fantanippo.jpgliberazione.gifdi Nico Gallo (da Liberazione, 9.1.03)
I processi di avvicinamento tra le culture occidentali e l’oriente, la conoscenza reciproca di molte culture, hanno avuto grande sviluppo con la Seconda Guerra Mondiale, quando l’immaginario totalitario che insanguinava l’Europa trovò un’inquietante consonanza nelle invasioni e nella guerra del Pacifico. Se pensiamo alle vicende che accadono al giovane protagonista de L’impero del sole, il Jim Ballard che poi divenne uno dei più significativi scrittori anglosassoni, il fatto che getterà una sua nuova luce macabra e sarà in grado di imprimere ai cinquant’anni successivi un marchio indelebile avviene proprio in Oriente, il 6 agosto 1945 a Hiroshima.

Quando pensiamo al progresso tecnologico e scientifico, anche in senso negativamente militare, viene spontaneo collocare questi processi in Occidente, negli Stati Uniti e negli altri “paesi avanzati”, ma, in realtà, le maggiori contraddizioni e le più aspre conseguenze albergano altrove, nella restante parte del mondo di cui l’Oriente è una parte di estrema complessità.
La fantascienza è una metafora diretta del mondo reale, una radicalizzazione narrativa della storia e dei conflitti politici e sociali. Non c’è stato evento dell’ultimo secolo che non abbia trovato nella fantascienza la sua ambigua immagine riflessa. La fantascienza, in origine espressione letteraria e cinematografica statunitense, è stata in grado di rappresentare, attraverso le alterazioni prospettiche che le sono peculiari, la guerra fredda, il maccartismo, la conquista dello spazio, le guerre in Corea e Vietnam, i conflitti, razziali, il proliferare delle religioni, gli affari sporchi in America Latina, la civiltà dei consumi, le ambiguità dell’utopia liberista.
La leggenda della nave di carta rappresenta l’evento unico di un’antologia di fantascienza giapponese, fino a oggi la prima possibilità di comprendere e controllare come eventi straordinari della società giapponese quali le stragi civili della Seconda Guerra Mondiale, lo smantellamento radicale delle strutture culturali e politiche tradizionali, le trasformazioni economiche e la sovranità limitata siano rilevabili nelle scritture dell’immaginario. La leggenda della nave di carta, edito da Fanucci (pp. 248, 12,90 euro), parte con la corretta considerazione che la catastrofe di Hiroshima costituisca la pietra miliare per una letteratura che, come la fantascienza, si interroga sul rapporto uomo-tecnologia. Il libro, infatti, inizia con i resoconti di alcuni sopravvissuti all’esplosione, racconti di bambini separati dalle loro famiglie che, vagando tra le macerie “calde”, attraversano l’incubo nucleare. È chiaro che l’atroce e improvvisa irruzione della bomba atomica sia stata in grado di rendere rapidamente obsoleto un immaginario nipponico di struggente bellezza che noi occidentali conosciamo soprattutto grazie alle visualizzazioni di Akira Kurosawa e di altri pochi letterati. La tradizione letteraria giapponese vanta un antico e complesso interesse per l’espressione fantastica, per la descrizione di insolite presenza rurali, per le leggende diffuse in una società che per molti decenni ha visto convivere elementi contrastanti di medioevo e modernismo. “La leggenda della nave di carta”, il racconto di Tetsu Yano che offre il titolo all’antologia, presenta la mescolanza di elementi letterari tradizionali e fantascientifici che rendono al lettore la sensazione di una società ancora incerta ad abbandonare completamente la propria memoria. Ma racconti esplicitamente politici come “Donna in piedi” di Yasutaka Tsutsui, pubblicato nel 1974, ci consentono di comprendere quanto la società giapponese avesse necessità di un’espressione fantascientifica più rigorosa, dovesse rapportarsi con una nuova economia e con una nuova organizzazione del potere. Proprio il declino del mondo tradizionale e il rapido dissolversi di rapporti di classe che erano durati secoli, e drammaticamente destinati a ibridizzarsi in pochi anni, ha ripercussione diretta in questa raccolta di materiali dell’immaginario. Elementi magici, nuove tecnologie, paradossi temporali, società totalitarie, credenze secolari si mescolano a rappresentare la difficile e disperata ricerca d’identità del giapponese del dopoguerra. “Complesso in curvatura temporale”, racconto del 1994 di Shono Yoriko dove si lamenta che “forse la fantascienza è troppo ancorata alla realtà”, è il termine del tragitto di questa antologia travagliata e dimostra come queste scritture fantascientifiche nazionali, di cui la giapponese è un esempio, si siano reciprocamente aperte e contaminate. Il cyberpunk, di cui questo racconto è un esempio, evidenzia come il lettore si trovi oggi di fronte a un genere letterario di aspirazione mondiale, o meglio globale, e di come gli elementi contraddistintivi della sua cultura nazionale stiano perdendo forza.
Dunque La leggenda della nave di carta è una storia di cinquant’anni di Giappone visti attraverso la lente deformante della fantascienza, ma soprattutto rappresenta il desiderio di dare forza ad alcune istanze positive che la guerra e il totalitarismo avevano soffocato. Osamu Kataoka aveva 12 anni ed era a scuola quando cadde la bomba. Cinque anni dopo, ricordando quei giorni, scrive che la guerra è una volontà di una minoranza e cita che “chiunque desidera che un uomo uccisa un suo simile, non è un uomo ma un demone”. Beh, allora, la fantascienza racconta di uomini e di demoni.

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