di Franco Pezzini

Orazio Labbate, Chianafera, pp. 144, € 17, NNE, Milano 2026

I miei occhi, ora dopo ora, si incantavano socchiusi, senza economia e màgna stanchezza, come sottoposti crudelmente alle goccioline di cera di una candela di spermaceti sull’orlo della consumazione.

Ma cosa sono le ombre degli altri, che dobbiamo osservare a debita distanza – quando riflesse sulle pareti –, se non uno speciale segno ansiogeno della nostra incomprensione verso i simboli, verso l’incarnazione di essi nelle persone a noi care, adesso, a causa delle loro ombre sformate, tutt’altro che le stesse.

Non ne posso più di simboli, pensai, mi importava di andare a caccia dei miei genitori, e con poderoso sfarzo intellettivo cercavo di capire come sarei finito nella bara.

Una delle caratteristiche dell’opera di Orazio Labbate e del filone narrativo definito per convenzione (e semplicità) gotico siciliano è la crescita ramificata – rami deformi come da qualche inferno dantesco – che da un tema evolve in un altro. Non insomma soltanto un mero sottogenere gotico/horror più o meno associato a un’area geografica, ma un pandemonium (più che un pantheon) estremamente complesso dai differenziatissimi step videoludici, dove la struttura mitologica ha acquisito di opera in opera sempre più peso e attinge robustamente alla vocazione ctonia della Sicilia (in Labbate mai stereotipata, edulcorata o solare). Con radici nelle istanze infere della cultura mediterranea a innervare il Southern Gothic alla Faulkner e il pop nero americano di Scream, True Detective e Silent Hill anche grazie a una lingua sempre più stretta, una voce sempre più raggrumata a scheggiata, materica e anzi argillosa nel suo meticciare lingua italiana, dialetto di Butera e invenzioni linguistiche: una lingua che è però anche balbettio iniziatico di vere e proprie catabasi, in questo caso negli inferi della memoria e dell’infanzia per reintegrare se stesso con il proprio doppio e condurre una necessaria teratomachia.
Così in questo sorprendente Chianafera di vocazione insieme psicanalitica e oracolare-misterica ritorna la gorgone de La Schiaffiatùra (2024), bestia/mostro/divinità che dell’omphalos buterese rappresenta una sorta di genius loci e insieme l’incarnarsi di una mostruosità esistenziale di ben più ampio dominio geografico. Tutto il romanzo è anzi fitto di raffigurazioni di Medusa, dai rilievi per terra ai pacchetti di fiammiferi, dai modelli in sego dalla lingua di stoppino alle immagini sul soffitto, dalla pubblicità DRINK MEDUSA JUICE fino alle zie “gorgoni che hanno perso i canini, persino la lingua e non hanno più senso estetico” e alla rivelazione sui genitori: “Iddi due sono Medusa! Iddi due m’hanno fatto invecchiare qui dentro”. O l’“adesivo stinto con una trinacria addormentata al cui centro sorgeva una lingua accartocciata di Medusa. C’era scritto BENVENUTO A CHIANAFERA, L’INCUBO DI MAMMA E PAPÀ”… D’altra parte al legato del demone/maschera gorgoneion appartengono idealmente anche le maschere – quelle da assassino di Scream – utilizzate per opportune messe a fuoco identitarie.
Ma insieme ritroviamo idealmente il ritorno degli dei impazzanti in Cravuni (2025): non è importante che gli episodi siano o meno concatenati attraverso gangli di trama in un Labbateverse, è il sistema generale a legarli. E la voce, qui ancora più personale perché protagonista è – virtualmente – lo stesso autore con tanto di connotati anagrafici e vita privata, e la dedica suona “Ai ricordi”. In scena è il ritorno a luoghi e simboli dell’età più verde: l’alternativa è tra il distruggerli conquistando un’adultità sempre piagata di scelte dure, prese di responsabilità difficili ed eventuali “colpe” (almeno per la morale corrente) o invece ricostruirli restando all’ombra di quei moloch e perpetuandone devotamente il potere. Attenzione, seguiranno spoiler.
In questa nuova epica avventura, infatti, il Nostro imprigionato tra infanzia e adolescenza per tanto tempo in una stanza (una cantina, può cenar fuori solo il Venerdì santo) presente fin dall’inizio l’incontro di svolta: “ora che uscirò da qui, come entrerò nel disordine dell’oscurità degli uccelli? Finirò innanzi a un’antropomorfa bestia siciliana, ripiena di enigmi e di lingue accartocciate, pronta a interrompere il camminamento?”. Una Sfinge, dunque, ma con lingue come cartigli di blasfemia d’una qualche bestia dell’Apocalisse. E in effetti in tempi passati un simile testo ribelle, satanico, avrebbe potuto patire censure: vi si schiude con inconsueta violenza una ribellione contro le oppressioni familiste, le loro brutture, e l’orrore paralizzante dei riti subìti, una ribellione parenticida irriducibile alla morale corrente.

