La lunga parabola dell’Islam ripercorsa da Tariq Ali in Lo scontro dei fondamentalismi (Rizzoli) al vaglio di uno sguardo che incrocia l’esperienza personale dell’autore alle vicende della storia
di FERDINANDO FASCE
ali.jpg«All’indomani degli eventi dell’11 settembre gli esperti militari del Pentagono hanno di nuovo sollevato la questione della rimozione dal potere di Saddam Hussein. Se dovesse essere condotta una nuova guerra contro l’Iraq, la cosiddetta `Guerra contro il Terrorismo’, otterrebbe un effetto contrario. La combinazione di odio e disperazione porterebbe sempre più giovani, nel mondo arabo e ovunque, a pensare che l’unica risposta al terrore di Stato sia il terrore individuale». Anche se in momenti terribili come quelli che stiamo vivendo possono sembrare tratte dall’ennesimo, generoso, ma a questo punto anche un po’ ripetitivo, instant book, queste parole vengono invece da un grosso tomo, scritto pochi mesi fa, è vero, ma molto pensato e intensamente vissuto. Lo scontro dei fondamentalismi di Tariq Ali (Rizzoli, 2002, pp. 466, 19 euro) è un libro che abbraccia, con uno sguardo raro perché intessuto contemporaneamente di forte partecipazione e non meno ostinata lucidità, l’intera storia dell’Islam.

Lo fa mescolando l’esperienza personale dell’autore alle vicende della storia con la «s» maiuscola, muovendosi, con la levigata durezza di chi è abituato a unire narrativa, saggistica e autobiografia, fra speranze e tragedie, passioni politiche e vicende individuali, sistema di interessi globali e minute peripezie esistenziali quotidiane, distese sul vasto scenario compreso fra Medio Oriente e Asia meridionale. Ben noto ai lettori del manifesto per le sue collaborazioni al giornale, l’autore, membro della redazione della New Left Review, incarna appieno, nella sua storia personale e familiare, le sfide e i drammi del secolo-mondo appena concluso, sul crinale decisivo costituito dal colonialismo e dalla decolonizzazione e dai problemi che questi processi pongono all’oggi. Cresciuto quasi sessant’anni fa a Lahore (allora impero britannico, dal 1947 Pakistan), in una famiglia di proprietari terrieri e politici di spicco, laici approdati, con la generazione del padre, al comunismo, Ali è stato testimone diretto dello sfaldarsi dell’impero britannico e della nascita, sulle ceneri dell’utopia, nata morta, di una soluzione federale alla questione indo-pakistana, di uno stato pakistano sostanzialmente confessionale. Al quale si contrappone oggi, aggiunge, un’India nella quale sono al potere gli eredi politici del fanatico indù assassino di Gandhi, ulteriore esemplificazione di come «la politica respira i gas velenosi del mondo religioso».

