistra, cioè l’elaborazione di una proposta alternativa ai modi del berlusconismo. Se si escludono l’eterna polemica sui processi di Milano, gli attacchi continui alla Cgil, e la bufala Telekom-Serbia, ciò che ci consegna il panorama politico non è la tanto decantata dialettica dei poli, ma i frutti di un pericoloso trasversalismo, la cui massima espressione è il salotto televisivo. Colui che definì “Porta a porta” “il terzo ramo del Parlamento” (chi ben frequenta ben conosce), colse nel segno. Il copione politico nazional-popolare è sempre lo stesso: tra una stretta di mano, un vaffanculo e un abbraccio finale.
Perché il nodo del discorso è esattamente questo: chi oggi trama contro Berlusconi, tenendosi ben lontano dal criticare il berlusconismo, prefigura la costituzione di un Grande Centro, senza la Lega e con un premier un po’ più debole. Un Grande Centro che prenda tutto: dalla Confindustria al Vaticano, da Bankitalia alla Rai, dal “Corriere” alla “Repubblica”, da Alleanza nazionale all’Ulivo… Il compromesso, l’eterno ritorno della politica italiana, è sempre dietro l’angolo, minacciato o praticato in silenzio è oggi ciò che lo stesso Berlusconi teme più d’ogni cosa. Ma questo dettaglio è una quisquilia politica. Anche qualora il governo dovesse cadere, per l’effetto delle trame o lo smozzicarsi del consenso, quell’italico berlusconismo sociale e culturale non sarebbe messo in discussione né perderebbe le proprie roccaforti sparse in giro per l’Italia. Lo stesso compromesso non potrebbe farne a meno.
Il guaio è che manca la sinistra, e che il Grande Centro è già una realtà. Ci sono molte prove che lo confermano. Citiamone una: la proposta del voto amministrativo agli immigrati (o meglio, a un ristretto numero iper-regolarizzato e iper-integrato di questi). L’ha avanzata quello stesso vicepremier che aveva firmato insieme a Bossi una delle leggi più estremiste in chiave anti-immigrati e l’ha sostenuta all’unisono buona parte della maggioranza e dell’opposizione, con un occhio al dopo-Berlusconi e senza mai mettere in discussione l’impianto di quella famigerata legge, la 189 del 2002. Che tutto questo sia stato fatto non in favore dei migranti, ma solo per motivi di equilibri politici, negli stessi giorni in cui decine di corpi galleggiavano nel Canale di Sicilia, è semplicemente indecente. Che il presidente dei Ds, poi, abbia avanzato — scherzando, ma poi mica tanto — l’idea di una legge d’unità nazionale sull’immigrazione Turco-Fini è il segno della consacrazione della strategia del Salotto.
Di recente, una commedia riuscita ha inquadrato questa Italia. È il film di Virzì Caterina va in città. La protagonista, un’adolescente di terza media trasferitasi dalla provincia a Roma con la propria famiglia piccoloborghese, è schiacciata tra le cricche delle compagne di classe, figlie ora della borghesia di sinistra ora di quella di destra, e delle loro famiglie. Con un pizzico di sarcasmo populista e di amarezza, il ritratto delle conventicole girotondine e delle tribù post-fasciste è convincente. Mostra costumi romani in realtà poco raccontati, e al di là degli stereotipi e dei clichés, i punti di contatto tra le due grandi famiglie sono molti e spesso inaspettati. Una scena per tutte: quando le amiche di Caterina, Daniela (figlia di un viceministro di An) e Margherita (figlia di intellettuali di sinistra) si menano in classe, il preside chiama i rispettivi genitori. E qui, dopo che per tutto il film destra e sinistra sono stati dei mondi a parte, c’è il colpo di teatro. Uscendo nel corridoio, il viceministro (alias Alemanno) e l’intellettuale (alias Maselli?) scherzano sottobraccio, chiacchierano dei rispettivi articoli e scelte di governo, “Vuoi un passaggio?”
È solo un film, si dirà, la realtà è un’altra cosa. Può darsi… Ma chi scrive ha potuto vedere la puntata di “Porta a porta” dedicata al film. Sulle poltrone bianche di Vespa c’erano il regista e gli attori, e poi c’erano, nell’ordine, per discutere di destra e sinistra: Alemanno, Belpietro, Curzi Sandro, Diaco Pierluigi, La Russa figlio, Mussolini Alessandra, Salvi Cesare, più una psicologa che studia le preferenze politiche fra gli adolescenti. Tra una stretta di mano, un sorriso senza vaffanculo e un abbraccio, gli ospiti hanno detto la loro (maschere di se stessi, tutti concilianti davanti a un Vespa in piena forma, pronto a teorizzare che contro le Brigate Rosse il “volemose bene” è l’unica soluzione), e sarebbe troppo lungo elencare in questa sede le perle di trash politico-televisivo.

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