Che esotici semplificatori della metafisica sono i preti, chi uccide, per essi, non riceverà mai l’eternità prestata da Dio. In essi presagisco un che di museale, fisso, mostruoso, classificato. Mere e vuote passività di carne, imprestati del potere terrestre di Dio, che insultano i degradati, i relitti, gli assassini. Vi è il diritto valido, in ogni tempo, di uccidere mostri e uomini, che sono la stessa cosa, capite?
Ci divorano giorno dopo giorno, come l’assidua presenza del crepuscolo nelle nostre anime saturnine.

Una certa iconoclastia investe anche i santini, immagini di una pietà popolare che sversa nella superstizione di una realtà collosa: “Sono concentrazioni dimostrative e disgustose di ferimenti legittimi contro la carne umana rivestita dell’ampiezza maestosa di una pseudo santità. Ritratti in momenti isolati di esaltazione li ripiegavo dietro la testata del letto per nasconderli a mia nonna la quale mi aveva donato più di un santino.”
Non che non ci siano ricordi inteneriti di qualche anziano consanguineo – per esempio una nonna, che gli fornisce preziose istruzioni –, ma prevale l’enfasi sul rigetto (e l’uccisione) di un’istanza collettiva non solo tirannica, quanto soprattutto impeditiva di una crescita, dunque svilente e abbrutente. Come in certe avvilenti derisioni in famiglia o nei riti di clan subiti per guadagnare approvazione, se non affetto. Di qui, crescendo, la necessità di affrancarsi.

Ci si lascia logorare, rovinare e distruggere da un’educazione scervellata, da qualunque parte si talii dentro c’è sempre il freddo dell’incompiutezza a ritornare nello spiritu. Mi sentivo rinchiuso nell’abbrutimento interiore del passato, ma non lasciai la pigrizia mentale sopraffarmi, l’apatia del ricordo esaurirmi […] La mia anima è stata assassinata dai miei genitori, sicuro, i foglietti me l’hanno suggerito.

Sarei stato sotterrato dal mio impoverimento malinconico, anno dopo anno, dalla miseria materiale a cui mi avrebbero costretto i genitori mentre di sopra erano dediti a feste in maschera giornaliere e di tanto in tanto spezzavano il juocu quando bendato mi portavano dalle mie due zie per le ore d’aria. Erano tempi subdoli e tormentosi in cui la mia mente veniva distrutta, ancor più, dalle stoltezze drastiche delle loro imposizioni: mangiare terrificanti agglomerati di uova senza poter vedere l’impasto, ascoltare le crisi religiose, alimentare il rancore contro i viventi, ingobbirmi per ficcarmi ben dentro le corte tombe egizie ch’erano le loro piccidde cucine asfissianti. Non potevo accettare ogni cosa con mero spirito di sopportazione, sicché immerso nella condizione non avrei sentito la morte per vecchiaia sopraggiungere lenta.

Dove in questione non è tanto l’uccisione freudiana del padre, quanto l’abbattimento di un simulacro più ampio che strappa salute mentale, deride e pretende con la dolciastra rete delle belle tradizioni di famiglia… Insomma, Lautréamont sbarca a Butera, anche se dirlo è più facile che farlo: “Avremmo dovuto, avrei dovuto, ammazzare i parenti siciliani, fucuniare le voci ordinative piuttosto, ma era come se ci ingiungessero con le ombre ingobbite a genuflessioni comportamentali”. E non cadiamo nell’equivoco di liquidare la storia come Diario di un pazzo: il contesto mitico, misterico, ci avverte di una lussureggiante valenza simbolica sulla base di uno stupro psicologico subito.

Da unnà venivo precisamente? Da una moltitudine di giorni inutili prima del manicomio. Sono stato uno scheletro rivestito di carne sciolto da ogni energia. Ho camminato, mi dissi, su una passerella voltante come quella delle giostre e ora non posso scappare. Ci fu un gesto che feci, per contrarietà della sorte inchiuvàta. Uno di quei gesti che non consentono l’indifferenza degli sconosciuti esistenti e inesistenti.

