faulkner.jpgfaulknerprivacy.jpg1955: fine del Sogno americano – inizia l’Incubo. O meglio: l’Incubo era già iniziato. Lo testimonia la furia retorica e idealistica di William Faulkner che, proprio nel 1955, su Harper’s, pubblicò una sorta di orazione funebre dell’Idea americana, la figlia matura della Rivoluzione francese, che già Victor Hugo aveva richiamato all’ordine con l’appello per Brown, rovesciando uno tsunami di stile e passione equipollente a quella di Faulkner. Nel luglio ’55, Harper’s Magazine diede alle stampe questo miracolo di letteratura civile a firma Faulkner, che intendeva rispondere allo speciale in stile pregossip che Life aveva dedicato non all’opera, ma direttamente alla persona dell’autore di Luce d’agosto, nonostante Faulkner avesse pregato l’editore di evitargli un simile servizio. On privacy. The American dream: what happened to It: nel titolo c’è già tutto – da una vicenda personale, Faulkner coglie uno spunto drammatico per iniziare il racconto di una nuova tragedia, ben diversa da quella che egli aveva eretto a cerchio mitologico della sua narrativa. La nuova tragedia è un vecchio incubo: è il Potere, a cui Faulkner dà furiosamente l’assalto.

Il Faulkner furibondo è secco, definitivo, al di fuori di ogni plausibile ambiguità o narcisismo. Leggete queste parole sparate come proiettili spirituali dal grande autore americano – e chiedetevi se non sono, al tempo stesso, il j’accuse universale che formula la letteratura e un pensiero del nostro tempo: “Il punto è che oggi in America qualsiasi gruppo o organizzazione, per il semplice fatto di operare sotto la copertura di una espressione come libertà di stampa o sicurezza nazionale o lega anti-sovversione, può postulare a proprio favore la completa immunità riguardo alla violazione dell’individualità. La privacy individuale senza la quale l’individuo non può più essere tale e senza la quale individualità egli non è più nulla che valga la pena essere o continuare a essere…(…). Chi è abbastanza individuo da esigerla (la privacy) anche soltanto per cambiarsi la camicia o fare il bagno, verrà bollato da un’unica, universale voce americana come sovversivo del sistema di vita americano e della bandiera americana”.
Bisogna ricollocare questa reprimenda, che ha tutti i caratteri della necessità e della passione civile, nell’àmbito del gioco, tipicamente idealistico-americano, della dialettica tra libertà e individualismo: il Sogno che, secondo Faulkner, è il motore della storia degli Stati Uniti altro non è se non il desiderio di una vita collettiva e individuale che si identifichi con la libertà di tutti e di ciascuno. Libertà, uguaglianza e fraternità diventano per Faulkner non attributi della vita, ma la Vita stessa. E’ un vitalismo di segno polarmente opposto a quello paranietzschiano e postromantico: è l’utopia socialista emendata dall’equivoco dei falansteri e del fabianesimo. Si tratta di un’utopia che, oltreoceano, gestava proprio il cattivo messia che l’avrebbe divorata. Faulkner stesso è vittima di una simile cecità: la sua letteratura si converte direttamente nel sogno borghese di una vita a rischio calcolato. Il che viene implicitamente ammesso, quando Faulkner definisce il rapporto tra lo scrittore, la sua opera e la comunità di riferimento: “Soltanto le opere di uno scrittore sono a disposizione del pubblico, aperte alla discussione, allo studio e al commento, in quanto lo scrittore stesso le ha rilasciate al dominio pubblico nel momento in cui ne ha proposto la pubblicazione e in cambio ha accettato del denaro; e di conseguenza egli non ha soltanto accettato qualsiasi cosa il pubblico intenda dire su di esse o fare di esse, dall’osannarle al mandarle al rogo. Tuttavia, finché lo scrittore non commette un delitto o si candida ad un pubblico ufficio, la sua vita privata è unicamente sua; e non soltanto egli ha il diritto di difendere la sua privacy, ma il pubblico ha il dovere di fare altrettanto in quanto la libertà di un uomo deve cessare esattamente laddove comincia quella del prossimo”. Purtroppo per gli americani – e, sia detto senza inibizione, per Faulkner stesso – le cose non stanno così. Un simile atteggiamento nei confronti dello scambio simbolico incarnato dalla letteratura non può che condurre alla decadenza della letteratura civile e, quindi, di quella epica, la quale era esattamente il polo radiante su cui Faulkner desiderava piantare la bandiera.
Il fatto che lo scrittore statunitense non avesse intravisto la faglia che si allargava in crepa continentale (e, oggi, in crepa planetaria) diviene evidente quando cita, davvero a sproposito, il verso centrale di Withman: “l’isolamento centripeto di un essere umano in sé”. Non è, questo isolamento, una solitudine che fonda la privacy. E’ una guerra santa tutta interiore, ultrapsichica, che ogni uomo deve strappare non alla società in cui vive, ma alla propria renitenza e alla propria pigrizia spirituale. E’ l’alimento stesso della letteratura, senza il quale la letteratura stessa appassisce o diviene altro da ciò che è stata nel lungo arco di tempo in cui ha raccontato l’uomo a se stesso.

William Faulkner – Privacy. Il sogno americano: che cosa ne è stato? – Adelphi – 7.00 euro

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