wumingideogramma.gifwuming2.jpgdi Wu Ming 3 e Wu Ming 4
[questo intervento è pubblicato su Carta, attualmente in edicola col n° 13: qui la versione on line. ndr]

Davanti all’orrore delle immagini dei bambini mutilati, davanti alle notizie dei saccheggi, regolamenti di conti strada per strada, linciaggi, marines che sparano sui bambini scambiandoli per kamikaze, davanti a tutto questo è quanto mai grottesco sentirsi dire che “la guerra è finita”. Vinta e finita.
Questo è soltanto l’assaggio dell’“afghanistanizzazione” dell’Irak. Ignoriamo (benché sia facile immaginarlo) quali potranno essere i costi umani e politici della gestione di questo “dopo” tanto sbandierato.

Il sospetto fondato è che lo ignorino anche gli stolti texani assisi nella stanza dei bottoni a Washington. Ovvero che non abbiano alcuna capacità di valutarlo.
I piani annunciati dall’amministrazione Bush per l’Irak prevedono un protettorato militare e politico, in grado di tutelare gli interessi statunitensi nella regione. Al fianco di generali-ministri americani dovrebbe essere schierata una batteria di diplomatici irakeni di ritorno dall’esilio, gente che non mette piede nel paese da oltre trent’anni. Teste di legno che offrano una parvenza di democrazia esportata. Lo stesso ruolo ricoperto da Karzai in Afghanistan, uomo immagine che di certo non governa il paese, e gira per Kabul (anzi, per la porzione di Kabul di cui potrebbe essere considerato a malapena il sindaco) scortato dai marines, onde evitare d’essere ammazzato per strada, come è già toccato a svariati ministri del suo governo fantoccio. Anche lì la guerra è finita. Anche lì la guerra continua.
Quello che Bush e i suoi sodali non sanno è che gli imperi coloniali non si costruiscono solo con la potenza di fuoco e la propaganda. L’ultimo impero, quello britannico, oltre che sulla preponderanza militare e su un’ideologia, contava sulla conoscenza. La gang dei texani no. Anzi, trasuda ignoranza da tutti i pori. Le conseguenze si vedono a occhio nudo.
Anche l’impero britannico si autoassegnava un ruolo civilizzatore per i paesi “arretrati”. La retorica che guidò la sanguinosa conquista di mezzo mondo da parte degli inglesi non era tanto diversa da quella che viene sbandierata oggi da Bush & soci. Non si trattava di esportare la democrazia, ma la civiltà. Di offrire ai popoli vittime della propria stessa arretratezza la possibilità di entrare a far parte del mondo “civile”. Lo chiamavano il “fardello dell’uomo bianco”. Eppure non sono stati i cannoni di Sua Maestà ad aprire le tante “vie per Baghdad” agli inglesi. Quelli sono venuti in un secondo tempo. Gli apripista sono stati esploratori, avventurieri senza scrupoli, scaltri funzionari del Foreign Office. Gente come Livingstone, Burton, Lawrence. Gente che percorreva per anni i territori che poi sarebbero stati occupati militarmente o sarebbero diventati basi operative dell’esercito britannico. Profondi conoscitori delle aree del mondo di interesse strategico o economico, che cercavano di capire gli equilibri sottili tra le popolazioni locali, che imparavano a relazionarsi con esse, ne apprendevano la lingua, gli usi e i costumi, la mentalità. Sono stati i James Brook e i Lawrence d’Arabia a gettare le fondamenta di quell’impero.
Nel 1915, quando si trattò di sollevare le tribù beduine contro la dominazione turca per preparare l’offensiva inglese in Medio Oriente, Sir Archibald Murray, Generale per l’Egitto, fu escluso dalle operazioni militari in Arabia e in Mesopotamia perché lui e il suo stato maggiore “mancavano della competenza etnologica necessaria”.
L’11 settembre 2001 in tutto il Pentagono c’erano solo tre persone che parlavano l’arabo.
Il progetto neo-coloniale texano marcia armato di una retorica “democratizzatrice” sempre più rarefatta, sempre meno efficace, e soprattutto che non si preoccupa di conoscere il mondo per dominarlo. Il “fardello” della lotta al terrorismo si riduce all’esportazione del terrorismo come nuova frontiera della politica economica. Come dire che alla macchina bellica, al gigantesco apparato militare-industriale (a capitale statunitense ma non solo), caduto ogni velo ideale, non resta che autogiustificarsi, rendersi evidente. Alla fine del suo percorso, il neoliberismo non teme di mostrarsi nella pienezza dell’origine e dello scopo.
