berluscaccusa.jpgTira un’aria di merda. Vorremmo aggiornarvi sugli sviluppi delle perquisizioni a casa di supposti fiancheggiatori di una supposta formazione eversiva dal nome supposto. Non possiamo, non c’è ciccia: questi spolpano ogni grammo di ciccia. Sul Corriere dei Folli di oggi, mentre il Maestro Abbado, premiato in Giappone, dice cose giuste e sensate sulla gravità della situazione italiana sotto Berlusconi, ecco che il quotidiano di via Solferino definisce le legittime esternazioni dell’artista come “nota sbagliata”. Vogliono svendere i beni culturali. Dicono che l’inflazione sia scesa: Repubblica accusa trattarsi di un falso palese. Recentemente Giampaolo Pansa, quello che definì Forlani “Coniglio Mannaro”, redime i lupi mannari e accusa i bonificatori. E’ tutto all’incontrario, è tutto peggio. Per questo mi è venuto in mente Victor Hugo e il suo L’ultimo giorno di un condannato a morte: anche allora tirava un’aria di merda. Oggi il collo (forse) non rischia l’impiccagione o la ghigliottina: le rischia la libera coscienza, è molto peggio. Per cui compio un gesto romantico: riproduco l’introduzione di Hugo al suo j’accuse. Leggete in filigrana e chiedetevi se, oggi, non ci sia più merda nell’aria di allora.

PREFAZIONE A “L’ULTIMO GIORNO DI UN CONDANNATO A MORTE”
di Victor Hugo

hugocol.jpgIn testa alle prime edizioni di quest’opera, pubblicata in origine senza nome d’autore, non si leggevano che le poche righe qui trascritte:

«Vi sono due modi per rendersi conto della natura di questo libro. O è realmente esistito un fascio di fogli gialli e diseguali su cui son stati rinvenuti, apposti uno a uno, gli ultimi pensieri d’uno sventurato; oppure è capitato che un uomo, un sognatore occupato ad osservare la natura a profitto dell’arte, un filosofo, chissà?, o un poeta, abbia avuto la fantasia di quell’idea, che l’ha preso o meglio s’è lasciato prendere da lei, finché per sbarazzarsene non ha potuto far altro che metterla in un libro.
«Delle due spiegazioni, il lettore sceglierà quella che vuole.»

