spiderdvd.jpgdi Danilo Arona

Spider
“Fu allora che lo vide. Era sulla parete, fermo, nero. Claudio rimase a bocca aperta, bloccato, irrigidito, in ciabatte e con la borsa in mano, incapace di distogliere lo sguardo dall’enorme ragno peloso. Poi riuscì a muoversi, fece un passo indietro, sempre fissando quell’animale incredibile. Incredibile e orribile. Nella luce scarsa della lampadina gialla da sessanta watt, quella bestia pareva più irreale e mostruosa che mai. Non è possibile, pensò, non esiste un ragno grande così. Come accidenti fa a stare attaccato al muro? Deve pesare almeno un chilo, o forse più.”
Il brano è di Eraldo Baldini. Il racconto si chiama Il ragno ed è contenuto in una mirabile antologia del 2003 (alla faccia di chi aborrisce le antologie) che s’intitolava Bambini, ragni e altri predatori.

Chi conosce Baldini, sa che il suo immaginario è di ghiotta derivazione antropologica perché l’autore elabora con stile distaccato ed efficacissimo miti e leggende del territorio, soprattutto del tessuto extraurbano e a diffusione orale. La leggenda del ragno gigante — ma non così gigante, giusto come un gatto — risulta parimenti diffusa in tanti territori di nordica pianura, dalla Romagna al Piemonte, Bassavilla non esclusa. Se le scienze umane spiegano da par loro la persistenza del mito con le profonde paure ancestrali legate alla figura del ragno, qualche problema in più lo pongono una serie di testimonianze, a volte in grado di lambire la piccola cronaca spicciola dei giornali di provincia, che raccontano vicende non dissimili da quella del giovane Claudio la cui casa viene invasa da un bestione peloso a otto zampe che il Baldini quasi sottintende essere una “normale” aberrazione di campagna. Già, ma i ragni di quelle dimensioni non esistono… Allora vi sottopongo, senza commento, questo documento che circola in rete da qualche tempo (fonte: www.cifas.net/ricerche/bambagiaalessandria.html)