In ogni caso, la cifra della follia apre ad altre e più profonde comprensioni, a tornei simbolici di immagini e parole:

Vengono tessuti complessi intrighi nell’animu dei matti, lo sacciu, dimostrano una dedizione fanatica al gioco futile e al suo tempo, consacrandosi a esso. Giocano tornei con orologi mentali scassati, si affidano al giudizio posizionale delle lancette; non sono, le scelte, fantasmagorie evasive da sani. La coscienza di iddi è sottomessa alla fatalità di ogni immagine in movimento, sia nel corpo di iddi o di fuori.

Uscito finalmente dalla stanza dov’era recluso, il narrante si ritrova a contemplare un paese che non riconosce. Versa in uno stato di delirio veggente, sprofondato in se stesso e nella deriva di suggestioni che si fanno simboli febbricitanti e immagini ricorrenti. In particolare la bara, che da metafora di Butera finisce col farsi abito – quasi da Trionfo della morte di Bruegel – e poi oggettino da collezionare a memento nonché ex voto blasfemo: assieme a parchissimi pasti, gli viene passata ogni giorno nella sua cantina/prigione “una minuscola bara intagliata ognuna di diversa colorazione”. Alle bare torneremo, ma per inciso iniziamo a osservare che Chianafera è come Cravuni una storia fitta di piccoli oggetti e feticci dalle dimensioni esigue, quasi cifre o citazioni: oggetti talismanici, oggetti-funzione il cui valore astratto è più rilevante di qualunque uso concreto.
D’altra parte si tratta insieme di una storia di doppi, a partire da quello con l’autore e dallo stesso luogo-corpo evocato (“È un corpo in miniatura, un corpuscolo, il paesino dove sono nato. Sarà il doppio del mio corpo vivente, d’ora in avanti? Il rivestimento definitivo del mio vuoto, la cui proprietà essenziale è stata l’assenza”) e dalle continue rifrazioni in specchi. Poco importa che il Nostro domandi il proprio nome al custode del manicomio, quasi l’avesse rimosso: se è un rapporto di doppio quello tra narratore e narrante, presto ci accorgeremo che quest’ultimo è scisso o duplicato in tutti i modi possibili, fino a incontrare un proprio malinconico Doppelgänger in un sabba di specchietti. “Sono oggetti che conciliano teologia e orrore, riflettono gli orribili problemi in seno alla natura di noi stessi. La teologia negativa, i ricordi infernali dell’infanzia schiacciata, il cui oggetto rilascia, attira la scomoda e inquietante paura di non riconoscerci”. Siamo insomma avvisati: attraverso la sua maschera, l’autore parla di ciascuno di noi, e della difficoltà di riscattare un io.
E ancora: Chianafera è una storia di catabasi in fori, condotti, gallerie, pozzi come quelli del cravuni, il carbone: il passaggio sotterraneo rappresenta un topos classico del gotico, ma in questo caso esiste un motivo intrinseco alla trama. Quasi il protagonista – ma insieme il suo villaggio, la sua famiglia – fosse profondamente tarlato dalle esperienze vissute, con rovelli come gallerie verso il profondo: e del resto una storia di follia come questa (lo ritroveremo in manicomio) dà conto di tali là-bas. Regno del ragazzo è stato la cantina, osservatorio ctonio del mondo circostante, in cui pasturare i propri incubi e contemplare un grosso buco tra lavatrice e finestra, sorta di ingresso all’Altrove dove il Nostro è dubitoso d’infilarsi. Entrerà nel diario, poi in un passaggio per uscire dal manicomio. Ma il primo buco o galleria scavato in lui – e indefinitamente richiamato nel corso delle discese in pozzi e gallerie – riguarda il suo occhio cavato.
Il protagonista è quarantenne, ma assistiamo alla crescita e in molte scene si recupera la sua identità di bambino e adolescente: in sostanza un ceculo, orbato di un occhio in un modo che richiama ai miti antichi, strappatogli da un serpente all’imbocco di un buco nero nella cantina dove stava segregato, “perché potessi vedere ancor più, un morso rivelatore, quello di chi ti morde le carni per dirti, dopo l’aggressione con il pezzo ancora in vucca, che hai ancora vita da sperperare oppure da spalmare sui tuoi disastrosi troni esistenziali”. Insomma la mutilazione mitica (anche in Cravuni il protagonista è orbo da un occhio) che enfatizza la virtù veggente almeno potenziale di chi a quella parte di sé ha saputo rinunciare. In manicomio gli occhi del Nostro verranno coperti con una garza, ma poi riceve “una benda oculare nera. Con essa vedrai le forme. Con l’altro occhio l’ambiguità”. “Debole di vista – chi crede negli spettri ha tale malanno –”, il protagonista percepirà attraverso una pluralità di sensi una missione che sarebbe falsante esaurire nella sua psicopatologia.
D’altra parte nel buio tutto è memoria. Non stupiamoci dunque che il Nostro  faccia appello ai ricordi, ché gli riempiano il tempo mentre, regolarmente atteso, si consegna al manicomio della Madonna della Catena – luogo gotico ed estremo quanto pochi altri – giù da quella “strada provinciale, detta Judeca, dello zolfo” quasi a evocare implicazioni infernali.
Lì, nel manicomio, un ricoverato smania: è Angilino Stracquadanio, un “brav’uomo”, un falegname di Riesi che ha considerato “la moglie un tronco di Cristo da scolpire” (l’ennesima immagine sacra, ancorché virtuale e delirante). Ed è lui l’artefice, efesto in sedicesimo e folle, del piccolo diario che il Nostro ritrova nel giubbotto, “tagliuzzato continuamente come da chi tenta di aprirsi con insistenza le vene e non ci riesce e la carne diventa veicolo di oscure angosce e di cicatrici insidiose che ritorneranno”. Stracquadanio l’ha plasmato in modo non chiaro, come sanno fare gli artigiani del mito:

Un diario, a dire dell’impazzito falegname di Riesi, in potere di trasmettere i contrasti e gli annientamenti della mia vita con la loro [dei genitori], anno dopo anno, scritta dopo scritta, di contagiare con pernicioso degrado la mente fino a restituire l’annichilazione e l’annientamento, a cominciare dalle cose farfànti, cioè di quando si accoglie bugiardi il nascituro e si scrive di esso frenetici preda di contentezze incostanti.

E infatti, in quelle pagine che inglobano e trasformano vitalmente i ricordi, il protagonista trova denunciata come un patto diabolico o un rituale di magia nera la dichiarazione d’odio dei genitori verso di lui: un insieme di allucinate premonizioni, e che condanna il figlio a una vita deminuta. I genitori gli apparivano “come due esseri non distinti, personificavano un unico panico, un’unica oscurità”, “un’entità bifronte” con “una sola faccia paralitica e insieme fumosa”, generatrice di loop rituali eterni che isteriliscono l’infanzia e imprigionano l’anima:

Mamma non mi guardava negli occhi, vagava attorno a me tra i flutti del suo etere, mentre apparecchiava. Solo i due genitori si fissavano in tralice, e io ero un morto mal adattato nel loro universo, un fantasma che è fantasma davvero per loro solo se cristianizzato. Perché dovevo nascere se, concentrati nell’amore fucuniatu di loro, per me c’era questa insolita permanenza nella nebbia? Preferivo il buio della cantina, anzi il buio radicale e travolgente dei deserti distruttori, del bucu del bagno, desideravo portare le impressioni della disgrazia, rendermi catastrofico.

Stracquadanio “Disse che voleva dare vantaggio, plasmando i diari delle nascite, alla trasmissione della memoria […] (ché il falegname non mancava di amare i picciddi)”, ma in seguito la sua officina era stata incendiata, forse dai genitori del protagonista.

Nell’oscurità fuori, un’oscurità fridda, propria del tunnel tra le carni macellate e penzolanti, Stracquadanio mi disse con voce sviluppante un’intensa paura: Fai finta di stringerne la mano al diario, il libro tira fuori la mano, il libro ti spia le cose, fidati di me, carusu, stringici la mano. Dapprima, premetti la punta delle dita contro la pelle del diario. Avevo paura. Mi sentivo un giocatore che tocca un pezzo degli scacchi quindi deve muoverlo. Io forse giocavo a scacchi con il diario grazie al pensiero. Il male degli scacchi, dunque del diario, è che traggono in inganno sulla realtà delle rappresentazioni delle mosse fatte. Sono troppo difficili per essere un gioco, pronosticano un brutto avvenire se ci si stramma dentro, intristiscono le giovani energie. Sentii però languire la pelle del libro e un formidabile alleggerimento psichico rilevai in me.

Il diario tende dunque la mano – sembrano tavole surrealiste, Leonora Carrington o Remedios Varo – e il protagonista la stringe e vi entra: come poi spiegherà,

Dietro i libri è il nascondiglio, e nelle notti dei malinconici, come me, i libri si rigonfiano scricchiolando di enigmi da risolvere, pena il dubbio, la trasmutazione di noi in libri di insidiose memorie. Gli incredibili insulti dei libri non consultati si insinuano, invece, nella personalità, ci trafiggono in maniera indegna, ci abbattono con sorprendente freddezza.