Rileggere la plurisecolare vicenda dell’Islam, le sue torsioni e derive, la sconfitta delle voci critiche ed eretiche al suo interno con lo sguardo di un ateo che vuole capire «quali fattori hanno consentito all’attuale indirizzo del mondo islamico di primeggiare» e se «è possibile rovesciare o superare questa tendenza» è l’obiettivo del libro. In una prospettiva che non limita, però, la critica all’Islam, né sottovaluta il «ruolo che le ideologie religiose hanno svolto in passato nel far progredire il mondo»: il fatto, cioè, che «furono gli scontri ideologici tra due interpretazioni concorrenti del Cristianesimo (la Riforma protestante e la Controriforma cattolica) a scatenare esplosioni vulcaniche in Europa». Piuttosto, Ali si interroga con passione sul perché «la cultura e l’economia dell’impero ottomano non sono mai riuscite a imitare» la dinamica europea di trascendimento delle passioni teologiche. Nell’intento di «creare uno spazio di opposizione, sia nel mondo islamico che in quello occidentale, in cui la libertà di pensiero e di immaginazione possa essere difesa senza il rischio di essere perseguitati o uccisi».
Questo intento spinge il libro in un vero e proprio tour de force nella storia del mondo islamico, con frequenti ritorni al Pakistan delle origini, che occupa una sezione di rilievo della terza delle quattro parti nelle quali il lavoro è strutturato, intitolata «Le desolazioni nucleari dell’Asia del Sud». La precedono due parti dedicate, rispettivamente, a «Mulla ed eretici» e a «Cent’anni di schiavitù». La segue una sezione finale sullo «Scontro di fondamentalismi».
Il punto di partenza è l’esperienza diretta di Ali, giovane ateo che, per motivi rituali e di conformità comunitaria, la famiglia laica mette da ragazzino, per breve tempo e senza troppa convinzione, nelle mani di un mulla sdentato e ottuso, che, indignato per la sana strafottenza del giovane allievo, prende i soldi pattuiti e fugge ben presto da un compito di precettore ritenuto da tutti impossibile. Ali non tornerà mai più a riflettere in maniera sistematica sull’Islam sino alla Guerra del Golfo, la terza guerra del petrolio. Sotto l’effetto di questo evento dirompente l’autore risale alle radici dell’Islam, alle dispute dottrinali e politiche che scoppiano ben presto al suo interno, alla costruzione dell’impero ottomano, alla «divisione tra sunniti e sciiti… arrivata troppo presto e… congelatasi in dogmi rivali» che neutralizzano il dissenso. Che comunque non è mancato, come testimoniano nel IX secolo il pensiero di Ibn Rawandi, il quale denuncia i dogmi religiosi in nome della Ragione, e mille anni dopo quello dell’egiziano Rifat al-Tahtawi che, in nome del pensiero illuminista studiato durante un viaggio in Francia, sostiene la causa dei diritti delle donne. E, ancora, ai giorni nostri, Anwar Shaik, ex ardente musulmano coinvolto nella terribile pulizia confessionale che insanguinò il Punjab nel 1947, incalzato dai fantasmi di quella tragica stagione anche quando divenne guidatore di autobus a Cardiff e poi avido lettore di Spinoza, Freud e Marx, impegnato tutt’oggi in un’ininterrotta campagna contro i «mulla e i politici che si servono dell’Islam come di un abito per giustificare le loro gesta raccapriccianti».
E’ un dissenso variegato e minoritario, che Ali insegue pazientemente nella seconda parte, sullo sfondo della crisi e del crollo dell’impero ottomano, dell’avvento del colonialismo e dell’imperialismo, dell’ondata decolonizzatrice stretta fra nazionalismo laico, socialismo e riemergente fondamentalismo. In uno scenario che dall’Arabia saudita – dove si tengono insieme un cuore fanatico wahhabita e un matrimonio d’affari, che pare di ferro, con inglesi, prima, e soprattutto statunitensi, dagli anni trenta in poi – ci fa passare all’Egitto del populista Nasser e del «privatizzatore» Sadat, alla Palestina calpestata da tutti e all’Iran della «rivoluzione» khomeneista. Per poi farci approdare, nella terza e quarta parte, all’Afghanistan e ai problemi dell’oggi, con ben salda in mano una nozione che trova conferma in tutte le ricerche più avvertite: da quella di uno studioso giustamente spesso citato da Ali, Chalmers Johnson – l’autorevole esperto statunitense di questioni asiatiche, autore degli Ultimi giorni dell’impero americano – a quelle di altri due studiosi che Ali non cita e dei quali avrebbe invece fatto bene a tenere conto, Gilles Kepel (l’autore di A Ovest di Allah, Sellerio, 1996 e L’autunno della guerra santa, Carocci, 2002) e Nicholas Guyatt (il cui aureo libretto Another American Century?, Zed Books, London, 2001 andrebbe tradotto da noi). Autori, tutti, che condividono il ragionamento secondo il quale «l’ascesa della religione si spiega in parte con la mancanza di alternative al regime universale del neoliberalismo».
Ecco dunque i fondamentalismi a confronto del titolo, ecco la necessità, giustamente ribadita da Ali, di spezzare i presunti blocchi monolitici islamico e occidentale e scoprirne viceversa le interrelazioni e le molte connivenze perverse. Ecco la necessità, per noi, di raccogliere la coraggiosa sfida di Ali di «una rivoluzione islamica che spazzi via il conservatorismo fanatico e l’arretratezza dei fondamentalisti, ma che, soprattutto, apra il mondo dell’Islam a nuove idee considerate più avanzate di quella attualmente offerte dall’Occidente» ideologicizzato del pensiero unico.
[da il manifesto, 18.9.02]

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