Come si vede, all’epoca in cui il libro uscì, l’autore non ritenne opportuno dir subito il suo pensiero. Preferì aspettare che venisse compreso e vedere se lo sarebbe stato. Lo è stato. L’autore può oggi smascherare l’idea politica, l’idea sociale, che aveva voluto rendere popolari sotto quell’innocente e candida forma letteraria. Egli dunque dichiara, anzi confessa apertamente che L’ultimo giorno di un condannato a morte non è altro che una perorazione diretta o indiretta, come si preferisce, per l’abolizione della pena di morte. Ciò che egli ha inteso fare, ciò che egli vorrebbe che la posterità vedesse nella sua opera, se mai s’occuperà di tanto poco, non è la difesa speciale, sempre facile, sempre transitoria, di questo o quel criminale scelto, di questo o quell’accusato d’elezione; ma una perorazione generale e permanente in favore di tutti gli accusati presenti e a venire; è il grande punto di diritto dell’umanità, addotto e perorato a gran voce dinnanzi alla società, che rappresenta la grande corte di cassazione; è il supremo rigetto d’istanza, abhorrescere a sanguine, apposto per sempre in testa a tutti i processi criminali; è la cupa, fatale questione che oscuramente palpita al fondo di tutte le cause capitali, sotto il triplice strato di pathos di cui l’avvolge la retorica sanguinosa degli uomini del re; è la questione di vita e di morte, vi dico, svestita, denudata, spogliata dei contorcimenti sonori della pubblica accusa, brutalmente messa in luce e collocata dove bisogna vederla, dove occorre che sia, dove essa è realmente, nel suo vero spazio, in quell’orrendo spazio che non è il tribunale ma il patibolo, e dove non sta un giudice ma un carnefice.
Questo è ciò che l’autore ha voluto fare. Se mai l’avvenire — egli non osa sperarlo — gli assegnerà la gloria d’averlo fatto, non chiederà altra corona.
Egli dunque dichiara, e lo ripete, di patrocinare tutti i possibili accusati, innocenti o colpevoli, davanti a tutte le corti, a tutte le aule, a tutte le giurie, a tutte le giustizie. Questo libro s’indirizza a chiunque giudica. E affinché la perorazione fosse ampia quanto la causa, egli ha dovuto rimuovere ovunque dal suo soggetto — ed è per questo che L’ultimo giorno di un condannato a morte è così fatto — il contingente, l’accidentale, il particolare, l’eccezionale, il relativo, il modificabile, l’episodico, l’aneddoto, l’avvenimento, il nome proprio, limitandosi (se ciò equivale a limitarsi) a difendere la causa d’un condannato qualsiasi, giustiziato in un giorno qualsiasi per un qualsiasi delitto. Felice lui se, col solo strumento del pensiero, avrà saputo scavare tanto a fondo da far sanguinare un cuore sotto l’aes triplex del magistrato! felice lui se avrà saputo impietosire chi si credeva un giusto! felice lui se, a forza di scavare dentro al giudice, avrà potuto talvolta ritrovare l’uomo!
Tre anni fa, quando uscì il libro, alcuni ritennero doveroso contestare all’autore la sua idea. Ci fu chi indicò un libro inglese, chi un libro americano. Strana mania, quella di cercare a mille leghe l’origine delle cose, e di far nascere dalle sorgenti del Nilo il rivoletto che lava la vostra strada! Non c’è qui dentro, purtroppo, nessun libro inglese né americano né cinese. L’autore ha preso l’idea de L’ultimo giorno di un condannato a morte non da un libro — non ha l’abitudine d’andare a cercare le sue idee tanto lontano ma dove voi tutti potevate prenderla, dove forse l’avete presa (ditemi, chi non ha fatto o sognato dentro di sé L’ultimo giorno di un condannato a morte?), semplicemente nella pubblica piazza, in place de Grève. Fu lì che passando, un giorno, egli ha raccolto quell’idea fatale; giaceva in una pozza di sangue, sotto i rossi monconi della ghigliottina.
Da allora ogni volta che, sulla scia dei funerei giovedì della Corte di cassazione, veniva il giorno in cui il grido d’una condanna a morte risuonava per Parigi, ogni volta che l’autore sentiva passare sotto le sue finestre gli strilloni arrochiti che aizzavano gli spettatori verso la Grève, la dolorosa idea gli ritornava, s’appropriava di lui, gli empiva la testa di guardie, di carnefici e di folla, gli dettagliava ora per ora le ultime sofferenze dello sventurato agonizzante — adesso lo confessano, adesso gli tagliano i capelli, adesso gli legano le mani — intimandogli, povero poeta, di dir tutto alla società che pensa ai propri affari mentre si compie quel fatto mostruoso: lo sollecitava, lo spingeva, lo scuoteva, gli strappava i versi dalla mente se mai era intento a farne, glieli uccideva dentro ancora in bozzolo, gli impediva qualsiasi lavoro, si metteva d’ostacolo a tutto, l’investiva, l’ossessionava, l’assediava. Era un supplizio, un supplizio che iniziava al mattino e che durava, come quello del miserabile che nello stesso istante veniva torturato, fino alle quattro. Soltanto allora, dopo il ponens caput expiravit gridato dalla funesta voce dell’orologio, l’autore poteva respirare e ritrovare una qualche libertà di spirito. Finalmente un giorno, forse all’indomani dell’esecuzione d’Ulbach, s’è messo a scrivere questo libro. Da allora s’è sentito sollevato. Quando viene commesso uno di quei pubblici delitti che chiamano esecuzioni giudiziarie, la coscienza gli dice che lui non è più solidale; né s’è più sentito sulla fronte la goccia di sangue che dalla Grève zampilla sul capo di tutti i membri della comunità sociale.
Questo però non basta. Lavarsi le mani è bene, impedire che scorra il sangue sarebbe meglio.
Perciò egli non conosce uno scopo più elevato, più santo, più augusto del concorrere all’abolizione della pena di morte. Perciò dal fondo del cuore egli aderisce ai voti e agli sforzi degli uomini generosi di tutti i paesi che da anni s’adoperano ad abbattere l’albero patibolare, il solo che le rivoluzioni non sradicano. Ed è con gioia che a sua volta viene, lui meschino, a dare il proprio colpo di scure per fare più profondo il taglio che, sessantasei anni fa, Beccaria lasciò sul vecchio patibolo eretto da secoli sulla cristianità.

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