Strani fenomeni ad Alessandria – Indagine sulla caduta di “capelli d’angelo” il 18 ottobre 2002
Il giorno 19 ottobre 2002 perveniva al sottoscritto, responsabile scientifico del C.U.N. per le analisi di laboratorio e le tracce al suolo, una e-mail da parte del Dr. Franco Mari (componente del Consiglio Direttivo), che lo informava di un insolito fenomeno accaduto il giorno precedente nell’alessandrino: una copiosa ricaduta di un non meglio identificabile materiale filamentoso, assimilabile a “tela di ragno”. Per inquadrare al meglio la situazione, riporto testualmente la descrizione dell’evento, così come trasmessa al Dr. Mari da parte del testimone, lo studente diciassettenne Riccardo Carretta: “Sono un ragazzo di 17 anni e vi scrivo per segnalarvi un fenomeno che ha destato la mia attenzione. Da diversi anni sono appassionato di UFO; questa passione ha fatto sì che mi sia documentato attraverso libri e trasmissioni sull’argomento. Ieri, 18 ottobre 2002, la mia città e le zone circostanti sono state oggetto di un fenomeno singolare e che mai mi era capitato di vedere: i tetti, le automobili, gli alberi si sono ricoperti di strani filamenti che sono scesi dal cielo, depositandosi in maniera massiccia. La struttura e le caratteristiche di tali filamenti mostrano evidentemente che non si tratta di semplici ragnatele. Riflettendo su quanto stavo vedendo, mi sono tornati alla mente diversi dossier in cui si trattava questo fenomeno, sempre collegato all’avvistamento, nelle medesime zone, di oggetti volanti non identificati. Tanto più che mia madre ha affermato di aver visto, proprio nella giornata di ieri, una formazione di oggetti volanti che si muovevano rapidamente e in formazione quadrangolare, da sud verso nord. Ho analizzato quanto mi ha detto e ho riscontrato che le caratteristiche di quegli oggetti non sono riconducibili ad aeromobili o stormi di uccelli. Io sono in possesso di un campione di questi strani filamenti. Vi prego di analizzare la mia testimonianza; spero che mi contatterete quando avrete formulato un’ipotesi sull’accaduto. Vi ringrazio per l’attenzione e vi fornisco il mio recapito.” Il sottoscritto, conscio del fatto che, se si fosse trattato di “bambagia silicea” (tipo quella caduta su Firenze nel lontano 1954), ogni minuto guadagnato poteva risultare determinante per l’espletamento delle indagini di laboratorio, essendo tale materiale estremamente volatile e tendente alla sublimazione, prese immediati contatti telefonici col suddetto testimone, al quale, verificatane l’attendibilità e la disponibilità, impartiva disposizioni sulle modalità di prelievo, conservazione e invio del materiale in oggetto. Il testimone, nel rassicurarmi che i filamenti non erano assolutamente “svaniti”, ma solo leggermente ridotti in dimensioni e consistenza a distanza di circa 48 ore dalla caduta, già mi dava indirette indicazioni sul fatto che probabilmente il materiale dallo stesso prelevato poco o nulla aveva a che fare con la “bambagia silicea” (boro-silicato di calcio e magnesio) di cui sopra. In ogni caso, il giorno 22 ottobre giungeva al mio domicilio, a mezzo posta prioritaria, un contenitore sterile con alcuni residui dei filamenti in oggetto. Tali filamenti venivano sottoposti, d’intesa con un collega dei Laboratori CNR di Parma, ad accurate e approfondite indagini microscopiche (mediante l’impiego di uno stereomicroscopio binoculare, ingrandimento 70x, in campo chiaro e in campo scuro, sia con luce incidente sia riflessa) e successivamente fotografate con fotocamera digitale. Tale indagine, i cui risultati rendevano superflui ulteriori accertamenti (in ogni caso impossibili, data l’esiguità del materiale a disposizione), mostrava inequivocabilmente che si trattava di filamenti non di origine biologica (come la sericina, prodotta dalle ghiandole degli Aracnidi, che si solidifica a contatto con l’aria, dando luogo alla “ragnatela”), bensì di filamenti simili a quelli delle fibre tessili, di tipo non-vegetale (es. cotone), ma sintetico (es. rayon). In particolare, detti filamenti presentavano lungo il decorso un’alternanza di segmenti chiari e di segmenti più scuri e la presenza, anche se non costante, di zone rifrangenti la luce; aspetto, quest’ultimo, tipico delle fibre tessili polimeriche di sintesi. In contemporanea (e a mia insaputa), lo studente provvedeva a sottoporre analoghi filamenti al parere di alcuni insegnanti dell’Istituto Tecnico “Leonardo Da Vinci” (la scuola da lui frequentata), ottenendone un responso pressoché identico al nostro. Anche in questo caso, riporto testualmente la comunicazione inviatami dal testimone: “Egregio Signor Pattera, le scrivo per comunicarle gli sviluppi della vicenda relativa allo strano fenomeno che si è verificato il giorno 18/10/02 nell’alessandrino. Deve sapere che nei giorni successivi alla comparsa degli strani filamenti, l’ARPA (Azienda Regionale Protezione Ambientale) ha divulgato tramite alcuni quotidiani a diffusione provinciale e regionale una fantomatica spiegazione dell’insolito evento. I tecnici di tale azienda hanno sentenziato che i filamenti non sono nient’altro che ragnatele prodotte da una particolare specie di grossi ragni di terra; tuttavia in questi articoli non veniva dato nessun dettgaglio tecnico e non venivano fornite prove che giustificassero i risultati di tale ricerca. In aggiunta a tutto questo ci tengo a informarla del parere dato da due professori (uno di chimica e uno di biologia) del mio istituto (I.T.C. “Leonardo Da Vinci”); io li avevo coinvolti facendo loro notare la singolarità del fenomeno che avevo osservato e loro, dopo aver raccolto un campione dei filamenti, hanno proceduto ad un analisi microscopica. La cosa importante è che il loro parere è stato assolutamente discordante con quello fornito dall’ARPA: da quanto hanno potuto osservare sono giunti alla conclusione che non si tratta di un composto di derivazione biologica, bensì di una fibra sintetica (che loro non sono riusciti ad identificare attraverso gli strumenti a loro disposizione). Spero che le informazioni che le ho fornito le siano di aiuto e la ringrazio anticipatamente se mi terrà informato sugli sviluppi della vicenda. Le porgo cordiali saluti. Riccardo Carretta”. A questo punto credo di poter ritenere concluse, per quanto mi riguarda, le indagini commissionatemi dal CUN circa gli strani reperti di Alessandria, non prima di aver sottolineato che, quando due o più ricercatori che non si conoscono, distanti fra loro, uno all’insaputa degli altri e viceversa, studiando lo stesso fenomeno giungono alle stesse conclusioni, la scienzapuò ritenersi sufficientemente soddisfatta circa la veridicità dei risultati ottenuti.

Soddisfatta la scienza? Non lo so. Ma, una volta tanto, io tengo bordone alle spiegazioni ufficiali. Quel ragno grande come un gatto, che nel racconto di Baldini si fa — appunto — boccone del micio del protagonista, è decisamente più affascinante dei soliti alieni e dei loro misteriosissimi apporti filamentosi. Ma poi perché nelle campagne di Bassavilla decine di persone vedono ragni giganti e non vedono E.T.? Perché — già me lo sento il mio amico Giorgio Bona, fine conoscitore di “piemontesità” – queste sono storie di campagna, di quelle “da veglia” davanti al camino. Magari fuori nevica e c’è il black-out. E ci si riscalda le ossa con delle barbere, ragazzi, che fanno vedere la Madonna, altro che i ragni. Come sostiene Bona nel suo straordinario La lingua dimenticata della cometa, il vino è in grado di aprire solchi nella memoria e nell’immaginario. Solchi scavati in profondità, laddove giganteschi ragni di terra tessono le loro tele.

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