I signori del petrolio e delle armi, dell’industria securitaria del XXI secolo, protetti per vent’anni dalla belle epoque del discorso e della pratica neoliberista, scoprono le carte e rifiutano ogni mediazione. La logica dell’”enduring war” è la risposta che danno gli avventurieri texani alle proprie paure, inorriditi dal profilarsi della fine della civiltà degli idrocarburi. Insieme a loro ci sono gli alleati raccattati dentro solidi interessi finanziari, oppure tra i residui della morente egemonia anglosassone, o ancora nell’innato servilismo di governi sempre più delegittimati, che nutrono la vana speranza di accaparrarsi piccole quote dei profitti di guerra.
La superclasse degli idrocarburi e delle armi, di fronte alla crisi, recessiva, endemica e strutturale, da essa stessa prodotta, tutela il proprio dominio imponendo come soluzione l’industria mondiale della sicurezza, e la necessaria creazione di un’enorme domanda che la sostenga. Trasformare la patologia in profitto. La paura come traino dell’economia capitalista del XXI secolo.
Il danno che costoro stanno infliggendo al pianeta non è calcolabile; il progetto, come ogni autocrazia tautologica, è destinato a fallire.
Bisogna evitare che le conseguenze e le ripercussioni, le “reazioni” suscitate dal dispiegamento di questo feroce apparato, assumano le logiche della deriva identitaria e militarista “anti-americana”, nel nostro caso ad esempio la rinascita di un nazionalismo europeo “renano”, capace di cogestire le dinamiche di guerra fredda. A quella logica occorre sottrarsi.
Ancora una volta l’antidoto che il movimento globale contro la guerra e il neoliberismo, per la dignità dei popoli, porta con sé fin dalla nascita, traccia l’unica rotta alternativa praticabile. Ingaggiare la lotta nel suo punto più alto, quello della rottura e della rifondazione di un nuovo ordine internazionale. Senza arroccamenti conservatori o passatisti, opponendo altri modelli di relazioni internazionali, dichiarando l’insostenibilità economica e ambientale del sistema che governa la produzione e la gestione delle risorse, e proponendosi di soppiantarlo, con nuove istituzioni, altri modelli di sviluppo, culturalmente meticci, e una nuova classe dirigente dei saperi bassi e del lavoro cognitivo. Una classe dirigente formatasi nelle periferie e negli slums di Bangalore o di San Paolo, che ha viaggiato in questi anni sulle autostrade e gli snodi della rete globale, da Seattle a Los Angeles, da Londra a Praga, da Seul a Sidney.
L’erosione del consenso dall’interno, il rifiuto della militarizzazione della vita, associato a quello altrettanto netto dell’ineluttabilità dello scontro tra culture e civiltà, costituiscono già l’”anticorpo” piantato nell’Occidente infetto al tempo del suo ultimo rodeo. Purtroppo tutto questo non è ancora sufficiente a garantire la salute del malato, tantomeno le conseguenze del contagio.
Non vi è alcuna possibilità di ricostituire ordini ed equilibri basati sugli esiti del secondo conflitto mondiale. Qualsivoglia atteggiamento “resistenziale”, che guardi al passato e alla conservazione di equilibri e istituzioni inservibili, è inadeguato e perdente. Guardare il nemico negli occhi, porre lo sguardo all’altezza della sua sfida, è la sola disposizione che offra una chance a coloro che si propongono di affrontare un’armata di cowboys seduti su una montagna di barili. Il movimento globale è nato per questo motivo. La consapevolezza di questa realtà è l’origine stessa del movimento.
L’incapacità strutturale della sinistra, nel suo complesso e logoro viluppo, di stare al passo coi tempi e non incartarsi su ogni questione, va presa come dato irreversibile di un’istituzione anch’essa morente, la sinistra otto-novecentesca, che prova goffamente a traghettare pezzi, organi, brandelli di sé dentro un’epoca sconosciuta. Ogni ulteriore recriminazione sulle divisioni e le faide dentro e fuori gli ulivi e le loro vecchie segreterie, andrebbe considerata una perdita di tempo. Senza una trasformazione radicale, che ribalti fin dalle fondamenta i modi della riproduzione politica e finanche i suoi presupposti filosofici per adeguarli al movimento reale, non sarà possibile per quella compagine storica rientrare nel flusso degli eventi.
Il cuore pulsa altrove, nei sobborghi in fermento di Teheran e Buenos Aires. E’ il respiro della mente globale ad alleviare gli effetti della catastrofe annunciata.

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