di Giuseppe Genna

tp.jpgQuesta mattina, come sempre, mi sono alzato e ho trovato l’invasòr. Cisposo e ottuso per la beatitudine notturna, ho acceso la radio e ho ascoltato un programma giornalistico di punta del primo canale: Professione reporter. Si sente la colonna sonora della Pantera Rosa. La giornalista (un laringotomico esprimerebbe maggiore sensualità vocale) dice all’incirca: “Ore 11, un’aula dell’università de L’Aquila”. Penso: no!, la solita retorica su quanto è bello laurearsi. Mi sbaglio: si acolta una voce stridula meridionale, da cobolda, che insegna come si svela un delitto. E’ il corso di tecniche di investigazione: l’unico a livello universitario, in Italia.
Nel giro di cinque minuti di servizio radiogiornalistico vengo informato: delle ambizioni da alienazione di massa di certe studentesse meridionali (sorridendo: “Voglio entrare nell’Arma”), della presenza tra gli studenti di graduati militari, di quanto è affascinante il mondo delle spie, dei disoccupati tra i banchi aquilani, della riflessione sulla società che si compie nei gruppi di lavoro del corso, del fatto che a imparare a seguire le coppie fedifraghe si raggiunge “la Verità”, che qui si studia il diritto e l’ingegneria e la psicologia come nelle accademie fiorentine del Rinascimento, che ci si esercita con casi da detective al posto dei temi su quinterno a righe, che tra gli studenti c’è la Finanza, che tra i libri di testo c’è Dei delitti e delle pene di Beccaria, che si lavora on line con gli autori del film Un americano tranquillo tratto dal romanzo di Greene, che “qui mi hanno portata i mass media”. Il tutto mentre, massimalisticamente, si ascoltano variazioni lounge del motivetto di James Bond. Crollo all’intervista alla figlia di Tom Ponzi, la quale beccheggia così nell’etere: “Quando mi chiedono cosa mi ha insegnato mio padre, io rispondo niente, però mi ha insegnato tutto, soprattutto il coraggio del coraggio”.
Ecco: io intendo esattamente questa cosa quando parlo dell’esito funesto che la dittatura del genere nero comporta. Che Graham Greene finisca tra i testi di studio degli aspiranti Caramba… beh, questo proprio no. Ma, se la letteratura va difesa, si tratta davvero di letteratura?

Il genere nero è politico. Maneggiare con cura.
E’ una benedizione che l’unica operazione noir (esplicitamente un noir politico) nella storia recente della letteratura italiana l’abbia compiuta un magistrato: intendo Giancarlo De Cataldo col suo Romanzo criminale. Perché un magistrato conosce alla perfezione i limiti della dicibilità: quella politica, intendo, non certo quella penale. E’ un dato importante, questo. De Cataldo è privo di tecnicismi polizieschi, così come di ambizioni pseudostilistiche. L’esito della sua letteratura nera è esattamente all’opposto dei miserrimi risultati della paraletteratura noir di cui sono zeppi gli scaffali in libreria: è l’idea della storia popolare. C’è qui un’idea di pedagogia popolare che è innegabilmente virtuosa. Si tratta di una delle funzioni specifiche del genere storico, da cui il genere nero mutua e perverte l’esistenza. Ormai non c’è nero americano o italiano di cui non si dica: non è un nero, qui il nero è occasione per dire altro. Che cosa, in nome dell’Inesistente?

Il genere nero è televisivo. Mandarlo affanculo.
Un conto è se vedo le puntate di Alias: una nuova sintassi, un nuovo immaginario mi si spalancano. Ho strumenti per tentare di interpretare il mondo: strumenti che non ho ancora decodificato, sono goffo nell’usarli e sbaglio. Questo è il virtuosismo esodico dell’umano. Ma se vedo una puntata de La Squadra, a parte gli isterismi da Amedeo Nazzari fuori tempo massimo e la musta borgatara di Ricky Memphis, cosa vedo? Vedo questo: alla fine della miniserie, al commissariato si presenta un pool di magistrati, pronti con l’ordine di comparizione per uno della Squadra, e i pulotti, che sono stati eroici anche se non hanno rispettato le regole ma hanno rispettato i sentimenti, si ribellano come nello spot (a sua volta mutuato da De Amicis) degli alunni che si alzano tutti a dire che il preservativo è loro. Morale: poliziotti=eroi=umanità; giudici=stronzi=alterità. Suona familiare, no?
Io mi chiedo: con che coraggio uno si mette oggi a scrivere un noir in Italia?