Dal diario, dove raccoglie oggetti-simbolo funzionali alla missione in chiave di teratomachia, il Nostro passa dunque in una Butera parallela sotto un cielo livido di lampi: ma quando questi declinano si sparge un sentore d’uovo fritto. Come i cereali di Cravuni che aprono a misteri degradati ma quasi eleusini, l’uovo richiama virtualmente a una zona (in sedicesimo) orfica: alla fine troveremo anche un uovo contenente una chiave per uscire di cella, ma qui l’uovo risulta fritto in troppo olio, riportandolo sotto il tetto dei nonni paterni. Che rammenta “piangessero fissando quadri inesistenti di Cristo durante le messe in casa”… mentre i quadri presenti recano uova e corde d’impiccato. In quella dimora da Wonderland degenerata, ligottiana, e dal mangiare sordido e osceno, l’olio cola dai muri, imbeve il pane fritto e un ovetto nero è ricamato sull’abito della nonna – nero come quello conservato in un cassettino. Ma più avanti troveremo le zie fanatiche religiose intente a preparare anche uno spiacevole torrone: e il cibo, elemento chiave di una retorica made in Italy italiota e familista, rivela qui la propria equivoca complicità con la schiavitù interiore (per esempio, ci è rammemorato, i genitori costringevano sadicamente il protagonista a mangiare carciofi straziandosi con le punte).
D’altra parte tra i sogni si schiude anche una luce, quando al Nostro appare per la prima volta la figura salvifica di Chiara Nightingale (come Florence, la Curatrice di feriti vittoriana) che gli dà appuntamento “A Chianafera, a sud di Butera”. Capovolgendo qui la simbolica di Suttaterra (2017) con l’appuntamento dato in tutt’altro contesto da una morta: Chiara è ben viva e riapparirà prima dello scontro finale con tanto di cognome autentico, per impedire al Nostro di abbeverarsi a un succo mortifero – e Chianafera è il luogo non semplicemente infero ma della prova, di passaggio all’età adulta tramite un sacrificio “blasfemo”.
Il protagonista la raggiunge fuggendo dal manicomio, ritrovandovi appunto Chiara e il dimesso Rocco Nguangua, la Sfinge oracolare. E proprio dalle labbra di quest’ultimo, Orazio potrà riflettere, distruggendo il velo che impedisce la visione dell’aldilà, su quali siano “i tre case della [sua] pazzia”, cioè la cantina-cella del suo passato remoto, il manicomio del passato adulto e la bara in cui consuma una morte rituale con ingestione di una chiocciola, guscio compreso.
Ricostituita dunque la propria identità previo riassorbimento del suo contristato Doppelgänger, viene coricato nella bara come finto morto da Rocco Maniaci, il zoccolante “vastasazzu minotauro buterese” e portato da costui nella casa dei genitori, dove con “sbrigatività cortese” viene fatto deporre “In camera sua, non dalla cantina da dove è fuggito malìdittu”.

Ripetei più volte, da cima a fondo senza apparente ordine: papà e mamma saranno Medusa, Stracquadanio ha fatto la bara, e il diario, ho abitato nell’oscura mansarda fritta di nonna Maria, l’uovo fritto è avvelenato, il passare del tempo a Spinieddu è stato silenzioso e crudele, devo subito effettuare lo strano e spettacolare omicidio.

A quel punto la decapitazione della Medusa costituita dal mostro bifido dei genitori avviene brandendo uno specchietto identitario e un pendolo d’orologio (il tempo…) a forma d’ascia: la Gorgone è affrontata nella propria tana, tenta di impaniarlo rispondendogli in termini ambigui e ironici che lui continuerà a fuggire e perseguitarli, come a livelli diversi di un videogioco… e alla fine li decapita con la lama del pendolo, evitando di farsi pietrificare dal loro sguardo. In un’Italia dove gli schiavi di Medusa non si contano (vittime di genitori divoranti, familismo becero e “tradizioni” che soffocano, persone espropriate della loro autonomia adulta da logiche di clan o di villaggio che caricano basti intrasportabili, crocifissi da famiglie tanto buone, da madri tanto pie, da padri tanto perbene…), la celebrazione tutta simbolica, paradossale e insieme chiarissima dei misteri della gorgofonia finisce con l’assumere risvolti che vanno ben oltre lo specifico di un’area della Sicilia. E conduce a porre in scena almeno sullo sfondo di se stessi la pantomima drammatica descritta, come un gioco d’ombre cinesi che proclami i nomi potenti degli antichi dei.