Il genere nero non è più rivoluzionario. Alla larga dai borghesi.
Perché la letteratura noir, oggi, è un divertimento. E’ un manuale di cucina, con le ricette esotiche. E’ indefinitamente seriale come Beautiful. Ti fa stare bene, ti fa sentire coccolato, a casa. La letteratura noir, oggi, non è nemmeno più la letteratura noir: è la fiction televisiva tutta. Non c’è un ispettore che non finisca in tv o al cinema. Perfino Grisham, che furbo è furbo, si è messo a scrivere storie di Natale e, se riprende la penna nera in mano, ti tira fuori un abominio come se io mi mettessi a fare un romanzo su Chiarugi che va sulle tracce di Nereo Rocco (anzi: questo è meglio dell’ultimo Grisham e quasi quasi…). Attenzione: è un cancro. E’ un cancro del genere, non soltanto nero. L’odissea davvero infinita, fino al 2999 nello spazio, di Star Trek con tutte le sue generazioni, i suoi insopportabili droidi emuli di se stessi, le sue moraline esistenziali neoborghesi, neoconservatrici e neoidiote – questa melma di pixel e catodicità a buon prezzo mette a repentaglio nuclei fondamentali del genere fantascientifico. Lo sputtanamento del genere rosa, quello del fantasy puro e quello del genere storico (aspettate e vedrete cosa verrà fatto in Rai con le Cinque Giornate) parla chiaro: il noir è alla frutta per gli stessi motivi.
Il noir non inquieta.
Non inquieta più: perché non rivoluziona. Non è più il genere rivoluzionario. A ogni rivoluzione di genere, segue la reazione. Oggi il noir è un genere reazionario: consolidato, tranquillo, straparla di tradizioni e di canoni a sproposito, difende l’esistente che coincide con se stesso.
Gli scrittori cotti sono talmente bolliti da non avvertire più lo stimolo per spostare la frontiera del Wild West della letteratura agenerica.
Rafforziamo con entusiasmo chi, per noi, sta facendo questo lavoro di allargamento, di mappatura incerta dell’incerto. Sono i nostri papà di domani.

Il genere noir e la macchinetta antientropica.
Fa male, vero? Uno lavora a una cosa e quella invecchia, diventa l’opposto di quello che speravi, ti tradisce e ti contesta o ti aliena e colonializza. E poi muore. Fa male, vero?
Ma come non si fa a rendersi conto che il seriale ammazza? Quante volte dovremo leggere di Maigret uguali a se stessi, che camminano nelle viuzze pittoresche, alla ricerca del colpevole, il quale peraltro è ormai svuotato di ogni amoralità e potenzialità di assalto al sistema etico collettivo? Il colpevole, oggi, lo si scrive così: troviamo un colpevole originale, un colpevole di cui ancora non è stato scritto, supersuperinsospettabile, sostituiamo il maggiordomo della Christie con una colf cingalese, inventiamocelo ipertecnologico, oppure suadente e sbruffone, oppure un terrorista, oppure identico ai colpevoli che si vedono al tiggì, a Stevanin, a Bilancia, a Erika e Omar… Variamo sul canone del colpevole. Il colpevole non ci spara più col cannone, ma col canone.
Questa compulsività alla ripetizione è il meccanico.
A me fa schifo, per tutti è pericoloso.
La ripetizione dell’esistente abolisce l’eversione fantastica dall’esistente.
Un conto è la bambola seriale, un altro conto è la ripetizione seriale di ciò che si ipostatizza essere realtà. Sebbene la bambola seriale (come la Barbie) sia un ottimo mezzo per colonizzare la psiche, la ripetizione della realtà ipostatica impedisce di cogliere la varianza impazzita, di effettuare il salto quantico, di lanciarsi nel non ancora conosciuto, nel paradosso, nell’errore – nella sostanza psichica, e non meccanica, in cui si misura la totalità dell’umano.

Excusatio non petita
Apro una breve parentesi personale e non, perché tutte le volte che si scrive si incappa in equivoci.
Già mi vedo la mail di qualcuno che, non capendo, mi scrive: scusa, parli di Maigret, ma Eymerich?
Ecco: esattamente Eymerich è lo sfondamento del seriale. Quando qualche studioso rigoroso scriverà in maniera esatta di Eymerich, si comprenderà che il personaggio di Evangelisti è il contrario della meccanicità. E’ una porta universale, è una chiave universale. E’ la sapienza di un mondo che trabocca e invade la sapienza di ogni mondo possibile. In questo, Evangelisti porta la letteratura di genere oltre il genere. La sua letteratura interroga profondamente chi pensa e sente la letteratura. Il fatto che Eymerich sia molto popolare, poi, interroga violentemente competenze sociologiche che, al momento, qui in Italia, sembrano distratte dai real show in tv. Che Evangelisti strutturi il suo personaggio come un buco nero, attraverso cui si passa in altri universi di storie, ricolloca la sua favola in un àmbito politico che, infatti, viene facilmente percepito da tutti i suoi lettori. Eymerich è proprio ciò che intendo per letteratura entropica.

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